■Antonio Loiacono
La collina sembra immobile, ma non lo è.
Il vento che risale dallo Ionio stacca zolle di terra, l’acqua scava piccoli solchi, l’erba inghiotte gradualmente ciò che resta di muri, pavimenti, tracce di vita antica. Chi passa in fretta lungo la statale vede solo una macchia di vegetazione, una delle tante nel paesaggio increspato di Calopezzati. Eppure, sotto quella coperta verde, resiste un frammento di storia romana: una villa di due millenni fa affacciata sul mare, portata alla luce a più riprese, poi di nuovo semi-nascosta dall’incuria e dal tempo.
Per tenerla in vita, oggi, non bastano archeologi e tecnici. Servono soprattutto cittadini che non si rassegnano.
Quel ruolo lo interpreta il circolo Legambiente “Nicà” con sede in Scala Coeli, una piccola comunità di attivisti che da anni presidia il territorio, dalle campagne alla “Biovalle del Nicà”, fino ai siti archeologici dimenticati. Sono gli stessi che hanno denunciato gli sversamenti di percolato dalla discarica di località Pipino, diventati un caso simbolo di vulnerabilità ambientale calabrese. Ora puntano lo sguardo su un altro fronte: la tutela di ciò che rimane della villa romana di Gadice, nel territorio di Calopezzati.
L’ultima tappa di questa storia prende forma con un nuovo documento, firmato dal presidente del circolo, Nicola Abruzzese, e indirizzato alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cosenza, al Ministero della Cultura e al Comune di Calopezzati. La lettera ricostruisce i passaggi già compiuti: la segnalazione inviata al Ministero, l’invito rivolto alla Soprintendenza a verificare lo stato del sito, il sopralluogo ufficiale svolto il 16 settembre 2025, alla presenza del funzionario archeologo territorialmente competente e dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza. È stato il primo vero momento in cui lo Stato ha rimesso piede, in modo strutturato, su quell’area.
Da allora, però, il tempo ha continuato a fare il suo mestiere: erodere.
Nel documento Legambiente sottolinea che, per quanto è dato osservare, le condizioni del sito appaiono oggi peggiorate, complice una combinazione di fattori: l’assenza di interventi ordinari di pulizia e manutenzione, l’esposizione continua agli agenti atmosferici, il rischio di danneggiamenti irreversibili alle strutture affioranti. Non è un allarme generico: è la constatazione che, in assenza di azioni minime e ricorrenti, ogni stagione sottrae qualcosa alla leggibilità delle evidenze archeologiche.
Da qui la richiesta di un aggiornamento, cortese ma perentorio, sugli sviluppi successivi al sopralluogo. L’associazione domanda alla Soprintendenza se siano state avviate procedure interne, se esistano valutazioni tecniche sul livello di rischio e se siano in corso o programmabili forme di collaborazione esterna. Le possibilità non mancano: nelle scorse settimane è emersa la disponibilità dell’Università di Salerno a lavorare in sinergia con l’amministrazione statale su progetti di ricerca e valorizzazione; al tempo stesso, il Comune di Calopezzati si è detto pronto a fornire supporto logistico alle attività che verranno pianificate.
L’idea, in filigrana, è quella di costruire una piccola alleanza territoriale capace di trasformare l’abbandono in occasione di rinascita.
Un ateneo con competenze archeologiche e di gestione dei beni culturali, una Soprintendenza con gli strumenti giuridici e scientifici, un’amministrazione comunale che apra strade, metta a disposizione spazi, agevoli l’accoglienza: sono tasselli che, se uniti, possono fare di Gadice non solo un cantiere di scavo, ma un laboratorio didattico, un luogo di formazione sul campo, un punto di partenza per forme di turismo lento e consapevole nella dorsale ionica cosentina. Modelli analoghi sono già attivi in altri territori del Mezzogiorno, dove la collaborazione tra università, ministero e comuni ha prodotto percorsi di ricerca e fruizione stabili.
Il nodo, però, resta quello dei tempi.
Le programmazioni annuali degli interventi ministeriali – ricorda Legambiente – si definiscono proprio in questi mesi. Se il sito non entra adesso nell’agenda della Soprintendenza, il rischio è di perdere un intero anno, mentre l’erosione continua e le condizioni ambientali non concedono proroghe. Per questo nella lettera viene delineato un vero e proprio “profilo di urgenza”: non si chiede di scavalcare procedure o priorità, ma di tener conto che, in assenza di interventi ordinari minimi, la situazione potrebbe presentare in tempi brevi criticità più serie e costose.
Pur mantenendo un tono rispettoso, il testo segna una maturità civica rara nelle zone interne.
L’associazione non si limita a denunciare: propone, offre collaborazione, mette a disposizione competenze e relazioni, riconosce i vincoli e le complessità dell’amministrazione pubblica. Chiede, in sostanza, di poter partecipare alla costruzione di un percorso condiviso di tutela e valorizzazione, in cui la comunità locale non sia spettatrice ma parte attiva. È la prosecuzione di un lavoro iniziato da anni, fatto di monitoraggi sul campo, segnalazioni puntuali, iniziative culturali e battaglie ambientali che hanno già inciso sulla percezione del territorio.
Alla base resta una domanda che riguarda non solo Gadice, ma l’intera Calabria ionica e, più in generale, le periferie archeologiche d’Italia.
Quanti siti “minori” – fuori dai grandi circuiti turistici, lontani dagli skyline delle città d’arte – stanno scivolando nel degrado per mancanza di manutenzione ordinaria, progettualità, investimenti? E quante comunità, come quella di Scala Coeli, stanno provando a colmare con il volontariato un vuoto di responsabilità istituzionale? Non è solo una questione di conservazione materiale: è il futuro di una memoria collettiva che rischia di impoverirsi, riducendo il patrimonio a poche cartoline stereotipate.
Immaginare un epilogo diverso significa, per Gadice, restituire voce alle sue pietre.
Un domani, se le richieste di oggi troveranno ascolto, quella collina potrebbe diventare un luogo aperto, attraversato da studenti, ricercatori, famiglie, camminatori. Si potrebbero seguire gli allineamenti delle murature antiche, leggere i pannelli che spiegano la vita quotidiana di una villa romana affacciata sul mare, partecipare a laboratori di archeologia pubblica. La stessa comunità che oggi scrive lettere potrebbe accompagnare visitatori e scuole, trasformando il presidio di denuncia in presidio culturale.
Perché questo accada, il tempo deve smettere di essere solo un nemico silenzioso e diventare una scelta.
Ogni giorno in più senza interventi è un granello di storia che si perde; ogni giorno in cui istituzioni, università e territorio decidono di cooperare è, invece, un frammento di futuro che si aggiunge. È forse questo il senso più profondo dell’appello che arriva dalla collina di Gadice: chiedere che la storia non sia soltanto qualcosa che si studia sui libri, ma una presenza fragile da proteggere, qui e ora, prima che l’erba la ricopra definitivamente e il paesaggio torni muto.
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