CHE FINE HA FATTO IL POPOLO PROGRESSISTA?

Nei comuni del Basso Ionio il centrodestra diventa approdo stabile. E la sinistra fatica a ritrovare una casa politica

Il "Quarto Stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo

■Antonio Loiacono

C’è un fenomeno politico che, nel silenzio dei riflettori regionali e nazionali, sta ridisegnando gli equilibri del basso Ionio cosentino. Non è una rivoluzione rumorosa, non ha il fragore delle grandi campagne elettorali, né il clamore dei congressi di partito. Eppure è lì, evidente a chi osserva con attenzione: nei comuni di Cariati, Terravecchia, Scala Coeli, Mandatoriccio, Campana, Bocchigliero, Caloveto, Cropalati e Pietrapaola, il baricentro politico-amministrativo sembra ormai orientarsi con sempre maggiore continuità verso il centrodestra.

Non è soltanto una questione di elezioni vinte o perse. Sarebbe riduttivo leggerla così. Qui si parla di qualcosa di più profondo: di una progressiva ridefinizione delle appartenenze, di un cambio di collocazione politica che coinvolge soprattutto chi quei territori li governa.

Sindaci, amministratori, consiglieri, gruppi dirigenti locali: figure che un tempo si muovevano dentro coordinate civiche, moderate o persino progressiste, oggi sembrano trovare nell’area conservatrice una sponda più naturale, più funzionale, forse perfino più conveniente.

Ma ridurre tutto alla convenienza sarebbe un errore di analisi.

Perché la politica locale ha logiche diverse da quella nazionale. Qui le ideologie pesano meno della capacità di incidere. Contano i rapporti istituzionali, la filiera amministrativa, la possibilità di aprire una porta, accelerare una pratica, trovare un interlocutore.

E in questo quadro il centrodestra ha saputo costruire una rete più riconoscibile.

Negli ultimi anni ha consolidato un sistema politico che, piaccia o meno, offre ai territori un senso di continuità: Comune, Provincia, Regione, rappresentanza parlamentare. Una filiera che molti amministratori percepiscono come strategica per non restare isolati.

Per un sindaco di un piccolo comune interno, stretto tra spopolamento, crisi economica, emergenze infrastrutturali e desertificazione dei servizi, sentirsi dentro una catena di relazioni istituzionali è quasi una necessità politica.

È qui che si comprende il perché di molti “spostamenti”.

Non necessariamente conversioni ideologiche, ma riallineamenti pragmatici.

Ed è questo che rende il fenomeno ancora più interessante.

Perché mentre il centrodestra appare capace di attrarre e inglobare amministratori, il fronte progressista sembra vivere una fase opposta: quella della rarefazione.

Non mancano singole personalità, ma manca spesso una struttura politica capace di fare da casa comune. Manca la costruzione del consenso a lungo termine. Manca, soprattutto, una narrazione territoriale.

Per anni la sinistra ha rappresentato, anche in Calabria, il luogo della mediazione sociale, delle battaglie collettive, dell’idea stessa di comunità organizzata. Oggi quella centralità sembra appannata.

Forse perché troppo concentrata sui grandi temi e meno sulle piccole geografie del disagio.

Perché nelle aree interne, nei borghi, nei comuni dove la questione principale è tenere aperto un presidio sanitario o sistemare una strada provinciale, il linguaggio politico cambia. Diventa concreto. Urgente. Quotidiano.

E chi riesce a intercettare questa concretezza, inevitabilmente guadagna terreno.

La destra, in questo momento storico, sembra aver compreso meglio questa grammatica.

Ha offerto appartenenza, riferimenti, riconoscibilità.

La sinistra, invece, appare più frammentata, spesso impegnata in dinamiche interne che faticano a tradursi in proposta territoriale.

E così accade un paradosso: territori che storicamente avevano conosciuto stagioni di pluralismo politico, oggi sembrano convergere verso un’unica area di gravità.

È un bene? È un male?

Dipende dal punto di vista.

Da un lato può significare maggiore compattezza istituzionale, capacità di dialogo verticale, maggiore peso politico.

Dall’altro, però, ogni concentrazione di potere porta con sé un rischio: l’indebolimento del confronto, la perdita di alternative forti, la riduzione del pluralismo.

Ed è forse questo il punto più delicato.

Perché una democrazia locale vive di equilibrio, di contrappesi, di visioni diverse che si contendono il futuro di una comunità.

Se una parte politica diventa l’unico approdo possibile per chi governa, la questione non riguarda solo chi vince. Riguarda anche chi non riesce più a rappresentare.

E allora la domanda vera non è se il centrodestra stia vincendo.

La domanda è: perché oggi tanti amministratori locali sentono che quella è la casa politica più adatta per governare?

E ancora: il progressismo ha ancora la forza, la credibilità e la visione per tornare ad essere una scelta di governo nei territori?

Perché il futuro politico del basso Ionio non si giocherà soltanto nelle urne.

Si giocherà nella capacità dei partiti di tornare a essere comunità, radici, presenza.

E soprattutto nella capacità di convincere chi amministra che esiste ancora più di una strada per costruire il domani.

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