LA GENTE, IL MOSTRO, IL DIRITTO E LA CIVILTA’

“La gente”, quando può gridare “al mostro”, è avida di notizie: vuole sapere tutto: chi è, dove vive, cosa fa, che storia ha. “

La gente” ha bisogno di guardare, e conoscere il mostro, e spalmare di indignazione e compiaciuto orrore la voglia che ha di vedere il violentatore, il seviziatore e l’’assassino. “La gente” di questo vive: di curiosità morbose, di dettagli scabrosi, di intimità da violare di nuovo – dopo che già il mostro ha fatto la sua parte -– travestendo con un sacrosanto desiderio di giustizia quello che in realtà è solo gusto dell’’orrido e brivido sottile del raccapriccio, cui si unisce un desiderio irrefrenabile, nella “gente”, di ficcare il naso negli affari altrui.

Lo sanno bene i vari editori di “Novella 2000”, di “Chi”, “Gente”, “Oggi”, e di tutta quella congerie di pubblicistica pruriginosa che sbatte in prima pagina culi e tette di donne più o meno “VIP”, e nelle pagine interne si compiace di dettagliare scabroserie varie. “

La gente” adora odiare i colpevoli. Adora condannarli già prima della prima udienza in tribunale, quando magari ancora sono solo indiziati. Poco conta che poi – spesso a distanza di anni – siano assolti: conta l’’impulso del momento, il desiderio di prendere a calci l’’auto della polizia che li porta via, il piacere di gridare “bastardo” e “assassino”.

Chi si ricorda di Pietro Valpreda, “il ballerino anarchico”? Dovette aspettare anni, alcuni dei quali in galera, prima di vedere riconosciuta la sua totale estraneità all’’attentato, a Milano, alla Banca dell’’Agricoltura; ma per anni, a titoli cubitali, fu indicato come il sanguinario assassino di quelle vittime innocenti.

E come non provare, di nuovo, un brivido e una sensazione di malessere ricordando quella maledetta fotografia di Enzo Tortora con le manette ai polsi, e il calvario che dovette subire, prima che finalmente gli fosse restituita la sua dignità di galantuomo?

Poco conta, tutto questo, per “la gente”: “la gente” vuole giudizi sommari, non sopporta i tempi lunghi della giustizia. Se uno che aveva linciato moralmente poi si dimostra innocente, “la gente” si limita a scrollare le spalle. Spesso, anzi, solleva anche un sopracciglio: “Ma sarà poi vero, che è innocente?”La macchia dell’’insinuazione, della mezza parola, dell’’allusione e dello sguardo in tralice resterà per sempre a tormentare l’’esistenza dell’’imputato assolto.

E non basta. “La gente” divora non solo il mostro, ma tutti coloro la cui vita, intorno a quella del mostro, ha la disgrazia di gravitare. Mogli, figli, madri, padri, fratelli, sorelle: tutti sono assaliti dalla macchina mediatica che serve “la gente”, e insieme al mostro sono distrutti. L’’ipocrisia della finzione non ne cita apertamente i nomi, fingendo di ignorare che pubblicare nome, cognome, età, residenza, carico familiare del mostro è lo stesso che sbattere in piazza anche loro.

C’’è una norma, di civiltà prima che giuridica, scritta nella nostra Costituzione: la presunzione d’’innocenza. Ma “la gente”, e i media che lavorano al suo servizio, inverte il concetto. E così, oggi, tutti vogliono sapere tutto di Massimo Giuseppe Bossetti che per tutti è colpevole della violenza sessuale, delle sevizie e dell’’assassinio di Yara Gambirasio. E probabilmente, al 99,99% è proprio così: il DNA lo inchioda alla sua responsabilità con un margine di probabilità che rasenta la certezza assoluta.

Rasenta, ma non tocca quella certezza. Proprio per questo un ordinamento giuridico civile prevede non uno, e nemmeno due, ma ben tre gradi di giudizio: c’’è sempre quel magari infinitesimale margine di dubbio che va riconosciuto anche all’’imputato colto il flagranza di reato. “

La gente” se ne infischia: “la gente” ha fretta, vuole il colpevole, lo vuole vedere, e condannare, e subito. Se potesse, “la gente”, lo lincerebbe sul posto, il suo colpevole. E intanto ne mostra a dito i figli, le mogli, i fratelli, i genitori.

A tutto questo dovremmo dire di no. Dovremmo evitare di scrutare nella vita privata di quelle persone, per quanto odiosi e ripugnanti siano i comportamenti di cui sono accusati: se non animati da un pur doveroso e civile senso di giustizia, dovremmo farlo almeno per umana pietà verso coloro che, incolpevoli, sono travolti e a loro volta distrutti dalle accuse al loro congiunto.

Non è difficile: basta volerlo.

Basta voler essere “persone”, e smettere di essere “gente”.

Giuseppe Riccardo Festa

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