DERBY D’ITALIA: ANCHE IN FAMIGLIA, NON TUTTI TIFANO PER LA STESSA SQUADRA.

Sabato 14 settembre si gioca il derby d’Italia: Inter conto Juve. Una sfida appassionante, e che vede contrapposte due tifoserie assai agguerrite, ognuna delle quali ritiene di essere in possesso del verbo calcistico. Ricordo le dispute che da bambino si accendevano intorno alla superiorità di una squadra sull’altra. Boninsegna era per esempio certamente superiore ad Anastasi, e Facchetti surclassava Furino. A mio padre, che rideva sarcasticamente del mio incomprensibile attaccamento ad una squadra del Nord e dell’ammirazione incondizionata verso campioni che guadagnavano già allora un sacco di soldi, e che erano lontanissimi dalla nostra realtà di paesello povero del mezzogiorno d’Italia, io contrapponevo in maniera acritica le lodi verso Platini (Sivori e Boniperti vengono prima della mia consapevolezza calcistica) e delle sue fantastiche performances “pedatorie” (vedasi Gianni Brera). E (dentro di me) l’orgoglio di essere il solo juventino in mezzo ad un esercito di coetanei per me non tutti completamente convinti della propria fede di interisti autentici. Ero solo contro tutti, perché, tranne Juve ed Inter, nessuna altra squadra che fosse Il Milan, la Fiorentina, la Roma, o lo stesso mitico Catanzaro di Palanca, aveva la dignità di poter essere “tifata”. Col tempo gli studi universitari e la prepotenza del protagonismo della politica su qualsiasi altra passione (ritenuta da tutti ingiustamente comunque inferiore) hanno annacquato ma niente affatto cancellato il mio interessamento per il calcio. Ricordo gli sguardi di sarcasmo e di compatimento degli studenti universitari “impegnati politicamente” quando gli capitava di vedere qualcuno (come me) che leggeva sul Resto del Carlino del fantastico quarto posto dell’ Italia ai mondiali di Argentina: gli stessi che, quattro anni dopo, erano i primi ad esultare per i trionfi della nostra nazionale in Terra di Spagna. Il mio attaccamento al gioco del calcio è invece rimasto immutato, a dispetto dei sommovimenti del 68 e del 77 (ed è proprio il caso di dire: meno male). Le perfomances di Beccalossi, cui va il merito quasi esclusivo di aver fatto vincere un importante scudetto all’Inter, e l’agonismo e la potenza di un Boniek le rivedo ancora oggi con nostalgia e commozione. Certo, alcune vicende calcistiche lasciano l’amaro in bocca, e Calciopoli, comunque la si veda, non rappresenta propriamente un esempio di insegnamento per i ragazzi che dovrebbero innanzitutto vedere la nobiltà del gesto sportivo. Come non provare indignazione per il gesto sconsiderato (cui ho personalmente assistito) di un teppistello che, alla fine della partita Lecce Inter di un anno fa, in un momento di distrazione del genitore, strappa dal collo di un ragazzo una sciarpa neroazzurra, che costa solo 10 euro, ma che per il giovane ha un significato affettivo ben superiore? Il genitore in questione sarà assai titubante quando si tratterà di portare nuovamente il proprio figlio allo stadio. Ma io voglio sperare che quella di domani sarà solo una fantastica sfida sportiva. Voglio credere che i due allenatori bravissimi e un po’ ruspanti Conte e Mazzarri sapranno dare il meglio di sé, e inventare le mosse giuste per fare proprio il match. E che, comunque vada, sarà un piacere vedere il grande Pirlo illuminare con le proprie fantastiche giocate il centrocampo e l’attacco juventino, vedere Zoff, pardon Buffon (e sì che si somigliano!) negare un gol fatto a Milito, e contrastare con bravura il promettente Jonathan che minaccia di essere una vera spina nel fianco della Juve. A proposito di tifoserie in famiglia, ho letto recentemente un bellissimo libro (anzi un e-book: sul mio iPad) di Stefano Zecchi sul rapporto tra padre e figlio, e di come sia importante stabilire tra essi un profondo rapporto affettivo, in grado di assegnare un ruolo dignitoso alla figura paterna che oggi viene bistrattata in ogni modo. A cominciare dall’attaccamento alla stessa squadra del cuore. Ma non sono riuscito a convincere mio figlio a diventare juventino. Speravo, avrei voluto inculcargli la filosofia che a me pare vincente della Juventus, e di una città, Torino (anche se la conosco poco di persona): una filosofia fatta di caparbietà, di ambizione, di fiducia nei propri mezzi e della consapevolezza di poter raggiungere i più alti traguardi nello sport come nella vita: badando più a fare che ad ammirare più a realizzare che ad invidiare. Una filosofia per me vincente: quella grintosa ed operaia di Furino, ma anche quella deliziosa di Platini, di Baggio e Del Piero. E, se permettete, quella della Fiat di Marchionne, paradigma di una nazione, la nostra, in grado di farsi strada dappertutto, persino in America, a patto che lavori sodo. Ma mio figlio è rimasto interista lo stesso! Peggio per lui (scherzo): sabato andremo a veder la partita insieme (ognuno sperando di poter sbeffeggiare l’altro) e, la primavera prossima, se non avrà troppe insufficienze a scuola lo porterò a Torino a vedere in diretta il ritorno del Derby d’Italia. Vinca il migliore (e, per fortuna, ci sono tutte le premesse che questi abbia i colori bianconeri). Buon divertimento a tutti. (di Angelo Mingrone)

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