MENO MALE CHE C’È SAN REMO

Qualcuno se lo ricorderà, Elvis Presley che nel 1964, in un film stupidino anziché no, cantava “Viva Las Vegas”. Beh, è difficile trovare un film interpretato da Presley che non fosse stupidino anziché no: come cantante -– se piace il genere – tanto di cappello, ma come attore e come soggetti non era certo da Oscar.

Noi non abbiamo un Presley che canti “Viva Las Vegas”; però abbiamo il rito annuale di “Viva San Remo”, al quale l’’intelligenza e la garbata ironia di Fabio Fazio, supportate dall’’ironia e dall’’intelligenza forse meno garbate, ma sicuramente efficaci di Luciana Littizzetto, l’’anno scorso hanno dato una sferzata di interesse e di sopportabilità che quel rito, di solito, non possiede.

Anche quest’’anno il Fabio e la Luciana nazionali sono i protagonisti della kermesse; sul piano quindi delle attività estranee alla competizione musicale abbiamo la quasi certezza che il divertimento, la riflessione e l’’approfondimento non mancheranno.

Per giunta, Beppe Grillo ha minacciato –- pardon –- ha promesso che martedì a Sanremo ci sarà pure lui. Probabilmente, col garbo e l’’eleganza che lo contraddistinguono, tuonerà contro la vacuità di una simile tradizione, stigmatizzerà gli sprechi della RAI e condannerà i cachet assurdi corrisposti ai personaggi che si alterneranno sul palco dell’’Ariston. Che poi su quel palco, e non una sola volta, e una volta addirittura da presentatore, ci sia salito pure lui, questo non vuol dire.

Parliamo dello spettacolo. Anche quest’anno, come ogni anno, tutti si chiedono quali personaggi, appunto, si alterneranno sul palco in veste di ospiti. Si sa che ci sarà Laetitia Casta, si vocifera di PIF, e si sa che non ci saranno grandi star internazionali: quelle alla John Travolta che arrivano, dicono due scemenze ovvie e scontate, si prendono il cachet da 200.000 euro e se ne vanno.

Come sempre, fra ospiti, presentatori, anteprime Festival, Dopofestival e pubblicità, l’’aspetto che meno sembra attrarre l’interesse del pubblico è proprio quello della competizione musicale. Al riguardo Fabio Fazio, direttore artistico, ha reso noto che le canzoni sono tutte romantiche: come dire che ha lasciato l’’impegno sociale, la protesta, la crisi – in una parola: il magone – fuori dal teatro.

E in fondo, se si guarda al mondo che circonda quel teatro, ha fatto bene. In Siria il regime continua ad assediare e bombardare Aleppo ed altre città, massacrando e affamando la propria popolazione; in Cambogia la gente si chiede se ci sia poi una gran differenza fra il morire di fame e di stanchezza nei campi di Pol Pot e il morire di fame e di stanchezza nelle fabbriche, proprio come succede in Bangladesh, in Cina, in India e tanti altri Paesi “emergenti”; a proposito di India, da quelle parti lo stupro con annessa tortura e assassinio di donne e bambine sembra uno sport più diffuso del cricket; in Irak le autobombe (che tanti giornalisti, chissà perché, continuano a chiamare “autobomba” anche al plurale) continuano a esplodere davanti alle moschee e gli attentatori suicidi a fare strage di gente nei mercati; in Egitto si fa partorire una ragazzina colpevole di protestare con le manette ai polsi; in Norvegia Breivik, l’’assassino di un centinaio di ragazzini colpevoli di essere laburisti, minaccia lo sciopero della fame perché lo spietato regime carcerario del suo Paese non gli concede la Playstation 3; gli USA trovano del tutto normale spiare chiunque, a partire dai propri alleati e “amici”, perché per loro la parola “democrazia” si usa solo al condizionale, nel senso che è democratico, da quelle parti, solo ciò che conviene alla sicurezza, al benessere e agli interessi degli USA medesimi, tanto che l’’Europa, cito letteralmente una “diplomatica” statunitense, “può farsi fottere”. Meno male che è diplomatica: figurarsi se fosse una cafona. In Ucraina (come in Turchia, in Iran e nel già citato Egitto), protestare è un reato; in Grecia, grazie alle cure affettuose dei partner europei, si muore di fame; in Svizzera si alzano muri -– per il momento solo ideali – contro gli immigrati, anche quelli europei, in attesa di farli in calcestruzzo, come in Israele.

E tanto basti per il mondo fuori dall’Italia. In Italia c’’è chi mette nel congelatore la nonna defunta, per continuare a incassare la sua pensione e c’’è chi, seduto sopra pacchi di milioni ereditari, che non ha fatto niente per meritarsi, stigmatizza il preteso fancazzismo dei suoi giovani connazionali; c’’è il segretario politico del PD che sfiducia il primo ministro del PD perché vuole fare un nuovo governo, con un altro primo ministro del PD che guarda caso sarà proprio lui; le piogge si portano via strade, case e gente; la corruzione dilaga e con essa il debito pubblico; un condannato in via definitiva per truffa allo Stato (non facciamo nomi, ma solo cognomi: Berlusconi) discute e decide col sullodato segretario del PD e col Presidente della Repubblica i destini del Paese; padri uccidono i figli, imprenditori si suicidano per la disperazione, mariti, fidanzati, compagni e più spesso ex mariti, ex fidanzati ed ex compagni uccidono donne colpevoli di non voler più stare con loro; la disoccupazione aumenta, i consumi diminuiscono, le tasse strangolano.

 Che quadretto, eh? E allora bene fa Fabio Fazio a dire: ragazzi, per qualche ora, durante cinque giorni, dimentichiamoci tutto questo e ascoltiamo i “big” e “i giovani” che piangono, ridono, sognano, si struggono per amore nelle canzoni scritte apposta per il festival di San Remo. Canzoni che, c’è da giurarci, di qui a un anno nessuno si ricorderà più. Vi sfido: canticchiate, ora, dopo il prossimo punto, la canzone di Mengoni che ha vinto lo scorso anno. Visto? Non ve la ricordate: tranquilli, è normale. Una canzone del Festival di San Remo occasionalmente diventa un evergreen; ma è un evento del tutto accidentale e anomalo.

Comunque, sapete cosa vi dico? Ha ragione Fazio. Stanco di tormentarmi per i disastri che ho elencato e per i tanti altri che non ho elencato, anche io, che pure l’’ultima volta che ho seguito il Festival portavo ancora i calzoni corti (Little Tony cantava “A-a-a-a-amico mio / quando a casa tornerai / e vedrai la mia ragazza / devi dirle tutto quello / che mi sento dentro al cuor…); anche io, spocchioso saccente che non posso soffrire “gli occhi tuoi”, “i baci tuoi”, “i voli di gabbiani”, “i cieli azzurri”, “i mari sconfinati” e la consimile panoplia di frasi fatte, luoghi comuni e ovvietà che sono la regola dei testi nelle canzoni d’’amore del Festival; io, che detesto l’’inutile sbracciarsi dei direttori d’’orchestra di fronte a musicisti che hanno tutti gli auricolari nelle orecchie, e seguono la base che manda loro la regia, per suonare per giunta musiche senza originalità, nerbo e carattere; insomma, anche io, quest’’anno, seguirò il Festival di San Remo minuto per minuto.

E vi renderò conto di ognuna delle canzoni che ascolterò: interprete, autori, arrangiamento, musica e testo: vi racconterò cosa ne penso. Non dirò una parola su nulla di tutto il resto, che pure sembra essere la vera essenza del Festival: presentatori, ospiti, pubblicità: vi parlerò -– presumibilmente male –- solo delle canzoni.

E, come direbbe Tex Willer, questa non è né una minaccia né un avvertimento: è una promessa.

Giuseppe Riccardo Festa

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