Sono vaccinato contro l’influencer

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Forse qualcuno si ricorda di Renato Rascel che alla fine di un carosello, piuttosto incongruamente, annunciava: “E dopo tutta questa faticata, non mi faccio un brodo? Ma me lo faccio doppio, con Doppio Brodo Star!”. Il Doppio Brodo Star era in sostanza un dado a base di sale con qualche estratto vegetale e un po’ di grasso animale da sciogliere in acqua: una schifezza, ma ebbe un grande successo.

Era tanti anni fa. Ora ci sono i calciatori e le nuotatrici che, non meno incongruamente, ci rivelano di essere bravi nel loro sport perché usano lo shampoo giusto, le annunciatrici e i cantanti che promuovono catene di supermercati, gli attori che viaggiano su questa o quella automobile o bevono un certo caffè. Con l’ennesimo inglesismo, questi divi sono chiamati testimonial: la loro popolarità è utilizzata dai pubblicitari per rendere appetibili i prodotti, in vista del loro lancio o per incrementarne le vendite.

Ora una nuova categoria professionale, nata grazie alla diffusione dei social network, rischia di mettere in crisi il lavoro dei pubblicitari e le entrate dei testimonial: si tratta degli influencer.

L’influencer, come tutti sappiamo, è in pratica un blogger che su Facebook, su Twitter o su qualche altra platform si crea una corte di follower (Dio, quanto odio questi inglesismi!) ossia di seguaci, ai quali suggerisce dove andare in vacanza, quali vestiti indossare, che bibite bere, che acconciature adottare, come truccarsi, come lavarsi, cosa pensare, cosa dire, quando dormire, e via di seguito.

Il successo di alcuni di loro, ad esempio Chiara Ferragni, ha fatto proliferare la categoria, così che – l’ho letto, non lo sto inventando – capita che negli alberghi arrivino proposte di “collaborazione” di influencer i quali chiedono ospitalità gratis in cambio di una recensione positiva sul loro blog. Capita anche – ho letto anche questo – che gli aspiranti scrocconi si becchino un sonoro invito ad andare a quel paese, ma se l’influencer è già affermato questo rischio svanisce: il suo potere e la presa che ha sul mercato suggeriscono miti consigli all’azienda che ne viene contattata.

Beh, tanto di cappello: non è da tutti, bisogna ammetterlo. Prendiamo ad esempio la citata Chiara Ferragni: è una splendida sublime, ineffabile nullità. Non ha terminato gli studi, non scrive, non canta, non recita, non cucina: non fa assolutamente niente. Ha la sua brava pagina su Wikipedia (probabilmente creata da lei medesima), dalla quale emerge chiaramente la sua totale insignificanza, poiché – c’è scritto nero su bianco – l’unico suo merito risulta essere di aver sposato un rapper, di condividere con lui la passione per i tatuaggi e di avergli dato un figlio. Eppure tanti ne parlano, tanti la ascoltano, e perfino i principali quotidiani nazionali si affannano a raccontare di lei, a pubblicare le sue foto e a renderne noto ogni sospiro.

E lei sorride e incassa, perché è riuscita a diventare famosa e le sponsorizzazioni fioccano.

Dunque, dicevo, tanto di cappello: evidentemente ci ha saputo fare, e come lei i tanti altri che praticano la stessa – chiamiamola così – professione.

Se dipendesse da me, gli influencer non batterebbero chiodo, perché ho sempre detestato l’idea di prendere per buona una cosa solo perché me la propone un personaggio, più o meno famoso, o perché si tratta di un prodotto di successo, si tratti di un dentifricio, di un’automobile o di un libro (soprattutto se si tratta di un libro: evito accuratamente di comperare i best seller, che di solito – vedi i casi Cinquanta sfumature di grigio o Tre metri sopra il cielo – sono roba di consumo, successi effimeri che per definizione ritengo indegni di lettura: non accolgo un libro, nella mia biblioteca, se non sono sicuro di volercelo vedere anche a un anno di distanza).

Ad addolorarmi è la grande quantità di persone che invece sembra aspettare che sia qualcuno – un testimonial o un influencer o quello che fanno gli altri – a decidere per loro cosa fare, cosa comperare, cosa consumare, come vestirsi e cosa leggere, quasi che fossero incapaci di scegliere e decidere – oso dire: di pensare – per conto loro e avessero bisogno di qualcuno che le imbocchi e le diriga.

Mi addolora, ma non mi stupisce. Questa gente, quasi di sicuro, è la stessa che ondivaga si butta ora su un partito ora su un altro, oggi ama qualcuno e domani lo odia non perché ne disprezza o apprezza il programma, il principio o le idee, ma perché il leader è carino, perché è di moda, o perché fanno tutti così.

Si tratta dei nipoti di chi per anni gridò “Duce, Duce!” e poi esultò, e insultò, vedendo quello stesso duce appeso a testa in giù, che poi sono i figli di chi si faceva un doppio brodo Star perché glielo diceva Renato Rascel: certe qualità sono ereditarie. Io, lo confesso, non sono capace di accodarmi a un trend e di seguire una corrente: Sarà merito di mamma e papà o colpa della mia spocchia? Non lo so.

Forse è solo perché ho sempre odiato il brodo di dado.

Giuseppe Riccardo Festa

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