VIAGGIO ALLE ALPI APUANE CON IL CAI DI CASTROVILLARI.

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Credo che la nostra Presidente Carla abbia avuto un’ottima idea nel momento in cui ha deciso di realizzare una gita in Toscana, nella zona delle Alpi Apuane, comprensiva di ben tre escursioni (Monte Forato, Monte Altissimo, e Rifugio del Freo), oltre alla visita della bella città di Lucca, e, in ultimo, della casa di Giovanni Pascoli e della Fortezza delle Verrucole. La vacanza (anche se non troppo rilassante) è riuscita ancor meglio per la organizzazione perfetta e per la cura di ogni particolare (dall’affitto del mezzo di trasporto, alla scelta dell’Albergo, e soprattutto alla scelta dei posti da visitare e delle guide assai preparate con cui visitarli. Penso di poter dire che anche noi escursionisti (ben 9 “Caini”) ce la siamo cavata niente male, collaborando con le guide, rispettando gli orari degli appuntamenti, percorrendo con disciplina sentieri forse non troppo angusti, ma difficili ed impegnativi, interloquendo con garbo e intelligenza con i nostri precettori, e trovando anche il modo di ricorrere a “frizzi e lazzi” per star meglio insieme e per godere appieno della gita.
La voglia di star bene insieme non è mancata il giorno della partenza, lunedì 26 agosto, quando alle 8 di mattina in sei (Carla, Pino, Maurizio, Maria Carmen, Milena e Angelo) siamo partiti da Castrovillari in direzione di Barga (LU) a bordo dello spazioso furgoncino- voyager Mercedes, in grado di trasportare nove persone, nero come la pece, ma comodo come un salotto. All’autostazione di Salerno, vincendo un traffico cittadino intenso e disordinato abbiamo preso con noi Rosa, proveniente da Messina, e poi, di ritorno sull’autostrada che da Salerno porta a Caserta e a Roma, a livello della stazione di Servizio di Baronissi la coppia Enzo e Maria Rosaria di Castellammare di Stabia. Per poi proseguire con il pulmino in direzione di Barga. Non avevano fatto però i conti con il traffico di rientro dalle ferie di fine agosto, e di conseguenza, anziché impiegare 8-9 ore per arrivare a destinazione, ne abbiamo impiegate 12 (che sono dventate 13 per me e Pino che provenivamo da Rossano, ad un’ora da Castrovillari). Ma non ce la siamo presa più di tanto perché abbiamo viaggiato comodamente, e perché non sono mancati gli argomenti di conversazione (e potete benissimo indovinare, in questo periodo di crisi di Governo, quale sia stato l’argomento principe di dibattito, e come le opinioni in merito siano state accese, e fortemente contrapposte, nonostante gli inviti del presidente a non parlare di politica). Ma a smussare la fatica, più che la tensione del viaggio pensavano di tanto in tanto alcuni di noi impeganti a fare dei selfies mal riusciti con l’intento di ritrarre in pose buffe
quelli di noi che cedevano al sonno, e la stessa Presidente Carla che prima ancora di arrivare ci comunicava via Whatsapp il menù della cena che avremmo consumato al Ristorante la Pergola. Da Salerno, quindi, passando per Roma e poi Firenze, Prato, fino ad imboccare la strada per Lucca, e quindi la SP7 per giungere finalmente a Barga. Successiva sistemazione pesso l’Hotel Pergola appena in tempo per una doccia e per la cena presso il ristorante omonimo ma fisicamente staccato dall’Hotel e di circa 100 metri. A Cena abbiamo l’occasione di conoscere ancora meglio i trekkers conosciuti in mattinata. Milena proviene da Catania, dove lavora da infermiera, hada tempo programmato questo viaggio e spera, menischi permettendo, di prendere parte a tutte le escursioni. Rosa è una veterena dell’escursionismo e dell’alpinismo, durante le escursioni sarà quasi sempre in testa al gruppo a spronare e incoraggiare tutti noi in caso di difficoltà. Lei viene da Messina, ma si sposta assai facilmente per percorrere tutti i sentieri CAI: dalle Alpi al Gran Sasso, alla Sicilia. Enzo e Maria Rosaria sono una simpatica coppia di Castellamare di Stabia, lei più determinata, lui più simpatico e un po’ burlone, pronto a riprendere Carla per non avergli fatto assaggiare i nostri piatti tipici e, in particolare le soppressate. Poi Carla, la nostra presidente straordinariamente attiva e impegnata su molti fronti per promuovere le attività della Sezione di Castrovillari del CAI; Angelo Maurizio Pino e Maria Carmen rappresentano, rappresentiamo soci fedeli e ormai pluriennali della nostra sezione e condividiamo molte delle iniziative che vengono proposte.
Dopo cena (abase di maccheroni al pesto, entrecote, insalate, patatine e altro), abbiamo il tempo, nonostante la stanchezza del viaggio di visitare le zone più trafficate di Barga, le sue numerose piazzette, dove si trovano bar e ristorantini popolati da avventori che assaggiano un drink e cenano in compagnia. E di percorrere la via Giovanni Pascoli, e arrivare al Duomo di San Cristoforo con la sua piazza da cui si scruta un orizzonte di monti delle apuane, e da cui si intravede prima degli altri il monte Forato. Di essi diremo ancora.
Giorno 27 è dedicato alla escursione sul monte Forato a 1230 slm. Col pullmino raggiungiamo la stazione di Mologno dove ci incontriamo con Riccardo e Paolo, due amici e soci del Cai di Lucca che ci faranno da guida. Riccardo ci accompagnerà per tutte le tre escursioni in programma. Preparato, fisico asciutto, con aplomb più anglosassone che piacentino (paese da dove proviene), nel corso della escursione ci racconta tutte le caratteristiche del percorso e tanti aneddoti relativi a fatti avvenuti nel territorio. Paolo, più giovane di Riccardo ci accompagnerà unicamente per questa prima escursione, avendo in programma altri impegni che gli impediscono di essere con noi nei giorni successivi. Due ottime guide, due persone disponibili e per bene, con le quali è piacevole oltre che utilie dialogare. Il monte Forato situato al confine tra Apuane meridionali e settentrionali, pur non essendo il più alto delle Apuane, ed avendo importanza secondaria, è tuttavia assai conosciuto e rinomato grazie all’arco che lo contraddistingue e che richiama visitatori ed artisti che da lontano possono ammirare in certe giornate dell’anno il sole attrversare il foro che lo caratterizza prima di perdersi nel tramonto. Per raggiungere il monte Forato percorriamo i sentieri 6 e 12 tracciati dal CAI, partendo da una piazzola nei pressi di Fornovalasco da dove raggiungiamo l’ingresso della Tana che Urla. Si tratta di una grotta di natura carsica che si è venuta a formare nel corso dei secoli in seguito al sollevamento delle Apuane. L’ingresso assai angusto dà accesso ad una serie di grotte, meta di studenti e speleologi. Ed è capitato pure che nel gennaio del 1986 una scolaresca del liceo Scientifico di Vallisneri di Lucca (che prende il nome proprio dallo scopritore di queste grotte) vi rimanesse intrappolata per le piogge improvvise che allagarono lo sblocco verso l’esterno della grotta. Tanta paura per i 23 esploratori temerari, ma per fortuna nessuna conseguenza serie: grazie alle idrovore fu possibile prosciugare in parte La grotta che raccolse i canti (per vincere la paura) e le urla (di terrore) dei ragazzi ivi intrappolati. Dopo la Grotta che Urla costeggiando in parte il torrente Turrite con acque lungo il suo letto nel tratto inziale del percorso poi sommerse nella parte terminale più a monte, e raggiungiamo dopo circa tre ore di marcia il sentiero 110 che ci conduce alla Ferrata, poco oltre la quale ritroviamo infine l’arco del
monte Forato. In alternativa al percorso della ferrata è possibile percorree un sentiero leggermente più lungo che consente di raggiungere il monte Forato e che tre di noi scelgono di non percorrere. Gli altri cinque, me compreso, decidono di effettuare il percorso in ferrata, per provare (in sicurezza) qualche brivido in più. Penso che molti siano stati un po’ ingannati riguardo alla semplicità di questo percorso che almeno per quanto mi riguarda si è invece rivelato difficle e impegnativo. E pur essendo in sicurezza qualche brivido non è mancato, un po’ come quando si è sulle montagne russe. Ma la bellezza del percorso, il paesaggio e l’orizzonte che si apriva alla vista una volta raggiunto il punto più alto del percorso hanno tutto sommato fatto sì che valesse la pena affrontarlo. Sosta d’obbligo nei pressi del
monte Forato con foto e selfies in successione e consumazione dei pranzo a sacco portato nello zaino. E per degustare l’ottimo salame di Enzo e Maria Rosaria, che si avvicina molto alle nostre sopressate, ma che, con ogni evidenza, e con buona pace di Enzo, non potrà mai essere altrettanto buono. Dopo la sosta riprendiamo la strada del ritorno che attraverso il sentiero 110 assai difficoltoso, almeno in parte, con scorciatoia lungo una discesa ricoperta dal Paleo verde e fitto, costeggiando la parete sud della Pania della Crioce raggiungiamo il sentiero 130 che, conchiudendo l’anello del percorso ci conduce al punto di partenza.
GORNO 28 AGOSTO VISITA DELLA CITTA’ DI LUCCA CON LA BRAVISSIMA GUIDA SIMONETTA.

Giungiamo da Barga a Lucca, alle nove di mattina circa, dopo circa un’ora di viaggio con il nostro Pulmino, dove incontriamo Simonetta, preparatissima e conoscitrice di ogni segreto della Città. Lei rimarrà con noi fino a circa le 18 rispondendo a tutte le nostre numerose domande e soddisfacendo ogni curiosità. Tante i luoghi visitati a Lucca, città delle cento chiese, tante le notizie sul carattere e sulla personalità dei lucchesi, popolo di mercanti, dal carattere conservatore, e concittadini di famosi artisti e musicisti come Puccini, Catalano e Boccherini, in perenne lotta con le città vicine, Pisa e Firenze. Poiché è impossibile raccontare in questa sede tutti gli aspetti e le caratteristiche della città, porrò l’attenzione su fatti e circostanze che possono aiutare a comprenderne lo spirito, attingendo alle informazioni di Somonetta, forse ancora più interessanti di quelle che si ritrovano nelle guide ufficiali. Le mura della città. Sono connaturate con il carattere dei lucchesi, nel senso che oltre ad essere un formidabile strumento di difesa, hanno storicamente posto un argine alle invasioni e alle contaminazioni con il mondo esterno. E hanno contribuito a che la città rimanesse inviolata e resistesse alle invasioni delle popolazioni nemiche (spesso le vicine Pisa e Firenze), nei confronti delle cui popolazioni è forte il sentimento di rivalità, per non dire altro.Il perimetro murale ha subito storicamente delle modiche. La prima cinta di mura costruita dai romani, fondatori della città nel 18 A.C. non inglobava l’anfiteatro e contenveva al suo interno strade e viali caratteristici della città eterna con i classici Cardo e Decumano, attorno ai quali in maniera ordinata e geometrica si sviluppavano le altre strade. In epoca medioevale a partire dal sesto secolo in seguito all’ingrandimento della città le mura romane insufficienti a contenere la popolazione furono abbattute e sostituite da una cinta muraria più larga con mura più alte costruite con l’intento di resistere alle invasioni. Ma con l’avvento delle armi da fuoco, si rese necessario rifare il perimetro murale sostituendo a mure alte e strette, mura più basse ma molto più robuste in grado di resistere ai cannoneggiamenti. Un sistema di canali in grado in allagare in poco tempo
l’esterno del perimetro murale e di trasformare lucca in una vera e propria isola impermeabile completatva il sistema difensivo, facendo sì che la città rimanesse inviolata nei secoli e potesse dedicarsi con estremo profitto alla coltivazione e al comercio della seta, e delle tele preziose con esse tessute, alla conceria e al commercio delle pelli, e ad altro. Attraversate le mure della città abbiamo visitato molte delle chiese e delle stradine di Lucca, ammirato la perfezione geometrica del centro storico, le torri alternate alle altane, la pulizia delle strade, la gentilezza dei lucchesi. E abbiamo visitato molte delle “cento Chiese” di Lucca. Tra esse merita sicuramente di essere ricordate la Chiesa di San Michele in Foro, che risale al VIII secolo dopo Cristo. In Stile romanico con elementi dell’arte lucchese e pisana. In realtà la costruzione della Chiesa è andata avanti per almeno due secoli, tanto è vero che l’aspetto odierno risale a papa Alessandro II (1070), e la prosecuzione dei lavori ha determinato la fusione di più stili diversi. La chiesa si caratterizza per le sue quattro logge, riccamente decorate con frequente uso della bicromia e della presenza di elementi orientali (testimanianza dei commerci con popolazioni dell’Oriente). L’aspetto slanciato a vela mervaglia i visitatori, come l’enorme statua con le ali di San Michele da cui in alcune giornate particolari risplende un riflesso luminoso proveniente, secondo la leggenda, da uno smeraldo incastonato nella statuta e mai ritrovato. L’interno a tre navate contiene tante meraglie tra cui un crocefisso del XIII secolo di gran pregio, e la bellissima Pala Magrini, di Filippino Lippi,
della scuola del Botticelli, che raffigura San Rocco, san Sebastiano, San Girolamo e Sant’Elena. I primi tre identificabili agevolmente in base a come sono vestiti, per gli strumenti e gli elementi che corredano le loro figure, raffigurano probabilmente personaggi importanti di Lucca, mentre in Sant’Elena e nel suo drappeggio molti intravedono elementi che saranno ripresi nella Primavera del Botticelli.
Altra Chiesa sicuramente degna di nota è la Cattedrale di San Martino del 725. Accanto alla torre di Paolo Lunigiani, in marmo nei piani alti e con colonnato più importante e con più elementi rispetto ai piani bassi si trova la facciata ricca e asimmetrica. Che si lega per la ricchezza dei motivi decorativi e per le forme bizzarre al commercio della seta, con elementi scultorei in gran parte da ricondure all’artista Nicola Pisani. L’interno contiene una effigia sacra, il Volto Santo immagine di Cristo in croce, un crocefisso in legno di autore anonimo, che raffigura un Dio vivente e non sofferente con la corona da re, per il quale grandi festeggiamenti si ripetono annualmene il 13 di settembre. Nella sagrestia si trova un’altra opera di notevole valore: il sepolcro marmoreo di Ilaria del Carretto, moglie del signore di Lucca Paolo Guinigi, che occupava originariamente il centro del Duomo prima che finisse in disgrazia. Oltre al realismo della scultura affascina il contrasto tra la bellezza della figura della giovane sposa nel fiore degli anni e la realtà crudele e incomprensibile della morte.
Ci sarebbe molto altro da dire su Lucca e sui suoi tesori. Per ovvi motivi non è possibile parlare di tutto. Ma non possiamo non parlare di Giacomo Puccini, il grande compositore della Tosca, di Madame Butterfly, della Turandot e delle altre sue opere immortali. Nato a Lucca, e ritratto in posa gaudiente nella piazza a Lui dedicata. Puccini, si allontanò dalla città natale sin da giovane per completare gli studi a Milano dove incontrò grandi artisti che influirono sulla sua formazione. Con la sua città ebbe sempre un rapporto di odio amore e ad un certo punto pensò di stabilire la sua dimora, nei periodi in cui soggiornava in Toscana non
aLucca ma nella sua dimora di Torre del Lago. Ma è a Lucca che ebbe i natali, erede di una tradizione musicale presente nella sua famiglia da ben cinque generazioni.
Dopo aver visitato queste meraviglie, dopo esserci ristorati, per la soddisfazione di Enzo Pino Maurzio e Carla e di tutti gli altri, in un ristorantino nei pressi della Piazza della Pupporona, pardon della Misericordia, consumando un’ottima Garmugia, abbiamo completato il giro di Lucca visitando l’anfiteatro romano, di struttura ellitica e di notevole bellezza, e abbiamo poi passeggiato sulla cinta muraria per osservare la varietà della vegetazione presente su di esso, celebrata da vari artisti.

GIORNO 29 AGOSTOè la giornata della escursione sul Monte Altissimo. Dopo la visita alla bella e conservatrice città di Lucca, ci prepariamo ad affrontare la più importante (e difficoltosa) delle nostre escursioni. Ma tre di noi preferiranno optare per una visita a Pisa e alle Torre Pendente non avendo ancora smaltito la fatica e qualche acciacco riportato nel corso della prima escursione. Con il leggendario Riccardo ci ritroviamo al solito a Mologno e da lì dopo un’ora di viaggio in macchina arriviamo alla località Le Gobbie punto di partenza di un percorso che ci porterà fino in cima al Monte per poi ridiscenderne con un percorso ad anello durante il quale attraverseremo cave di marmo in uso ed altre dismesse, attraverso una strada marmifera bianca di marmo e della sua polvere. Affontiamo questa escursione consapevoli della sua durezza (difficoltà EE, scarsa possibilità di approvigionamento di acqua lungo il percorso, ultimo tratto della salita assai impegnativo e, per certi versi temibile, visti gli strapiombi che lo cartterizzano)
Il percorso inziale attraveso i sentieri CAI 33 e 41 incrocia in alcuni punti le vie di Lizza che venivano utilizzate per il trasporto del legname e del Sale, per ricavare il quale nell’antichità non si badava a spese e a sacrifici, (e, se necessario, era anche possibile contenderselo con le armi). Man mano che si sale verso la cima del monte, Riccardo fa notare a tutti noi i punti di avvistamento della linea gotica, dove i soldati del terzo Reich erano appostati e da dove con armi a disposizione di secondaria importanza, in un territorio bellissimo ma assai impervio, contribuirono a rallentare e bloccare per mesi la risalità degli alleati verso il nord italia e la Germania. Il tratto terminale della risalita non dà spazio, essendo molto impegnativo, a racconti di aneddoti da parte della nostra guida: bisogna stare attenti e marciare con attenzione. In certi punti pur essendo il sentiero faticoso ma
percorribile, si attraversano zone ripide, povere di vegetazione e eventuali cadute potrebbero costare care. Ma con disciplina e attenzione risaliamo e alla fine riusciamo a raggiungere la vetta, dalla qule è possibile ammirare un panorama senza pari: a ovest Massa e il blu del mar Tirreno, intorno le montagne delle alpi apuane con in primo piano il monte Procinto, detto per la sua conformazione il panettone, poi il monte della Croce che nelle giornate di maggio si colora di un bianco intenso legato alla fioritura della vegetazione dei giunghetti. Ed ancora La Pania della Croce che rappresenta la vetta regina delle alpi apune con i suoi 1858 metri di altezza. L’occhio si perde scrutando un orizzonte ricco di montagne con o senza vegetazione, delle dimensioni più varie dai colori più differenti. E si starebbe delle ore ad ammirare il paesaggio intorno, così come fanno alcuni escursionisti ritrovati in cima al monte con i quali è assai naturale stringere immediatamente cordiale amicizia: sul monte li abbiamo trovati, e lì li lasceremo quando, dopo circa tre quarti d’ora di permanenza, decidiamo di prendere la strada del ritorno. La parte del monte rivolta verso occidente cioè verso Massa ed il Tirreno è assai ripida, toglie il fiato a chi soffre di vertigini, la parete è verticale, lo strapiombo è temibile e sono pochi quelli tra noi che osano sporgersi con prudenza più di tanto. La parete ripida e quasi verticale fa si che personalmente avverta un senso di instabilità persino una volta giunti in cima a ridosso della enorme croce di Ferro che rappresenta il punto più alto, la vetta della escursione. Poi la ridiscesa attraverso un sentiero che porta fino alle cave del Fondone da dove attraverso una strada marmifera dopo un percorso di diverse ore raggiungiamo il sentiero 33/41 e da qui il punto di partenza Le Gobbie. Durante la salita verso la vetta e soprattutto durante la discesa dal Monte è impossibile non notare il contrasto tra la bellezza del paesaggio e la deturpazione (di questo si tratta, alla fine) del territorio da parte delle cave. Il giusto equilibrio tra la necessità di sfruttare una risorsa economica che da millenni contribuisce in modo sostanzioso al benessere del territorio, e la salvaguardia della bellezza del parco regionale viene continuamente riaggiustato da nuove leggi e nuovi ordinamenti, senza che mai si riesca a trovare una soluzione definitiva che metta tutti d’accordo. Alla fine dell’escursione Riccardo è soddisfato di noi: con tanta fatica e perseveranza abbiamo raggiunto, tutto sommato senza eccessivi patemi, il nostro secondo traguardo. A lui i complimenti di noi tutti per averci fatto visitare un posto di notevole bellezza, per averci raccontato le storie e gli aneddoti che meglio spiegano le caratteristiche e la cultura del posto.
GIORNO 30 AGOSTO: Rifugio del Freo (1180 m). Quest’ultima escursione, bella al pari delle altre, risulta per fortuna assai più agevole e tranquilla. Di difficoltà minore con sentieri ben percorribili, e con possibilità in più punti di approvigionamento di acqua. In mezzo alla vegetazione, percorrendo in parte le mulattiere sfruttate per il trasporto del sale e del legname. L’escursione, a cui partecipiamo tutti e nove, oltre a Riccardo, avviene traversando la sommità della diga dell’Isola Santa, a monte della quale si è formata un lago artificiale che ben si accorda con il paesaggio circostante e che dà alle abitazioni presenti sulla sponda destra del lago, e riflesse in esso, un aspetto fiabesco. La mattinata fresca, il sentiero agevole rendono piacevole la percorrenza dei sentieri CAI. Attraversiamo percorsi in lieve salita e con saliscendi ripetuti che rendono il tragitto assai meno impegnativo rispetto ai due precedenti. Il sentiero 9 ci porta a Col di Favilla, dove Riccardo ci insegna a maneggiare con maggiore precisione i bastoncini che quotidianamente utilizziamo durante le escursioni.

Poi proseguiamo attraverso il sentiero 127 per giungere, dopo circa tre ore di cammino dal momento della partenza, alla Foce del Mosceta e al rifugio. Lungo il sentiero e in prossimità del rifugio siamo circondati dalla vegetazione ricca di abeti e faggi, al di sopra della quale si staglia con la sua imponenza la Pania della Croce, e dalla parte opposta montagne ripide e quasi altrettanto imponenti. Dopo una breve sosta al rifugio riprendiamo la strada del ritorno percorrendo un sentiero diverso da quello dell’andata che ci riporta sul col di Favilla dove chiudiamo l’anello e da dove proseguiamo infine per l’Isola Santa. Abbiamo accettato, prima di tornare a Barga l’invito di Riccardo di fare sosta al ritorante la Careggetta dove abbiamo potuto assaggiare in quantità e a prezzo accessibilissimo le prelibatezze del posto: salumi formaggi, legumi, verdure, vari manicaretti, conditi da un ottimo vino locale, bevuto nelle giuste quantità. Poi finalmene il ritorno a Barga, dopo esserci separati da Riccardo, averlo ringraziato e rinnovato gli inviti a venirci a trovare in Calabria per visitare i posti più interesssanti della nostra bella regione.
GIORNO 31: VISITA AL CASTELLO DI PASCOLI E ALLA FORTEZZA DELLE VERRUCOLE E RIENTRO
Dopo aver salutato il personale dell’albergo la Pergola, che ha voluto che posassimo per una foto ricordo da inserire nel loro album dei visitatori, ci dirigiamo verso la casa museo di Giovanni Pascoli, dove arriviamo in anticpio sull’orario di apertura e dove incontriamo il custode, un po’ burbero, ma preparatissimo su ogni aspetto della vita e delle opere del grande Poeta. La casa di Pascoli è rimasta nelle stesse condizioni in cui si trovava quando il poetà vi abitò. Visitare Il cortile con la tomba del cane, e del merlo, l’orto ed il vigneto dove il poeta aveva imparato a produrre il Sangiovese, significa fare un salto indietro nel tempo, percepire e annusare sensazioni e atmosfere perse per sempre, nelle quali per un momento vorremmo tutti ritrovarci. Ho provato ad immaginare il significato della determinazione della sorella Maria che ha voluto che questo luogo, diventato monumento nazionale, rimanesse fermo alla data del 6 aprile 1912 quando il poeta morì, quasi come all’interno di una campana di vetro .E la consacrazione esclusiva al fratello, personaggio e poeta al di fuori del comune, fino
alla sua morte avvenuta ben 41 anni dopo quella del poeta, vivendo al lume di candela, rifiutando sdegnosamene i vantaggi e le comodità della tecnologia moderna, a cominciare dalla energia elettrica. Ma il tempo e la storia non si fermano, procedono senza tregua, direi senza pietà verso orizzonti nuovi ed imprevedibili, non resta che prenderne atto, quasi come la donzelletta del Sabato del Villaggio: “E novellando vien del suo buon tempo, quando ai dì della festa ella si ornava, ed ancor sana e snella solea danzar la sera intra di quei ch’ebbe compagni dell’età più bella.”.

La vita e anche le opere di Pascoli sono condizionate dalla morte violenta del padre avvenuta a San Mauro, in provincia di Forlì in circostanze che non hanno forse mai voluto essere chiarite fino in fondo. Alla morte del genitore, altre in seno alla famiglia ne seguirono, e il poetà fin da giovane fu costretto ad una vita di stenti e sacrifici. Lo stesso acquisto della comoda e bella casa in Castelvecchio costò a Pascoli una enormità per pagare la quale egli fu costretto tra l’altro a fondere e vendere le medaglie d’oro conquistate al torneo di conoscenza dela lingua latina ad Amesterdan, finendo di pagare l’immobile, costato in tutto 33 mila lire di allora, solo pochi mesi prima del suo decesso, quando la sua fama era ormai consolidata. La casa comprende una foresteria, nella quale il poeta ospitava la sorella Ida con la sua famiglia. L’abitazione del poetà oltre alle camere da letto, comprendeva una comoda cucina con la possibilità di utilizzo di forni a carbone di concezione abbastanza nuova per l’epoca e in essa trovano posto le cosiddette scaldine, sora di panieri in ceramica o terra cotta dove si raccoglieva la brace che venivano appese ad un arco costruito sul letto al di sopra del quale si stendevano le coperte, durante gli inverni assai rigidi di quell’epoca. Ma è lo studio del Pascoli che affascina di più: contiene ben tre scrivanie: una adibita allo studio della lingua latina, un’altra alla critica di Dante, la terza ai canti di Castelvecchio. In una delle scrivanie sono riprodotti i manoscritti delle sue celebri strofe, mentre le pareti contengono delle foto a
ricordo dei suoi discorsi alle Associazioni dei medici del Sant’Orsola di Bologna, della celebrazione della invasione della Libia e di grandi personaggi letterari come Tolstoi. Piccolo particolare una parete contiene una piccozza in buonissime condizioni, regalo al poeta da parte del CAI di Lucca ai primi del noveento. La cappella infine contiene le tombe del poeta e della sorella, e in occasione della ricorrenza della loro morte vi viene celebrata una messa in suffragio.
Ultima meta del nostro peregrinare la Fortezza delle Verrucole, situataa San Romano di Garfagnana, che nel corso dei secoli, ha subito diversi modifiche strutturali e per come appare oggi sembra riconducibile alla dominazione estense. Questa fortezza che fungeva da punto di osservazione del ducato di Lucca, essendo al confine di territori appartenenti a regni diversi tra i quali anche il ducato di Modena e Parma, era abitata da un podestà che veniva nominato direttamente a Lucca, doveva essere forestiero, per essere meno corruttibile, e poteva durare in carica solo due anni (non era previsto allora il doppio mandato). Si racconta uno dei podesta che vi abitarono di nome Francesco Accorsini praticasse riti demoniaci ed in particolare sacrificasse dei bambini per appropriarsi della loro anima e rimanere eternamente giovane. Senonchè incorse nei rigori della Inquisizione e venne quindi perseguitato e giustiziato. Si racconta ancora che anche Ludovico Ariosto via abbia soggiornato per qualche giorno, inviato dai Signori cui la fortezza apparteneva, per la riscossione dei tributi. L’impressione che l’Ariosto ha del posto è l’esatto opposto di quella del Pascoli: egli vede nel territorio, un luogo selvaggio e malsano, e negli abitanti principalmente ladri, briganti ed assassini. Ma i signori che vi abitavano non se la cavavano affatto male: le cucine erano ben imbandite, ricche di salami e di caccagione, la preparazione dei cibi contemplava la frollazione della selvagina, in particolare dell’uccellagione, che oggi rimane inconcepibile, mentre le classi meno abbienti potevano cibarsi di miglio, melanzane ( considerate, non a torto, mele insane) e altro cibo di qualità inferiore. Niente andava poi buttato, comprese le deiezioni degli abitanti che potevano essere utilizzate con le catapulte per frenare l’impeto dei nemici e trasmettere loro pericolose malattie contagiose.

Il salone rivestito aveva le pareti rivestiti da intonaco, contente arazzi e pellicce di una razza di scoiattolo dal manto bianco e nero, estinto ormai da tempo a causa della caccia spietata, e vetrate decorate con i simboli del Signore e podestà.
Nel salone il podestà riceva i suoi ospiti, vi si giocava a scacchi, si danzava e si assaggiavano i nettari pregiati del territorio. Poi capitava che assai spesso bisognasse andare alla guerra. Ecco allora chediveniva fondamentale acquistare un’armatura e uno scudo adatto all’uopo, indossarla al di sopra della bombarolo, specie di piumone ante-litteram, che serviva a ridurre la durezza della corazza sovrastante, indossare la gorgiera e brandire una sorta di lancia in parte simile al gladio dei romani. Si andava in guerra dai 18 ai 65 anni, si partiva lungo la via franchigena, lasciandoaffetti e ricordi, per la ventura delle crociate, dalle quali pochissimi facevano ritorno, e molti si perdevano per strada. La ricostruzione degli ambienti e delle vicende del luogo è merito di alcuni volenterosi e preparatissimi ragazzi che ci hanno edotto sulla vita della Fortezza aiutandoci per un po’ a viverla come se appartenessimo ad un’altra epoca.
Dopo la visita alla rocca, è arrivato finalmente il momento del ritorno a casa. Abbiamo viaggiato senza intoppi, senza l’ombra del traffico incredibile dell’andata, riuscendo ad arrivare in anticipo alle rispettive destinazioni: Enzo e Maria Rosaria ci hanno lasciao a Baronissi, ripromettendosi di far parte di altre spedizionni del CAI di Castrovillari, abbiamo poi lasciato Rosa a Salerno assai per tempo all’autotazine di Salerno. A Castrovillari abbiamo salutato Maria Carmen, Maurizio e Milena, e la presidentissima Carla soddisfatta per la riuscita della vacanza. Infine io e Pino abbiamo proseguito senza intoppi per la destinazione finale di Rossano. Tutti ci siamo dichiarati pronti a seguire Carla nel prossimo viaggio che vorrà programmare.

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