Si sono detti e si sono contraddetti. Hanno giurato e spergiurato che questa riforma avrebbe finalmente risolto i problemi della giustizia in Italia, salvo poi dichiarare (senatrice Buongiorno) che solo un cretino potrebbe pensare che questa riforma è destinata a risolvere i problemi della giustizia in Italia. Hanno giurato e spergiurato che la riforma non serve a sottomettere la magistratura alla politica, salvo poi dire (ministro Nordio) che la riforma servirebbe anche alle opposizioni quando andranno loro al governo, e dire (presidente del Consiglio) che la Magistratura deve sostenere l’azione del governo, e non remare contro con quella sua assurda pretesa di applicare le leggi; magari le stesse leggi (come quella del decreto Caivano) orgogliosamente volute dal governo per punire i genitori che non mandano i figli a scuola, tipo quelli della “famiglia nel bosco”, paradossalmente eletti a simbolo della lotta del governo contro la Magistratura brutta, sporca e cattiva. Secondo il governo, se i famosi centri di detenzione in Albania non funzionano (a dispetto del famoso “fun-zio-ne-ran-no!” della presidente del Consiglio) bisogna darne la colpa ai magistrati, colpevoli – anche prescindendo da considerazioni di carattere umanitario – di applicare le leggi nazionali ed europee.
E, secondo chi ha voluto questa riforma, non bisogna stupirsi sentendo il ministro della Giustizia dire che vabbè, se la riforma è conforme alle desiderata di Licio Gelli, allora si vede che Licio Gelli aveva ragione. Quello stesso ministro della Giustizia secondo il quale bisognerebbe smetterla di accanirsi a cercare la verità quando è passato del tempo dal momento dell’esecuzione di un crimine, e che dài, che sarà mai se qualcuno si fa corrompere con delle mazzette, se le mazzette sono di modesta entità. Non bisogna stupirsi nemmeno sentendo la sua Capa di Gabinetto dichiarare con la bava alla bocca che con il “Sì” alla riforma “ci togliamo di mezzo i magistrati” e che i magistrati sono “plotoni di esecuzione”.
E non bisogna farsi delle domande, se gli eredi e i nostalgici di Silvio Berlusconi (quello iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, quello che disse che per fare il magistrato bisogna essere malati mentali) hanno gioito, innalzando ritratti del Grande Corruttore quando la maggioranza parlamentare ha approvato la riforma, e spinge disperatamente per il sì, e con loro una gran quantità di parlamentari inquisiti e/o condannati (Delmastro, Montarulli, Santanchè, Pittelli, Bossi, Salvini…)
Né bisogna stupirsi del fatto che inviti a votare sì una classe politica che da un lato ha inventato una gran quantità di reati destinati a punire i poveracci (rave party, manifestazioni, droghe leggere), e dall’altro ha rimosso dal codice penale o ha reso più complicato perseguire reati che, guarda caso, riguardano la classe politica (abuso d’ufficio, utilizzo delle intercettazioni…)
Pensando, poi, che questa classe politica si è dimostrata imbattibile nel fare leggi che è eufemistico definire scritte con i piedi, come la famosa tassa di due euro sui pacchi provenienti da paesi extracomunitari, e nel promuovere l’evasione fiscale con una raffica di condoni, è del tutto legittimo chiedersi come si possa pensare che chi fa tanto male delle leggi di ordinaria amministrazione, sia poi capace di fare bene una legge che modifica non uno, non due, ma ben sette articoli della Costituzione.
Ciliegina sulla torta, ecco l’ arruolamento nell’armata Brancaleone – pardon, nel partito del “Sì” – da parte della presidente del Consiglio, del vincitore del festival di Sanremo, quel Sal Da Vinci che con un sorriso a sessantaquattro denti canta a squarciagola “Per sempre sì”.
Che cosa dire a questo punto? Non posso escludere che, anche grazie a questa trovata, tanto populistica che più populistica non si può, il ”Sì”, dato in calo nei sondaggi, recuperi terreno e perfino vinca il referendum; ma anche mettendo da parte tutte le considerazioni di natura logica, giuridica e morale che precedono, a tutto c’è un limite.
Perciò, se non altro a causa di quest’ultima miserrima pacchianata, non posso che ribadire il mio voto al referendum sarà un fermo, deciso e non negoziabile “NO”.
Giuseppe Riccardo Festa
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