Romanzo dell’autrice originaria di Roccabernarda

Da Il Crotonese di martedì 1 novembre 2011 Romanzo dell’autrice originaria di Roccabernarda CALABRIA IN GIALLO NEL ROMANZO DI ANGIOLINA OLIVETI L’enigma dell’Albergo delle Fate di Assunta Scorpiniti L’Albergo delle Fate, tra i vigorosi pini larici di Villaggio Mancuso, per più di cinquant’anni era stato l’unica attrattiva della Sila per gli abitanti del Catanzarese e del Marchesato di Crotone. All’interno del rinomato centro turistico montano, era poi diventato solo un piccolo hotel, e, un giorno, il teatro di un drammatico mistero: cosa ci faceva il cadavere del locrese Sebastiano Jèllamo nel burrone sottostante? L’omicidio era da imputare a una resa di conti, alla lotta tra ‘ndrine o a qualcosa di più grosso? E di chi era la voce anonima che informava l’ispettore Argento ? Su questi interrogativi, Angiolina Oliveti costruisce l’enigma di un avvincente romanzo poliziesco, intitolato proprio “L’albergo delle fate”, che nel 2010 è stato pubblicato dalle Edizioni Helicon di Arezzo. L’ispettore Filippo (detto Pippo) Argento, poliziotto siciliano in servizio a Catanzaro, si trova a tenere le fila di un’indagine complessa, condotta con fedeli collaboratori e chiaramente collegata alla ‘ndrangheta e ad altri omicidi (della donna di Jèllamo e di un incolpevole cameriere dell’albergo), i quali irrompono sulla scena a infittire un mistero fatto di amore e morte, ma anche di operazioni criminali di respiro ampio, riguardanti, tra l’altro, il terrorismo e il traffico internazionale di armi. Con abilità, la Oliveti inserisce, nel quadro ambientale compreso tra Catanzaro, la Sila piccola e la Locride, descritto nei dettagli, una serie di temi, situazioni, personaggi riconoscibili e idonei a rendere più lieve il margine tra realtà e finzione: dai gatti neri, all’omicidio Fortugno, ai “silenzi di pietra” dei paesi della locride; e, poi, i “crustuli” caldi, la pericolosa 106 jonica, il vento di Catanzaro, i criminali turchi, le menzepampine delle organizzazioni, una sorta di “finestra sul cortile”, che con discrezione, consente di osservare le pratiche del malaffare. L’autrice sa creare le atmosfere d’effetto; basti immettersi sull’inquietante percorso dell’agente Scarpino tra i vicoli di Locri, per raggiungere casa Jèllamo, prima degli spari che lo feriscono, per fortuna, non a morte: “… Era sicuro che qualcuno lo stava spiando. Sentiva soltanto il rumore dei suoi passi e un leggerissimo tremolio delle foglie dei tigli a cui passava accanto. Si sentì addosso il fiato dei fantasmi che non riusciva a vedere. Eppure c’erano”. Poi ci sono le figure femminili, forti e reali, nello svolgersi della storia. C’è Catuzza dai capelli come una capra sciara o l’immigrata clandestina “bella come una principessa delle Mille e una Notte”, o, ancora Savina, sorella dello sfortunato testimone; donne e vittime, consapevoli o meno, della loro appartenenza al sistema criminoso. Altre, come Lucia e Anna, offrono l’olocausto della loro esistenza allo stato e alle sue leggi, per il solo fatto di essere mogli di poliziotti. I richiami d’impegno civile sono, dunque, diversi, individuabili anche nelle riflessioni tra le righe, che si pongono come denuncia contro il potere mafioso (chi si dissocia dalle cosche muore), gli scempi ambientali (“tutti s’innamorano della Calabria, ma poi nessuno fa niente…”), e come ricerca di valori: della cultura, occasione di riscatto (i libri di Catuzza) e della legalità che, alla fine, ha la sua affermazione. Tutti questi aspetti sono tenuti dall’autrice costantemente sotto controllo, affinché rendano verosimile la narrazione e, nel contempo, mantengano con il fiato sospeso il lettore, portato a condividere, con il protagonista, sentimenti, tensioni, modi d’indagine e azioni che si susseguono, fino all’epilogo, quando, nel rispetto delle caratteristiche specifiche di questo tipo di romanzo, il caso, finalmente, è risolto. Il genere, a quanto pare, appassiona la scrittrice nata a Firenze ma originaria di Roccabernarda (KR), che, dopo varie esperienze letterarie, lo ha scelto per esprimere il suo grande talento di narratrice, da tempo riconosciuto anche fuori dalla Calabria. Angiolina Oliveti lo pratica, infatti, secondo le regole e i limiti prescritti, utilizzati, tuttavia, come si è visto, in modo da poter ricavare, all’interno di essi, ulteriori spazi espressivi, nei quali far risaltare il legame con la terra calabrese e l’ispirazione meridionalista che hanno fortemente contraddistinto altre sue opere narrative, a partire da “Con la testa all’indietro” (2003), poi con “Roccafuscalda e il tempo della meridiana” (2005) e “Cent’anni nel borgo senza tempo”(2006), pubblicate dalla casa editrice cosentina Progetto 2000. Elementi presenti, in verità, anche nel suo romanzo sociale “Segreti ed utopie”, pubblicato nel 2006 dall’editore aretino, che ha preceduto quello che è stato un vero e proprio tuffo nella letteratura gialla; da “Le rose nel cestino” (2008), a “La mosca” (2008), pure editi da Helicon, fino al più recente, l’autrice ha compiuto un percorso graduale, che l’ha portata a delineare e, soprattutto, a perfezionare, con eccellenti esiti, un proprio stile, in un genere considerato ormai di tradizione ma poco frequentato dagli autori di casa nostra. SCHEDA BIBLIOGRAFICA Oliveti Angiolina, L’albergo delle fate, 2010, Arezzo, Edizioni Helicon, Pag. 176, Euro 15.

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