SAN MORELLO, LA FRANA CHE ACCUSA LO STATO: QUANDO L’OMISSIONE DIVENTA RESPONSABILITÀ POLITICA

Non è crollata una montagna. È crollato un alibi

LA FRANA A SAN MORELLO

Antonio Loiacono

La frana che nella serata del 29 dicembre ha nuovamente colpito Via Motta della Chiesa, nella frazione San Morello di Scala Coeli, non è un evento naturale imprevedibile. È l’esito finale – e perfettamente annunciato – di una catena di omissioni istituzionali che oggi non possono più essere archiviate come inefficienze o ritardi tecnici. Qui si parla di responsabilità politiche, amministrative e morali.

Il quadro era noto. Formalmente certificato. Protocollato. Dal 20 gennaio 2025 un’ordinanza sindacale vietava il transito pedonale e veicolare per il rischio concreto di nuovi crolli. Un verbale tecnico dell’ingegnere comunale e della Polizia Locale attestava la pericolosità dell’area. I cittadini avevano segnalato, sollecitato, scritto. Non una volta. Non a un solo ente. Comune, Prefettura, Regione Calabria, Protezione Civile: tutti informati, nessuno intervenuto.

In questo vuoto operativo si è consumata la responsabilità più grave: sapere e non agire.

Le transenne lasciate a marcire, i massi mai rimossi, l’assenza totale di opere provvisorie di messa in sicurezza non sono dettagli. Sono atti amministrativi mancati. Sono scelte. E le scelte, in uno Stato di diritto, hanno nomi e cognomi, anche quando si tenta di nasconderle dietro la burocrazia.

La politica locale ha preferito l’ordinanza all’azione, il divieto alla soluzione. Gli enti sovracomunali hanno scelto il silenzio. La Regione, che dovrebbe presidiare le emergenze idrogeologiche, è rimasta distante. La Protezione Civile, invocata, non pervenuta. Un rimpallo muto che ha lasciato un borgo isolato, esposto, vulnerabile.

La frana del 29 dicembre non ha fatto vittime solo per una coincidenza. Ma basare la sicurezza pubblica sulla fortuna non è amministrare: è azzardare sulla pelle dei cittadini.

San Morello conosce bene questa dinamica. Negli anni Sessanta dovette arrivare allo strappo democratico per ottenere una strada, la luce, l’acqua. Allora lo Stato intervenne perché la vergogna divenne nazionale. Oggi, invece, l’abbandono è più sottile, più educato, più pericoloso: è l’abbandono che si consuma nei fascicoli chiusi e nelle competenze non esercitate.

Qui non si chiede l’impossibile. Si chiede perché, a distanza di mesi, nessun intervento di messa in sicurezza sia stato avviato. Si chiede perché una segnalazione reiterata e circostanziata non abbia prodotto nemmeno una risposta formale. Si chiede perché, in Calabria, la prevenzione continui a essere trattata come un’opzione e non come un obbligo costituzionale.

La politica non può presentarsi solo dopo il disastro. Non può limitarsi a prendere atto di ciò che era stato previsto. Perché a quel punto non è più gestione dell’emergenza: è gestione della colpa.

San Morello oggi non è un caso locale. È un precedente. È la dimostrazione plastica di cosa accade quando lo Stato arretra, quando la Regione si defila, quando il Comune resta solo o sceglie di restarlo. Ed è un monito: la prossima frana, se non verrà fermata prima, non sarà più solo un titolo di cronaca. Sarà un atto d’accusa definitivo.

E allora la domanda non è più se qualcuno interverrà.

La domanda è chi risponderà di ciò che non è stato fatto!

 

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