Una di quelle lettere necessarie ma che non si vorrebbe mai ricevere

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Ho ricevuto questa lettera, che mi ha fatto molto riflettere e che pubblico integralmente (anche se, lo ammetto, è un po’ tanto lunga) perché penso che potrebbe indurre a riflettere anche qualcuno dei miei lettori.

In realtà lo spero.

Giuseppe Riccardo Festa

* * * *

Carissimo,

Scusa se ti disturbo mentre esci dalla Messa. Lo so quello che pensi. So che quando è passato il sagrestano hai fatto un’offerta sostanziosa, badando a nascondere con la mano la somma che hai infilato nella busta, come giustamente dice il Vangelo: offri e taci. Bravo. E so benissimo che sei una persona onesta, che non evadi le tasse, che non passi col rosso, non tradisci tua moglie, non parcheggi in seconda fila, eccetera, eccetera. So tutto. Sei un cittadino modello ed hai tutti i motivi per essere fiero di te. Dunque, ti chiedi, che cosa sono venuta a fare, qui, proprio adesso? Hai da fare, lo so. Tua moglie ti aspetta a casa, per il pranzo, te e tuo figlio che hai portato a Messa con te. È una bellissima domenica, di quelle che ti ricordano di quando eri bambino anche tu. Ti ricordi, vero? Tuo padre ti teneva per mano; uscivate dalla penombra fresca della chiesa, dopo la Messa, verso un mezzogiorno che sapeva di dovere compiuto e di cabaret delle paste da portare a casa; e c’era tutta quella luce. C’era anche, ovviamente, l’innocenza dell’infanzia. Il mondo era piccolo, allora: la casa, la scuola, gli amichetti, la spiaggia delle vacanze e poco d’altro. Che ne sapevi, allora, di un mondo immenso, pieno di gente e di cose complicate come la politica, l’economia, i conflitti razziali e religiosi? Ci pensavano i tuoi genitori a proteggerti da tutto questo: con le loro premure e il loro affetto. Lo stesso affetto e le stesse premure che adesso tu offri al tuo bambino. A proposito, è un po’ cicciottello ma è bellissimo, complimenti. No, no, per carità, sta’ tranquillo: non me la prendo mica con lui. Ma cos’hai? Ti metto a disagio? Scusa, non è nelle mie intenzioni. Dovresti saperlo che se mi comporto così è nella mia natura, e non posso farci niente. E poi, guarda che non è mica colpa mia se sono qui, sai? Se mai la colpa è tua. Non ho nessuna intenzione di guastarti la festa. Lo so che hai progettato di portare il bambino al cinema, dopo pranzo. A vedere Peter Pan, giusto? Gran bel film. È bellissimo, il mondo Disney: un mondo in cui il bene batte sempre il male e la fantasia è realtà. Magari fosse vero, eh? Come dici? Ma certo che non è colpa tua, se le cose non stanno esattamente così e se in realtà sono proprio pochi i bambini che vivono un’infanzia felice come la tua, o quella di tuo figlio. Non t’irritare, lo so benissimo che tu qualcosa cerchi di fare. Beh, certo, ci sono gli impegni di famiglia. Per esempio, la tua macchina ha già qualche anno, è un modello superato. Oddio, volendo va ancora benissimo: silenziosa che è un piacere, comoda e non consuma neanche tanto. Ma sì, ma sì, lo so che se la tieni un altro anno si svaluta troppo e poi per cambiarla ci vogliono più soldi.

Senti, ma quel manifesto…

Che dici? Il salotto? Ah, già, bisogna anche comprare un salotto nuovo. Quello che avete adesso ha già diversi anni, per quanto sia comodo e ancora elegante. Tua moglie è da un pezzo che te ne parla. Bisogna accontentarla, no?

Dicevo, a proposito di quel manifesto…

Ma cos’è quella faccia? Se ti potessi vedere! Dài, lascia stare. Non è che ti sei girato dall’altra parte. Anzi, mi sembra che hai notato tutti i dettagli, di quel manifesto. Tanto che quando tuo figlio stava per capitarci sopra con lo sguardo, hai deciso di distrarlo e gli hai indicato una nuvola che sembrava un albero. Ti sei detto: è giusto fare in modo che i nostri bambini quelle cose non le vedano. C’è tempo, no? Almeno finché sono piccoli… Quanto a te, avevi appena fatto quell’offerta in chiesa. E poi, porca miseria, te l’ho detto proprio io, un momento fa, che sei un cittadino modello, no? Mica si può dare retta a tutti. Per questa roba ci sono le istituzioni, ci sono funzioni pubbliche e private che esistono apposta. Non ti dico mica “portateli a casa tua”, come fanno quegli imbecilli che hanno due dita di pelo sullo stomaco.

Però, quegli occhi! Com’erano grandi quegli occhi, eh?

No, dài, non stringere così la mano di tuo figlio: gli fai male!  Ci hai fatto caso? Quel bambino, dico: quello del manifesto. A occhio e croce ha la sua stessa età. Hai visto com’è ridotto? No, no, per carità, al tuo non può succedere. Mica è nato in Africa, o in Siria, o in Yemen, tuo figlio. Che poi, lo sai benissimo che di bambini affamati, o mutilati, o sfruttati, o dimenticati, ce n’è dappertutto. La normalità, lo sai, non è tuo figlio. La normalità, purtroppo, è quella. A Dacca, a Tripoli, a Kabul, nel Sahel o in Nigeria e in Palestina, dappertutto è la stessa storia. Beh, dici tu: la colpa è di quelle società, giusto? È questo che pensi. Uno fa quello che può ma se poi, laggiù, quelli che comandano se ne infischiano!  Giustissimo. Ma hai visto il collo di quel bambino? Mamma mia, com’era esile quel collo. Senti, con la faccia che stai facendo, tuo figlio si sta imbronciando. Crede che tu ce l’abbia con lui. Fagli una coccola, dài, che non è giusto. Lui ha il diritto di avere quello che ha, ci mancherebbe! È il frutto del vostro amore, lui. Lo avete voluto e siete felici che sia così bello e sano. E dimostra anche una certa intelligenza. C’è di che essere orgogliosi e tu e tua moglie, giustamente, fate per lui tutto quello che potete. A che servono, sennò, i genitori? Non è mica colpa sua, se invece quello del manifesto non ha un accidente di niente.

Già. Ma quello del manifesto? di che cosa ha colpa, lui?

No, no, no, non voglio insinuare assolutamente niente! Stavo pensando al ventre di quel ragazzino. Sì, a com’era gonfio. Sai una cosa? Mi sa che è già morto. Chissà di quando è, quella foto. E no, non scrollare le spalle, adesso! Anzi, è meglio che ti dai una regolata, perché so che ti è capitato di pensare, ogni tanto, che alla fin fine è anche una questione di selezione naturale. Non dire che non è vero, perché sai benissimo che invece lo hai pensato. Te ne vergogni ma è un’idea che ogni tanto ti torna in mente, ammettilo. Ti capita soprattutto quando, proprio all’ora di pranzo, il TG ti butta addosso le facce di altra gente come il bambino del manifesto. E mica solo le facce. Le mammelle avvizzite di quelle donne, gli stracci, quelle nudità a forma di scheletro; e la polvere, la mani nelle scodelle e poi in bocca, a raccogliere quella poltiglia biancastra che a te fa schifo solo a vederla, mentre a loro pare chissà che delizia. Tu sei lì, che senti il profumo del ragù di tua moglie, che come lo fa lei nemmeno tua madre; stavi mettendo la forchetta nei ravioli alla ricotta e spinaci, ma poi dài un’occhiata al televisore e ti va tutto per traverso. Dà fastidio, che diavolo. Ma mica posso farci niente io, ti dici, se laggiù si scannano, chissà poi perché, fra tribù, etnie, religioni e signori della guerra. Mica sono io, che faccio avanzare il deserto e provoco quelle siccità e quelle carestie devastanti. Giusto. Ma allora perché ti senti a disagio? Senti, facciamo una cosa: fermiamoci un momento là, su quella panchina.  Tanto le paste le hai già comprate e per cuocere i ravioli tua moglie aspetta che arriviate a casa tu e il bambino. Per i ravioli bastano cinque minuti; al cinema fate in tempo lo stesso, non c’è problema: vi ci scappa anche la passeggiata lungo il viale che a tua moglie fa tanto piacere, almeno una volta alla settimana. Ecco, siediti lì, posa il cabaret delle paste e mettiti il bambino sulle ginocchia. Col muso che hai messo su, sarà proprio il caso che lo consoli un po’. Io? Sta’ tranquillo: lo sai che di spazio ne occupo poco. Ma metti via quella sigaretta! A parte che ti fa male, lo sai quanta di quella gente salveresti dalla fame, solo con quello che spendi in sigarette? Ecco, bravo. Così non dài nemmeno il cattivo esempio a tuo figlio. Di che cosa stavamo parlando?

Ah, già: quel manifesto. Il bambino su quel manifesto.

A proposito: il tuo, di bambino, è un po’ sovrappeso. Bisognerà fargli fare un po’ di moto: in piscina, magari, o in palestra. Sai, se viene su grassottello rischia qualche complesso, qualche stupido potrebbe prenderlo in giro, o magari gli si aggrava il valgismo alle ginocchia. D’altra parte, dici tu, come si fa a rifiutargli la Nutella o il Kinder? È un bambino un po’ goloso, è vero, ma santoddio – dici tu – è tuo figlio! C’è una specie di umorismo nero in questa faccenda, non trovi? Il tuo bambino rischia di stare male perché mangia troppo, e quell’altro, quello del manifesto, invece probabilmente è morto di fame. Ecco, te la sei presa di nuovo a male. Certo, certo, hai ragione. Bisogna essere razionali, che diamine. È la natura, dici tu: ognuno si occupa dei figli suoi. La solidarietà? Certo, ma fino a un certo limite. Ma sì, certo che lo so che tu non sei uno di quei miserabili che dicono “prima gli italiani”. Tu pensi che gli esseri umani sono esseri umani e basta, te ne do atto. Ma non si può mica dimenticare che si vive in un mondo dove senza un computer in casa, e senza un’auto, e gli elettrodomestici, e un cellulare ciascuno, non si può stare. E i cellulari, si sa, diventano presto vecchi, bisogna sostituirli. E le relazioni sociali? I vestiti bisogna comperarli, dici tu; adeguarsi al gusto corrente, stare al passo coi tempi o se no si rischia di sembrare sorpassati, e la gente ti guarda e ti giudica. Insomma, non si può pensare sempre a quei poveracci. La nostra è una società esigente: la vita, qui, costa cara. Hai ragione, ti rispondo io. Laggiù, invece, la vita costa pochissimo.

La morte, poi, è assolutamente gratis.

Su, vai a casa, adesso, e goditi in pace il pranzo in famiglia, la passeggiata e il cinema.

Però quel manifesto non te lo scordare, eh? Ciao.

La tua coscienza.

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