LA SOLITUDINE CHE UCCIDE: MORIRE LONTANO DA TUTTO!

Nelle aree interne la salute è un privilegio: la morte di Tonino Sommario denuncia un sistema che abbandona intere comunità

Longobucco

■Antonio Loiacono

Non è morto solo un uomo, lungo una strada di montagna.

È morta, ancora una volta, l’illusione che vivere a queste latitudini non significhi essere lasciati soli!

A Longobucco, quando il cuore di Tonino Sommario ha iniziato a cedere, non c’era un’ambulanza ad aspettarlo. Non c’era un presidio d’emergenza pronto a intervenire. Non c’era un sistema. C’era solo una famiglia, un’auto privata e quaranta chilometri di curve, tornanti, asfalto irregolare. Una corsa disperata contro il tempo, sapendo — forse già — che il tempo avrebbe vinto.

Tonino Sommario, 64 anni, operaio forestale e delegato Flai Cgil, è morto così, all’altezza di Cropalati. In un punto qualunque di una strada qualunque. Ed è proprio questo il centro della questione: nelle aree interne si muore nei “punti qualunque”, perché lì tutto è lontano, tutto è differito, tutto è rimandato. Anche il soccorso.

Quella che viene spesso raccontata come “fatalità” è, in realtà, una condizione permanente. Nei paesi montani dell’entroterra calabrese — e in molte altre aree interne del Paese — la solitudine non è solo sociale o geografica: è istituzionale. Manca l’ambulanza, mancano i presidi fissi, mancano le guardie mediche, spesso manca perfino il medico di base. Quando accade l’emergenza, non si chiama un servizio: si spera. E la speranza, in medicina d’urgenza, non è una cura.

A Longobucco, quel giorno, medici e farmacisti hanno fatto tutto ciò che era umanamente possibile. Hanno cercato un defibrillatore, si sono mossi di persona. Gesti che raccontano una comunità che prova a proteggersi da sola, perché sa di non poter contare su altro. Ma nessun eroismo individuale può sostituire un sistema pubblico che non esiste.

La morte di Tonino Sommario non è una ferita privata. È una crepa profonda nel racconto ufficiale di un Paese che continua a ripetere che “va tutto bene”. Non va bene, se per salvarsi la vita bisogna sperare che il malore avvenga nel posto giusto. Non va bene, se la residenza diventa un fattore di rischio. Non va bene, se l’uguaglianza dei diritti finisce dove iniziano le strade difficili.

La reazione della comunità è stata immediata, rabbiosa, dolente. Sui social si è riversato un sentimento che covava da tempo: la consapevolezza di essere abbandonati. A dirlo senza giri di parole è stato Antonio Baratta, segretario Cgil di Longobucco: «Qui, se ti senti male, sei solo. Altro che ambulanza H24. Altro che soccorso immediato».

Non è uno slogan. È una constatazione. I tempi di intervento sono incompatibili con le emergenze cardiache. Le distanze sono proibitive. Le strade, spesso, sembrano fatte apposta per scoraggiare. E quando tutto questo si somma, non resta spazio per una seconda possibilità.

Le responsabilità non sono astratte. Sono il risultato di anni di smantellamenti silenziosi, di presidi chiusi senza alternative, di promesse ripetute e mai mantenute. Le aree interne sono diventate territori dove si sopravvive finché va bene, e si muore quando va male. Senza clamore. Senza sirene.

Alla famiglia di Tonino Sommario spetta il rispetto che si deve a un dolore che non ha bisogno di parole. Alle istituzioni, invece, spetta qualcosa di diverso: una risposta. Perché la vera domanda non è quante ambulanze mancano, ma quanta solitudine siamo disposti a tollerare prima di chiamarla per nome.

E soprattutto: quante altre strade di montagna dovranno trasformarsi in confini tra la vita e la morte prima che qualcuno decida che anche qui, nell’interno, il diritto alla salute vale quanto altrove?

Perché quando un territorio resta solo, non è periferia.

È abbandono!

 

Views: 317

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta