Nel 1763 l’arresto di quattro sacerdoti cariatesi per pesca di frodo.

 di Mauro Santoro (Notizie Inedite di archivio)


Cupola Cattedrale di Cariati intitolata a S. Michele Arcalgelo dal vescovo Ronchi nel 1741


Mons. Carlo Ronchi, vescovo di Cariati-Cerenzia dal 1732-1764, morì il 3 gennaio 1764 a Scala, odierna Scala Coeli, nel conso della visita pastorale, sul finire del suo episcopato dovette interessarsi di un avvenimento che destò sconcerto in tutta la diocesi: l’arresto di quattro sacerdoti cariatesi per pesca di frodo.

 

Fu un fatto increscioso che, tra l’altro, vide generarsi un forte contrasto tra la curia e le autorità civili che rappresentavano il feudatario dell’epoca Mariatonia Spinelli e che avevano autorizzato la carcerazione e la custodia dei preti in una camera di sicurezza nel palazzo marchesale di Cirò. I quali vi rimasero in isolamento per tre giorni consecutivi, dal martedì 12 al 14 luglio 1763, subendo ripetutamente degli interrogatori.

E’ opportuno specificare che i fatti che si raccontano accaddero principalmente nella marina di Cirò, quando, cioè, Cirò Marina non esisteva perché fu eretto comune il 14 marzo 1952.

Delle vicende che videro protagonisti i religiosi di Cariati, ne veniamo a conoscenza poiché sono stati raccontati in due fedi redatte il 17 luglio 1763 dal notaio Domenico Faragò di Terravecchia.

La prima dichiarazione spontanea, che l’interessato asseriva di potere ripetere per ogni futura testimonianza innanzi ad ogni autorità, fu fatta da tale Rafaele Natale originario della città di Cosenza, soldato della Regia Provinciale Udienza in servizio a Cariati. Egli, insieme ad altri armigeri, era stato chiamato in servizio nella marina di Cirò per assistere Giuseppe Librandi, mastrogiurato di quella cittadina, con l’ordine di dover arrestare delle persone cariatesi che avevano commesso il reato di versare del tasso (antica pianta dal nome scientifico Arum – in dialetto l’eriva i ra vipira, l’erba della vipera, che produce una linfa biancastra tossica) nel torrente Salice, con lo scopo di pescare cefali.

Pianta Arum

Rafele Natale aggiungeva che mentre si recavano sul luogo con una squadriglia di 25 persone armate, il mastrogiurato cirotano chiese al soldato che aveva riferito del presunto reato che si stava consumando se era a conscienza chi l’avesse commesso e questo rispose che erano stati diversi sacerdoti con altri galantuomini. Quindi, si appostarono alla foce del torrente nell’attesa che arrivassero i ricercati. Il mattino presto, da Cariati sopraggiunse una barca e gli uomini a bordo iniziarono a tirare le reti di fondo. Tratte le reti in barca i religiosi incominciarono a remare per fare ritorno a Cariati, ma siccome una forte corrente marina spingeva la barca in direzione contraria, tre sacerdoti decisero di sbarcare e dalla riva, con una corda, tiravano l’imbarcazione per incamminarsi sulla strada del ritorno.

Nel frattempo, due soldati in abiti civili, Silvestro Crogliano e Leonardo Rovito, erano usciti allo scoperto e chiesero se avessero potuto acquistare del pesce. Uno dei cariatesi rispose prontamente: che “…loro non erano marinari che andavasi facendo tale industria, ma sacerdoti che erano andati per puro divertimento”. Riferite le informazioni al resto dei gendarmi, il mastrogiurato Giuseppe Librandi ordinò alla squadra di fermare i sacerdoti e d’impedirgli di ritornare a Cariati. Il soldato Crogliano, avvicinandosi al sacerdote don Pietro Antonio Papajanni ed esibendo un coltello, gli gridò: “…non ti mover, che ti uccido”.

Similmente, mastro Gio: Battista Casabona, con una scopetta in mano e senza sentire ragioni sul ruolo della persona, si avvicinò al sacerdote don Lorenzo Greco minacciandolo di morte se non avesse collaborato. Immediatamente accorsero anche il mastrogiurato, il suo sostituto, e gli altri gendarmi che si avventarono su quelle persone con l’intento di sopraffarli e bloccarli con i ferri ai polsi. Rafaele Natale, verbalizzava tra l’altro, che il soldato Martino di Vico, originario delle Puglie, condusse un’azione offensiva e spregevole per il ruolo ecclesiastico di don Giuseppe del Giorno. Infatti, egli pur conoscendo personalmente il prete “…come prattico in detta città di Cariati per aver servito da soldato in quel fondaco”, al rimprovero replicò “…che preti e preticelli nulla l’importava”.

Tutti i sacerdoti cariatesi furono arrestati. Don Francesco Cappello, prima che gli fossero messi i ferri, tentò d’indossare il collare sacerdotale ma, prontamente, intervenne il mastrogiurato Librandi che glielo impedì, dicendogli che non gli era permesso far vedere alla gente che si trattasse di un prete. I poveri religiosi, accerchiati dalle guardie, furo condotti a piedi a Cirò per essere consegnati al governatore locale. Per poi essere rinchiusi in una camera di sicurezza del castello e messi a disposizione di Marco Antonio Russo di Mesoraca, che si trovava a Cirò e, però, “…sapeva benissimo d’essere quelli sacerdoti e non già atti alla vocazione laicale”.

Castello di Cirò

La fede successiva, composta ancora dal notaio Faragò e riportante la stessa data, fu fatta dal magnifico Tomaso Vitale, subalterno della Regia Università di Cosenza, e in quei giorni in servizio di controllo ispettivo al tribunale di Cariati e poi a quello di Cirò.

Fede del magnifico Tomaso Vitale

Egli confermò che, la mattina del martedì 12 luglio 1763, dal palazzo baronale, la sua attenzione venne richiamata dalle grida e dagli schiamazzi di una moltitudine di gente che gridava: “…adesso vengono li preti di Cariati carcerati”. Effettivamente, uno dei preti si fece avanti e disse all’Aggiunto Diego Zito che loro erano tutti sacerdoti e che da lui erano ben conosciuti, ed egli le rispose che lui non aveva responsabilità in questo ma che sarebbero stati consegnati al Governatore. Successivamente, il governatore Marco Antonio Russo assistito dal suo soldato personale, pur sapendo che non ne aveva l’autorità, incominciò ad interrogare i sacerdoti con l’intendo di fargli ammettere la colpa di avere pescato di frodo. I religiosi cariatesi contestarono e si opposero chiarendo che loro erano soggetti solo alla giurisdizione ecclesiastica.

In ultimo, il governatore pur avendo insistito più e più volte dovette rinunciare perché il vicario del vescovo era in missione a Carfizzi né egli aveva nominato un sostituto. Non rinunciò però il governatore Russo di detenere per tre giorni e tre notti in camera di sicurezza i sacerdoti i quali, poi, furono consegnati nelle mani del vicario e ricondotti alla curia vescovile di Cariati.

Quali siano stati, poi, le conseguenze ecclesiastiche e i possibili provvedimenti disciplinari adottati contro i sacerdoti da parte delle autorità diocesane, non è dato sapere per mancanza di documentazione a riguardo. Si può solo supporre che, anche se sia stato aperto un qualche procedimento, forse, non produsse alcun esisto giacché dopo l’accadimento dei fatti (17 luglio 1763) il vescovo Carlo Ronchi sarebbe morto improvvisamente il 3 gennaio 1764 a Scala, odierna Scala Coeli.

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= TESTO REDATTO DA: MAURO SANTORO

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