“Ara Maronna era ‘Mmaculata jetta l’ acqua cati – cati”

Sono alcune micro-tradizioni di Rossano e – credo – della Calabria, che si sono consolidate nella memoria e nella coscienza, individuale e collettiva, dei Rossanesi e dei Calabresi, che, insieme a tante altre e ai “rittati ‘e l’antichi”, formano, con luci, ombre e chiaroscuri, la nostra specifica identità e il nostro senso dell’appartenenza, che, nonostante tutto, danno la rotta al nostro difficile cammino di vita. In questa bella tradizione si mescolano, in sintesi, il senso laico, umano, terreno, profano e il senso spirituale, religioso, escatologico della nostra cultura e della nostra mentalità. Per un verso, c’è la previsione del tempo e la meteorologia empirica, formatesi nel corso di secoli di osservazione paziente della Natura, peraltro confermate dall’esperienza e dai fatti recenti accaduti nella nostra Regione. Per un altro verso, c’è la consapevolezza dell’importanza e della centralità del vino nella cultura, nell’alimentazione, nella gastronomia, nella dieta mediterranea: detta consapevolezza, a dispetto di tutti i record negativi che connotano purtroppo la nostra terra e la nostra gente, ci assicura il riconoscimento di un’alimentazione che assicura salute e lunga vita e, quindi, di un primato riconosciuto e condiviso in tutto il mondo. Giova, inoltre, ricordare che il vino ci caratterizza da oltre tremila anni, da quando i nostri più remoti antenati (prima dei colonizzatori greci, romani, bizantini ecc.), per la cura e il culto del vino, furono chiamati Enotrii (“????????”), ossia produttori e consumatori di vino (“?????”, òinos”, vino, e “????”, truo”, bevo). Per un altro verso, quella tradizione ci richiama a uno dei dogmi essenziali della religiosità e della Chiesa cattoliche: l’ “Immacolata Concezione”. E’ il Vangelo di Luca ad affermare che Maria di Nazareth concepisce Gesù per opera dello Spirito Santo (“lo Spirito Santo scenderà su ” Maria “e la potenza dell’Altissimo” la “coprirà con la sua ombra”). Il Concilio ecumenico di Efeso (431) proclama la maternità divina di Maria, che è la “Theotòkos” (“????????”) o la “Méter Theù” (“??????????”) o la “Dei Genitrix”, ossia la Madre di Dio, mentre il Concilio di Costantinopoli II (553) riafferma la sua perpetua verginità. La fede popolare, soprattutto quella delle popolazioni cristiane greco-bizantine del Mediterraneo orientale e dell’Italia Meridionale, fa sua quella condizione di Maria, la conserva, la rafforza, la divulga. Spetta a S. Nilo e a S. Bartolomeo, com-Patroni di Rossano e della Calabria, il grande merito di avere precisato – credo – per la prima volta, mille anni fa, nella “Biografia di San Nilo” (“???????????????????????????????????????????????????????”, Bìos kai politéia tu Osìu Patròs Néilu tu Néu), tra i titoli onorifici (“titula hornantia”) di Maria, quelli di “Aeipàrthenos Maria” (“???????????? ?????”), ossia “la sempre Vergine Maria”, e di “Ypéraghnos Theotòkos” (“???????????????????”), ossia “l’Immacolata Madre di Dio”. Da allora quella caratterizzazione di Maria diventa anche patrimonio della fede latina in Italia e nel resto d’Europa. Dante Alighieri, ai primi del ‘300, dichiara poeticamente che Maria è “Vergine” e nel contempo “Madre”, “figlia del” suo “figlio” (Paradiso, c. 33°, w. 1-9). Secondo Bernadette Soubirous, Maria, nel corso delle apparizioni alla pastorella di Lourdes (1853), le avrebbe dichiarato direttamente la sua “natura immacolata” (“Io sono l’Immacolata Concezione”). Infine, l’8 dicembre 1854, codificando una lunga tradizione popolare, viene proclamato, con la bolla pontificia “Ineffabilis Deus”, dal Papa Pio IX il dogma di fede dell’ “Immacolata Concezione”, come Verità rivelata da Dio, che fa di Maria una donna, anzi l’unica donna, concepita senza il peccato originale, pura, piena di Grazia, Immacolata. Il dogma è confermato dal Concilio Ecumenico Vaticano II (8-12-1869 / 20-10-1870) nel nuovo testo del “Credo” (Gesù Cristo “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”). Siamo in presenza di un Mistero e di una Verità di fede indimostrabili e incomprensibili, perciò assurdi per l’esperienza, la ragione, la filosofia, la scienza. Un Mistero e una Verità che sostengono, illuminano, incoraggiano, guidano tanti credenti, che hanno superato il guado e sono approdati sulla sponda dell’Assoluto e della Verità. Viceversa, più che una Verità stabile e definitiva, è una “questione aperta”, problematica e incerta per i pellegrini della Verità, che sono ancora in cammino, ancora interroganti, ancora attenti all’irrinunciabilità del pensiero critico e del dubbio metodico pur attratti dal fascino dell’Invisibile, ancora in mezzo al guado, lontani sì dalla riva del pensiero relativista, scettico e nichilista, ma ancora lontani dalla sponda del pensiero forte, assoluto, definitivo, appagante . Comunque, quel dogma esalta la maternità umana. Una maternità umana che, in Maria, viene sublimata fino alla maternità divina: l’unica donna, tra tutte le donne, di tutti i luoghi e di tutti i tempi, a essere stata “scelta” per realizzare il Mistero dei Misteri, ossia l’Avvento di Dio che si fa uomo in Gesù-Cristo, perché l’uomo, redento da tutti i mali e dalle ingiustizie, rinnovato e rigenerato (“metànoia”) per il tramite di Cristo-Gesù, si faccia Dio : Maria è – scrive Dante – “colei che l’umana natura” nobilitò a tal punto “che il suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura”. Pur nell’umano dubbio dell’utilità di queste modeste considerazioni (a chi possono interessare ?), non ho voluto rinunciare a quelle riflessioni, non le ho voluto tenere soltanto per me e le ho volute socializzare e condividere con chi ancora crede nel valore della memoria, nel valore della cultura, nel valore dell’attualità del “pensiero forte” e reattivo; e anche con chi è testimonianza credibile di resistenza operativa agli indifferenti anonimi e inutili, ai superficiali rassegnati e qualunquisti, al coro dei furbi opportunisti senza scrupoli. E’ un piccolo segno di chi è fiero della propria appartenenza, non si dà per vinto e vuole continuare a fare la propria parte “hic et nunc”, qui ed ora. Qui ed ora, in questa terra di periferia, dove non ci si indigna più, dove il lavoro è un diritto negato per molti, dove la disoccupazione toglie la dignità a tante persone a tanti cittadini, dove i giovani hanno perso la speranza e fuggono altrove, dove si persevera a depredare le popolazioni inermi dei servizi essenziali (sanità, Tribunale, trasporti, viabilità, istruzione, uffici ecc.), dove tanti – anzi troppi – cittadini non partecipano più a costruire l’interesse generale e il bene comune e sono attesisti e passivi di fronte alla cattiva politica e ai cattivi politici, abulici e pilateschi nel valorizzare e difendere le persone perbene. Qui e ora, in questa terra che ci ha dato vita e affetti e dove rimanere è la scelta più difficile, ma … anche la più coraggiosa, la più giusta, la più doverosa. Franco Filareto

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