CINQUECENTO PARÀ PER LE STRADE. MA CHI EDUCA I NOSTRI FIGLI?

Parà all'ombra della "Madonnina"! (foto AI)

■Antonio Loiacono

L’EDITORIALE

Cinquecento militari in più. Anzi, cinquecento parà, come li ha annunciati oggi Matteo Salvini al termine del vertice in Prefettura a Milano. Una risposta muscolare, immediata, facilmente comprensibile anche in uno slogan: ci sono problemi di sicurezza, arrivano i soldati. La politica annuncia, le divise si mobilitano, il messaggio passa. E per un momento sembra che il problema abbia trovato la sua soluzione.

Ma la sicurezza non è una fotografia con i militari sullo sfondo. È un lavoro quotidiano, spesso silenzioso, che dovrebbe cominciare molto prima che una piazza diventi teatro di violenze e che l’emergenza si trasformi in una conferenza stampa.

Sia chiaro: chi aggredisce, devasta, minaccia o trasforma una manifestazione in un’occasione per regolare i conti con la legge non può nascondersi dietro il diritto al dissenso. Manifestare pacificamente è un diritto. Aggredire non lo è. E chi deve garantire l’ordine pubblico ha diritto a operare senza essere bersaglio di violenze, intimidazioni o aggressioni. Le regole vanno rispettate da tutti, non soltanto da chi indossa una divisa.

Proprio per questo, però, una domanda va posta: cinquecento militari possono contribuire a presidiare le strade, ma possono risolvere da soli ciò che porta una parte dei giovani a considerare la violenza una forma di espressione?

La risposta è no. E non perché i militari siano inutili, ma perché non è questo il loro compito.

Il governo può rafforzare i controlli, aumentare i presidi, sostenere le forze dell’ordine e applicare le leggi. Sono strumenti necessari, quando servono. Ma sarebbe un errore scambiare uno strumento di sicurezza per una politica di prevenzione. Se si arriva a schierare altri uomini per contenere una situazione critica, bisogna farlo quando è necessario e, contemporaneamente, bisogna chiedersi che cosa non abbia funzionato prima.

Perché i ragazzi non diventano violenti tutti nello stesso giorno, tutti insieme e per una misteriosa congiura dell’adolescenza. Le responsabilità sono individuali, certo. Ma la prevenzione riguarda anche gli adulti, le famiglie, la scuola, i servizi sociali, le istituzioni e una società che troppo spesso si accorge dei giovani soltanto quando fanno notizia.

Qui comincia il capitolo meno comodo. Quello che non si risolve con una dichiarazione davanti alle telecamere.

Chi educa i nostri figli? La domanda non serve a mettere sul banco degli imputati tutte le famiglie, tutti gli insegnanti o un’intera generazione. Sarebbe una scorciatoia altrettanto ingiusta. Serve, piuttosto, a ricordare che l’educazione è una responsabilità condivisa e che nessuna istituzione può considerarsi assolta scaricando il problema altrove.

La famiglia non può delegare tutto alla scuola. La scuola non può sostituirsi alla famiglia. Le istituzioni non possono limitarsi a intervenire quando il disagio esplode. E la politica non può invocare l’autorità dello Stato senza interrogarsi sulla qualità dei servizi, delle opportunità e degli spazi che offre alle nuove generazioni.

Poi c’è la questione dei social network. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito i fatti di Milano il frutto di quella che chiama «guerra ibrida», indicando anche il possibile ruolo delle piattaforme digitali e di una sorta di «controeducazione». È una lettura politica che merita attenzione, ma non può diventare una spiegazione automatica di ogni episodio di violenza.

I social possono amplificare l’odio, rendere virali le provocazioni, trasformare l’aggressività in spettacolo e regalare visibilità a chi cerca notorietà attraverso lo scontro. Tutto questo va affrontato seriamente. Ma una cosa è riconoscere un rischio, un’altra è dimostrare che dietro specifici disordini vi sia una regia esterna. Per sostenere un’accusa del genere servono elementi verificabili, non soltanto una definizione efficace.

Altrimenti la «guerra ibrida» rischia di diventare una formula buona per spiegare tutto e, proprio per questo, incapace di chiarire davvero qualcosa.

Resta allora la questione politica. Mandare più militari è una decisione che si può valutare sulla base delle necessità operative e dei risultati. Ma non può diventare il surrogato di una strategia complessiva. Perché il presidio delle strade è una parte della sicurezza, non tutta la sicurezza. E perché la presenza dello Stato non si misura soltanto dal numero delle divise visibili, ma anche dalla capacità di prevenire il disagio, far rispettare le regole e offrire alternative concrete alla marginalità.

C’è una differenza sostanziale fra governare un’emergenza e limitarsi a inseguirla. Nel primo caso si interviene, ma si studiano anche le cause. Nel secondo si arriva dopo, si rafforzano i controlli e si aspetta la prossima emergenza.

E quando arriva, si ricomincia!

I cinquecento militari, dunque, possono essere una risposta utile se il quadro della sicurezza lo richiede. Ma non devono diventare l’alibi per evitare le domande più difficili. Chi commette violenze deve risponderne. Chi sbaglia deve essere individuato sulla base dei fatti. Chi manifesta pacificamente deve poterlo fare. E chi governa deve dimostrare che, oltre a sapere mandare uomini in strada, sa costruire le condizioni perché la violenza non diventi una scorciatoia.

Perché uno Stato autorevole non è quello che rinuncia alla forza quando serve. È quello che sa usarla secondo la legge, senza confonderla con l’educazione, la prevenzione o il consenso.

Cinquecento militari possono presidiare le strade. Ma non possono essere chiamati a fare anche i genitori, gli insegnanti, gli educatori e la politica. Se arrivano a svolgere il primo compito, lo Stato deve garantire la sicurezza.

Se vogliamo evitare di doverli chiamare sempre più spesso, dobbiamo cominciare a occuparci anche di tutto il resto!

 

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