Non è per l’attrice (peraltro bellissima) che interpreta Elena o almeno non solo per quello. Peraltro, presumo che inventandosi un’Elena nera Christopher Nolan abbia fatto volutamente una scelta furba e provocatoria, e stando ai risultati l’ha azzeccata, visto che tutti parlano del suo film e che il botteghino gli dà ragione. Io a vedere quel film non ci andrò per gli stessi motivi che mi hanno trattenuto dal vedere Troy di Wolfgang Petersen. Il fatto è che alle imitazioni ho sempre preferito gli originali, e nel caso dei capisaldi della letteratura mondiale gli originali sono i libri.
Ebbene sì, lo confesso: mi ostino a leggere libri, un po’ grazie alla spinta che fin da bambino mi dava mio padre, il quale insisteva a dire a noi figli: Studiate, fatevi una cultura; perché gli uomini possono togliervi la ricchezza, ma la cultura ve la può togliere solo Dio. Un altrettanto nobile concetto, molti anni dopo, ho sentito echeggiare nelle parole di Umberto Eco: Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…
Chi legge, aggiungo io, stabilisce un rapporto diretto con l’opera e col suo autore, senza altri intermediari che il traduttore, se l’opera è tradotta.
Io ho avuto la fortuna di frequentare la scuola quando in seconda media si leggeva l’Iliade – tutta l’Iliade! – nella traduzione di Ippolito Pindemonte, e poi in terza l’Odissea, nella versione di Vincenzo Monti che non conosceva il greco e si servì di versioni in latino (“gran traduttor dei traduttor d’Omero”, lo sbeffeggiò Ugo Foscolo) ma comunque si sforzò di restare fedele allo spirito e alla lettera del poema; e in quarto ginnasio studiai tutta l’Eneide, nella ponderosa traduzione di Annibal Caro ma con frequenti incursioni nell’originale virgiliano, tanto che ancora ne ricordo a memoria alcuni brani (Conticuere omnes, intentique ora tenebant; inde summo toro pater Aeneas sic orsus ab alto: “Infandum, regina, iubes renovare dolorem, troianas ut opes et lamentabile regnum eruerint Danai…”). In quinto ginnasio toccò a I Promessi Sposi di Manzoni. Nel triennio finale, poi, si approdava alla Commedia di Dante. Per tutti questi capolavori ebbi la fortuna di avere insegnanti capaci di farmeli amare, non semplicemente studiare, e so che anche oggi ci sono insegnanti capaci di farlo, e soffrono di fronte a programmi che di queste opere non prevedono ormai che la lettura di qualche brandello qua e là, o sentendo il ministro Valditara dire che I Promessi Sposi sono un’opera inadatta ai ragazzi del secondo superiore.
Chi legge, dicevo, stabilisce con l’opera un rapporto diretto: scorrendo le righe si crea lui la scenografia; immagina lui, sulla base della descrizione, i tratti, le espressioni, i movimenti dei personaggi; vive lui, direttamente, le vicende nelle quali si immerge; si crea lui, insomma, una visione dell’opera, basata comunque sul testo autentico. Vedere al cinema una rappresentazione dei grandi classici significa invece accettare che tutto questo lo faccia un altro, il regista, che propone al pubblico una lettura dell’opera tutta personale e non di rado arbitraria. Il che va benissimo se il pubblico con l’opera non ha mai avuto alcun contatto se non attraverso riassunti all’americana, tipo “i libri condensati” della Reader’s Digest, oppure ne conosce vaghi accenni, o conserva ricordi nebbiosi di quelle letture parziali e superficiali previste dagli attuali programmi scolastici: quel pubblico si accosta all’Illiade, all’Odissea e agli altri grandi poemi e romanzi con lo stesso approccio che riserva a Matrix o a un pulp di Quentin Tarantino: un film come un altro, da guardare sgranocchiando pop-corn e sorbendo Coca-Cola con la cannuccia.
Nell’adattamento cinematografico, anche il più accurato (figurarsi in questi all’americana) non resta nulla dello stile dell’autore, nulla delle similitudini, nulla della cura nella ricerca delle parole giuste da mettere al posto giusto: resta la vicenda, o meglio, il guscio della vicenda, visto che per giunta il regista rimaneggia, sforbicia, rielabora, trasforma insomma in altro il testo dal quale è partito. Il romanzo Il nome della Rosa, ad esempio, è volutamente lento, trabocca di riferimenti storici, filosofici e religiosi e di descrizioni minuziose che spariscono nel film di Annaud; Annaud che, va detto, ci tenne, onestamente, ad ammettere di aver usato il romanzo come un canovaccio e di non aver voluto restituire – cosa peraltro impossibile – l’intera panoplia di significati contenuti nel libro.
Ho avuto conferma, da chi il film l’ha visto, che Nolan non si è peritato di stravolgere la narrazione omerica (in termini tecnici ne ha fatto carne di porco) proponendo un Ulisse che ha molto di nolanico ma di omerico ha ben poco, come è tipico dei creatori di filmoni hollywoodiani, il che mi ha confermato nella scelta di non vedere quel film. Allo stesso modo, e per non diversi motivi, mi astengo dall’assistere a rappresentazione “creative” di melodrammi di cui i registi riscrivono a loro piacimento la scenografia, i costumi, la collocazione storica e geografica e perfino la vicenda, infischiandosene delle indicazioni del libretto.
Se già mi sembrerebbe di mettermi in bocca del cibo premasticato da qualcun altro assistendo a un adattamento che cerca di essere fedele al testo, in questi altri casi avrei l’impressione, in bocca, di mettermi il suo vomito.
Giuseppe Riccardo Festa
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