Spiacente, eminenza: la vita è un diritto, non un dovere.

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Quando uno degli angeli dell’Hospice di Macerata, accogliendo mia sorella Marisa in una linda stanzetta singola, mi ha chiesto se desideravo che sulla parete di fronte al letto fosse appeso un crocifisso, senza esitare ho detto di sì perché mia sorella, malata terminale di cancro, era cattolica e le mie opinioni, al riguardo, non contavano nulla: contavano solo le sue convinzioni. Quando poi, la mattina dopo, un prete si è presentato davanti alla porta, l’ho invitato ad entrare e a somministrare la comunione a mia sorella, perché lei era felice di riceverla ed ha assunto con gioia evidente la frazione di ostia che è riuscita a mandare giù; lo stesso è accaduto il giorno dopo e nei giorni successivi.

Durante la sua breve permanenza in quel luogo destinato a chi non ha speranza, Marisa è stata curata, assistita, nutrita per quanto possibile. Inconsapevole della sua condizione, continuava a chiedere “Quando guarirò?” perché amava la vita e nessuno, fino al momento in cui si è spenta nel sonno, si è anche lontanamente sognato di abbreviare quel poco di vita che le restava: ciò che contava, ed ha contato fino all’ultimo, era la sua volontà.

La volontà dell’interessato: questo è il solo, imprescindibile parametro che va tenuto in considerazione quando si deve affrontare il doloroso problema della fine della vita. Marisa ha voluto vivere finché il suo corpo non ha ceduto al cancro che lo aveva consumato, e noi tutti che le volevamo bene abbiamo rispettato il suo desiderio; e gli angeli dell’Hospice di Macerata, che non ringrazierò mai abbastanza, amorevolmente, dolcemente, teneramente e professionalmente l’hanno assistita fino all’ultimo.

Per me vorrei un trattamento diverso. Se fossi malato, senza speranza di guarigione, pretenderei di saperlo. Rifiuterei di essere assistito da estranei, per quanto angelici e generosi, anche per l’espletamento delle più intime funzioni corporali. Rifiuterei l’impotenza, la dipendenza, l’umiliazione di albergare un corpo che non mi obbedisce più. Ed esigerei che fosse la mia volontà, e quella di nessun altro, a decidere della mia morte come ha sempre deciso della mia vita.

Così non la pensa, tanto per cambiare, il cardinale Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. In vista del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità della legge che depenalizza l’aiuto al suicidio assistito, sua eminenza tuona contro l’eutanasia, contro la libertà di scelta e addirittura avanza la richiesta di revisione della legge 219 sul testamento biologico: secondo lui il cittadino, trovandosi in condizioni come quelle cui fu costretta Eluana Englaro, non ha il diritto di decidere se far sospendere alimentazione e idratazione artificiali. Secondo Bassetti, dimentico del fatto che, così si racconta, il defunto e santificato papa Giovanni Paolo II, esausto ed esasperato, pretese che si cessasse di curarlo e di essere lasciato morire, non esiste il concetto di dignità della morte, e non deve esistere la libertà di scelta.

Il presidente della CEI ha tutto il diritto di dire ai cattolici, ma soltanto ai cattolici, che secondo la sua Chiesa essi debbono soffrire fino all’ultimo minuto le pene di qualunque malattia e di ammonirli con l’indice teso (faccia attenzione, eminenza: l’indice teso è una caratteristica dei fanatici) che, disobbedendo, incorreranno nelle sanzioni terrene e ultraterrene previste dal suo e dal loro credo.  Ciò che egli non ha assolutamente il diritto di fare è pretendere che anche tutti gli altri cittadini, credenti in altre o in nessuna religione, debbano subire i diktat della sua e che le leggi di uno Stato laico debbano soggiacere alle norme di una religione, non importa quanto diffusa, ma comunque non legittimata a imporre le sue posizioni alla totalità dei cittadini. Si tenga forte, eminenza: la legge civile, così insegna la filosofia del diritto, non ha religione: deve essere pensata ut Deus non esset, come se Dio non esistesse.

La sharia, eminenza, applica in Stati che guardiamo con orrore. Perché ne vuole imporre una anche a noi?

Giuseppe Riccardo Festa

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