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DOVE FINISCONO LE COLLINE COMINCIA IL CORAGGIO. LA STORIA DI GIUSEPPE ABBRUZZESE, RAGAZZO DI DUE RIVE E DI UNA SOLA RADICE!

L'approdo nel settore giovanile professionistico del Venezia FC diventa il simbolo di una generazione cresciuta lontano dalla Calabria, ma ancora capace di riconoscersi nelle proprie radici

Da sin.: Giuseppe Abbruzzese e il papà Goriziano

■Antonio Loiacono

Certe terre non si lasciano dietro le spalle. Le puoi attraversare da bambino, puoi abitarle soltanto nei racconti di un padre o di un nonno, puoi ritrovarle nelle fotografie ingiallite appese a una parete o nel profumo acre dell’olio nuovo che arriva in tavola. Restano lì, ostinate, come la pietra dei muri antichi che hanno imparato a resistere al vento.

Scala Coeli è uno di quei luoghi. Un paese che non alza la voce, ma sa parlare a chi lo porta dentro. Le sue colline guardano lo Jonio senza fretta. Gli ulivi sembrano custodire più ricordi che frutti. Le campane scandiscono un tempo diverso, quello che non corre dietro agli orologi ma alle stagioni.

È da questo silenzio che, in qualche modo, parte anche la storia di Giuseppe Abbruzzese.

Non è nato tra quelle strade. È nato a Venezia, città d’acqua, di ponti e di maree. Eppure le radici hanno una geografia tutta loro. Non chiedono il certificato di nascita. Cercano il sangue, la memoria, le parole che un padre ripete senza accorgersene.

Quel padre si chiama Goriziano ed è figlio di Scala Coeli. La madre, Mariarosaria, arriva da Cariati. Due paesi della costa ionica, due comunità abituate a vedere partire i propri giovani con una valigia piena di speranze e un biglietto di sola andata. Così Giuseppe è cresciuto in laguna, ma con un pezzo di Calabria cucito addosso come una fodera invisibile.

Le storie importanti iniziano quasi sempre lontano dai riflettori. Non davanti a uno stadio pieno, ma in un campetto dove il pallone rimbalza male e costringe a inventare ogni controllo. In quei luoghi il calcio è ancora un linguaggio prima di diventare una professione.

Nel 2021 Giuseppe muove i primi passi nell’ASD Zerman. È uno dei tanti bambini che inseguono un pallone con la stessa ostinazione con cui si rincorre un pomeriggio d’estate. Nessuno può sapere quale strada prenderà quella corsa.

Poi arriva il Venezia Football Academy. Cambiano i compagni, aumenta il livello, crescono le responsabilità. Ma soprattutto cresce lui.

Ci sono ragazzi che aspettano la partita per entrare in scena. Giuseppe, invece, sembra cercarla. La chiama. La piega al proprio ritmo. Centrocampista sulla carta, interprete libero sul prato. Costruisce, recupera, inventa e, quando vede uno spiraglio, colpisce.

Sessantasette gol in trenta partite raccontano molto. Ma non raccontano tutto.

I numeri sono fotografie. La crescita è un film!

Perché dietro quelle reti c’è un ragazzo che ha imparato a confrontarsi anche con avversari più grandi, giocando spesso nella categoria superiore. C’è un fisico già importante per la sua età, un’ambidestria rara, un colpo di testa autorevole, un tiro capace di sorprendere. Ma soprattutto c’è quella qualità che nessuna statistica riesce a misurare: la capacità di capire il gioco un istante prima degli altri.

È probabilmente questo che ha convinto il Venezia FC ad aprirgli le porte del proprio settore giovanile professionistico.

Dalla prossima stagione vestirà la maglia arancioneroverde dell’Under 14 Pro. Un passaggio che molti leggeranno come un semplice trasferimento sportivo. Sarebbe riduttivo.

Ogni ragazzo che arriva da una famiglia emigrata porta sulle spalle un’eredità che pesa e protegge allo stesso tempo. I genitori partono per costruire opportunità che nei paesi d’origine spesso mancavano. I figli raccolgono quel sacrificio senza averlo vissuto direttamente. Lo respirano nei racconti delle estati trascorse al Sud, nelle tavolate affollate, nei nomi dei parenti pronunciati con nostalgia.

Per questo la firma di Giuseppe non appartiene soltanto a lui.

Appartiene anche a quelle famiglie calabresi che hanno attraversato l’Italia inseguendo lavoro e dignità, senza mai rescindere il filo che le teneva legate ai paesi lasciati alle spalle.

Scala Coeli conosce bene queste partenze.

Le conoscono le finestre chiuse per undici mesi all’anno. Le conoscono le piazze che ad agosto ritrovano improvvisamente le voci dei figli tornati da lontano. Le conoscono gli anziani che aspettano l’estate per riabbracciare nipoti cresciuti parlando un’altra inflessione, ma capaci di riconoscere subito il sapore di casa.

In fondo Giuseppe è anche questo.

È il volto di una generazione che può nascere altrove senza smarrire la propria origine.

È la dimostrazione che le radici non servono a trattenere, ma a dare equilibrio quando il vento cambia.

Anche le convocazioni agli stage territoriali della FIGC raccontano una traiettoria in continua ascesa. Sono segnali importanti, certo. Ma il calcio è un mestiere severo. Non concede scorciatoie. Ogni stagione cancella ciò che è stato e obbliga a ricominciare.

Forse è proprio questa la parte più bella della sua storia.

Non esistono certezze: esiste soltanto il diritto di provarci.

Ed è questo che rende la vicenda di Giuseppe così vicina a quella di tanti ragazzi del Sud. Perché ogni piccolo paese custodisce bambini che rincorrono un pallone, uno strumento musicale, un libro o un sogno qualsiasi. Non tutti arriveranno lontano. Ma tutti hanno bisogno di sapere che partire non significa dimenticare.

Un ragazzo che cresce bene non è mai una vittoria esclusivamente sportiva, è una vittoria educativa.

È la conferma che una famiglia ha seminato valori prima ancora che aspettative.

È la prova che talento e disciplina possono camminare insieme.

Da oggi Giuseppe Abbruzzese entrerà in un ambiente dove ogni allenamento sarà un esame e ogni partita un nuovo capitolo. Il professionismo giovanile non regala nulla. Ti osserva, ti misura, ti mette continuamente alla prova. È un laboratorio di caratteri, prima ancora che di calciatori.

Per questo sarebbe un errore caricare questo ragazzo di profezie. Il futuro appartiene a chi sa aspettarlo lavorando, non a chi pretende di indovinarlo.

C’è però un’immagine che vale più di qualsiasi previsione.

Da una parte Venezia, con i suoi canali che insegnano all’acqua a trovare sempre una strada. Dall’altra Scala Coeli, con le sue colline ferme come una promessa mantenuta. In mezzo c’è un ragazzo che porta dentro entrambe.

L’acqua gli indica il movimento, la terra gli ricorda da dove viene.

E forse è proprio questo il privilegio più grande: scoprire che si può andare lontano senza recidere le proprie radici, perché alcune non trattengono. Sostengono.

Come gli ulivi quando il vento dello Jonio piega i rami ma non riesce mai a piegare la loro anima.

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