Sanremo: vincono i ggggiòvani. Per la musica rivolgersi altrove.

E così, per le nuove proposte il premio della critica è  andata al monologo di Mirkoeilcane, che non è una canzone, ma ha un profondo valore sociale e morale visto che guarda al triste fenomeno delle migrazioni dal punto di vista di un bambino che vede annegare la madre e poi annega egli stesso nel naufragio del barcone che avrebbe dovuto portarlo a una nuova vita.

Confermo tutte le mie riserve sul fatto che quel pezzo possa essere definito “canzone”: al di là del lodevole intento, resta infatti un monologo con sottofondo musicale. Voglio comunque sperare che il premio a “Stiamo tutti bene” sia un sincero omaggio al dovere di umanità, a maggior ragione in questi giorni così cupi, e non un tentativo un po’ ipocrita di sciacquarsi la coscienza, commuovendosi un po’ ascoltando quel ragazzo e poi tornando all’indifferenza, se non all’ostilità, nei confronti di questi esseri umani. Non so nulla invece del vincitore delle nuove proposte, perché le due serate di ieri e ieri l’altro non le ho seguite, anche per disintossicarmi dalle massicce iniezioni di melassa delle prime due.

Ma veniamo a stasera, col festival che si avvia – qualcuno (per esempio io) potrebbe dire “finalmente” – alla conclusione.

Il festival ha avuto un successo strepitoso, secondo alcuni (per esempio io) inspiegabile; o forse spiegabile in considerazione dei già citati giorni cupi che stiamo vivendo, e inducono molti a cercare una fuga nella rasserenante e rassicurante banalità della kermesse. Ma mi accorgo di essere troppo sociologico, e questo potrebbe spiazzare i miei ventiquattro lettori, fra i quali potrebbe esserci, chi lo sa, un sociologo vero.

Le note dell’ouverture del Te Deum di Charpentier, sigla dell’Eurovisione, sono tristemente seguite dalla sigla del festival, con quel po-po-po-po-po  avvilente, cantata da tutti i cosiddetti big, segnalando la differenza fra musica e le creazioni di Melagno Cantalamessa, in arte Claudio Baglioni, che  entra in scena con una giacca rosso shocking tragicamente troppo corta, anche di manica, ed elargisce al pubblico il suo discorso di prechiusura. Inspiegabile ovazione del pubblico a dispetto delle ovvietà che dice.

L’esecuzione del brano del vincitore fra le nuove proposte – si fa chiamare Ultimo, e rinuncio al gioco di parole sul fatto che sia inspiegabilmente arrivato primo – colma la mia lacuna culturale al riguardo. Il ragazzo, l’ennesimo rapper, è debitamente pieno di tatuaggi e si aggrappa al microfono come è uso fra i rapper; come è uso fra i rapper, le prime strofe del pezzo sono borborigmi incomprensibili, poi, s’incazza, chissà perché, e rappa ad alta voce. Pezzo che sicuramente non scriverà la storia della musica come del resto, da almeno una quarantina d’anni a questa parte, succede per la quasi totalità dei vincitori del festival, che siano nuove proposte o vecchi reperti.

Rivedo le scale di Hogwarts che accompagnano l’entrata di Hunziker e Favino, lei elegantissima, lui pure; e simpatici, anche, finché, purtroppo, si mettono a parlare. Nella giuria degli esperti c’è Giovanni Allevi, e questo la dice lunga sulla qualità della giuria medesima, che include anche Milly Carlucci, la cui competenza in campo musicale mi era del tutto sconosciuta.

La gara esordisce con Luca Barbarossa, che mi è simpatico, con la sua “Passame er sale”. Non vincerà perché è semidialettale, ma secondo me la ballata è gradevole e orecchiabile, non ha troppe pretese intellettuali e merita di entrare nella terna del podio.

Certo, comunque, che la scenografia è proprio brutta. Lo so che l’avevo già detto, ma repetita iuvant.

Tocca poi a Red Canzian. Red mi fa venire in mente Toby, quello del cartone animato di Disney. “Ognuno ha il suo racconto” ha pretese rock, ma è un rock talmente annacquato da far pensare ai Pooh. Ah, già, in effetti Canzian era un Pooh. Anzi, lo è ancora, per quanto faccia finta di no. Visto di profilo ha la silhouette tipica del signore, avanti negli anni e un po’ appesantito, che dovrebbe andare a guardare i cantieri edili e invece chissà perché si ostina a fare il cantante.

Perché Favino si ostina a voler fare lo spiritoso? Mistero.

Arrivano  “The Kolors” (ma che lingua hanno usato, per il nome? Boh!), sempre tatutatissimi, crestatissimi e pieni di piercing, sempre esagerati nei movimenti, sempre inconsistenti sul piano musicale, ma tanto gggiòvani. Con la loro “Frida mai mai mai” prosegue la rappizzazione della musica italiana, che già era miserella di suo, ma con queste contaminazioni diventa proprio inascoltabile.

Prima interruzione pubblicitaria, e questo sarebbe il meno; purtroppo prima di lanciarla Hunziker annuncia anche che dopo ci sarà la Pausini, alla quale avevamo augurato di guarire presto dall’influenza, ma non così presto.  La necessità di fare pipì mi salva dalla pubblicità, ma non dalla Pausini, che sicuramente duetterà con Baglioni, per la serie le disgrazie non vengono mai sole. Esordisce con un pezzo dal suo ultimo disco. Ultimo per il momento ma non in senso definitivo: le disgrazie, insomma, continuano a non venire mai sole. Mentre lei canta ho un’impressione di familiarità, non so se dovuta alla musica o alle liriche del pezzo. Poi mi rendo conto che l’impressione è dovuta a entrambe, riconducibili al concetto di “minestra riscaldata”. Tolgo l’audio, ma i movimenti della bocca della Pausini ribadiscono le rime in “-ente”, (niente, improvvisamente, veramente  e altra roba così). Insomma, il pezzo è così ovvio che lo si indovina anche da muto. Resto senza audio mentre Baglioni e le si scambiano i soliti convenevoli, complimenti, coccole e pinzillacchere. Si collega al telefono Fiorello, che di solito mi è simpatico, ma con l’accoppiata Baglioni Pausini si squalifica pure lui. Non capisco questa necessità di farcire la serata, già lunga di suo, con riempitivi stucchevoli come questi scambi di facezie fasulle.

Come temevo, Baglioni e Pausini duettano. Sempre con l’audio staccato, mi distraggo osservando il naso della Pausini che interferisce col microfono, e mi chiedo come mai non sia tutto arrossato dagli strofinamenti dovuti al suo perentorio protendersi verso il basso.

Attivo l’audio per un istante e la frittella nella gola di Baglioni, che si ostina a non soffocarlo, mi aggredisce senza pietà. Tolgo ancora l’audio e per distrarmi, in attesa che torni la gara, mi concentro su un rebus de La Settimana Enigmistica. Purtroppo lo risolvo troppo presto. La Pausini percorre il teatro e poi esce addirittura all’esterno sul red carpet. La osservo e noto che sotto il girovita è tale, che se si sdraiasse su un fianco sembrerebbe più alta.

Finalmente se ne va e Hunziker e Favino, dopo l’abituale scambio di facezie insulse, introducono Elio e le Storie Tese, stavolta vestiti normalmente, con “Arrivedorci”, che nemmeno le sopracciglia monumentali di Elio, e Mangoni che vagola in platea in costume da supergiovane,  riescono a rendere divertente.

I siparietti fra i presentatori sono al solito terribili, e finalmente Ron li interrompe con la sua esecuzione di “Almeno pensami”, l’inedito di Lucio Dalla che tale, forse, avrebbe dovuto restare.

In chiusura dell’ennesima infornata di pubblicità, Milly Carlucci annuncia il ritorno di “Ballando con le stelle”, ed io ghigno pensando che non ne ho mai visto nemmeno una puntata.

Ritorno all’Ariston trasformato in una specie di cantiere, sul quale un gruppo di gggiòvani  esegue un pezzo di Jovanotti, orribile come tutti i pezzi di Jovanotti,  e annuncia “Sanremo giovani”, anzi, Sanremo Young. Ovvio, no? Un festival di canzoni italiane deve avere il titolo inglese. Sono tutti felici come se l’Italia avesse prestato dei soldi alla Svizzera, ma vedere ‘sti ragazzini che si muovono come se avessero problemi di connessione neurologica fa male al cuore. Possibile che, oggi come oggi, giovane debba fare rima con idiota? Le disgrazie si sommano: la leader di questi Young è la Clerici, ma per fortuna la scollatura della Hunziker solleva lo spirito, anche se insisto a ritenere che quella scollatura non sia del tutto roba sua.

La gara riprende. Max Gazzè torna con la sua storia garganica, “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”. La zeppola imperversa, e non si capisce una parola di quel che dice. Afferro, qua e là, un fe foffero foli (se fossero soli), e la localizzazione geografica della storia, a Vieste, ridente località testimone della triste storia. Io ti afpetterò, foffe anche per cent’anni ti afpetterò. Una ftoria – pardon – una storia davvero toccante.

Noto con rammarico che anche l’arpista dell’orchestra è tatuata.

Annalisa arriva dopo Gazzè, infagottata in un costume color carta da pacchi. È, per chi non lo ricordasse, quella che ha i tatuaggi come i timbri dei quarti di bue. Però il costume color carta da pacchi, menomale, li copre. “Siamo montagne a picco sul mare”, dice. Che versi immaginifici! Secondo me si sopravvaluta. Il suo retrotreno è degno di nota, ma non così massiccio.

La pubblicità di Tim, con un’animazione che somiglia a Mina ed ha la sua voce, ricorda un po’ la cantante che nel film “Il quinto Elemento” intonava la Lucia di Donizetti. Atroce e patetica la scenetta con Baglioni che fa finta di essere il proprio sosia. Aiuto, voglio morire. Ma non muoio, tolgo l’audio e aspetto il prossimo cantante, mentre il pubblico in sala, disciplinato, si scompiscia dalle risate.

Renzo Rubino è il mio sfavorito, con la sua “Custodire”. L’ho già ascoltato due volte, e il fatto che stasera indossi lo smoking (qualcuno gli avrà fatto notare quanto era inguardabile le serate precedenti) non rende più gradevole la prospettiva di ascoltarlo una terza. La prima strofa è incomprensibile, la seconda clamorosamente piena di stonature, poi urla, poi stona di nuovo. Sicuramente Allevi, per affinità elettive, gli darà un voto altissimo: non capisce niente di musica nemmeno lui.

La pubblicità della Suzuki mi desta dal torpore con una irrealizzabile promessa di motorizzato erotismo, che subito si spegne davanti a un supermercato Conad. I salamelecchi vanno e vengono all’Ariston fra i presentatori e l’orchestra.

Poi arrivano i Decibel, con “Lettera dal Duca”. E mi viene da chiedermi se il duca, questa lettera, l’ha scritta alla contessa. Comunque confermo che nel piattume informe delle musiche e dei testi sentiti finora, il pezzo di Ruggeri è decoroso, addirittura gradevole. Il vincitore, per quanto mi riguarda, è lui; secondo Barbarossa.

E torna Ornella Vanoni, che esce dalla salamoia soltanto in occasione del festival e ci ritorna subito dopo. La canzone è debitamente insulsa, e Bungaro e Pacifico non aiutano a renderla più sapida. Una stecca atroce sul finale denuncia la stanchezza della Vanoni, che non è più fresca come quando aveva solo ottant’anni.

“Eterno” è riproposta da Giovanni Caccamo, e sinceramente non ne sentivo la mancanza. Ennesimo esordio a basse frequenze da falegname, nel senso che non si capisce una sega, cui fa seguito l’insopportabile sequenza di “occhi tuoi”. E quanto stona! Si contende l’ultimo posto in classifica, nella mia scaletta, con Rubino.

Pubblicità. Sento la mancanza di Valeria Mazza e della sua clinicadelavelèsa. Per fortuna ritorna il risucchio della Suzuki.

E arriva lo Stato Sociale, con “Una vita in vacanza”, il solito rap per i gggggiòvani (ogni volta aumento il numero delle g) Stonato come una campana, il frontman e il suo testo pieno di vogarità li dimentichiamo grazie alla vecchietta ballerina, ancora più avvilente di lui: chiodo scaccia chiodo, ed è proprio vero che quando tocchi il fondo puoi sempre scavare. E questi scavano, caspita quanto scavano. Possibile che non si distingua più la differenza fra originalità e fenomeni da baraccone, per non parlare di una cosa ormai sconosciuta che si chiama buon gusto?

Risparmio ai miei esausti ventiquattro lettori la descrizione dell’ennesimo siparietto fra i presentatori per venire a Roby Facchinetti e Riccardo Fogli. Red  c’è già stato, ora tocca a Roby. Dodi, Fufi, Bill e Fido sono rimasti nella cuccia. Roby mwore dwentro stonando sugli acuti, Fogli fa lo stesso; poi Roby gwarda indietro e l’amico non c’è. Cantano “Il segreto del tempo”, che poi un segreto non è: il tempo passa, tutto qui. Solo che loro si ostinano a non ammetterlo. Sono terribilmente sfiatati, non si possono sentire. La scenografia, comunque sempre brutta, arrossisce poi diventa arancione. Sarà l’effetto dell’ascolto di questi due.

Hunziker annuncia giuliva e entusiasta che succederanno tante altre cose incredibili, e purtroppo la minaccia si realizzerà.

Ecco ora Diodato e Roy Paci, il quale soffia nella tromba mentre l’altro borbotta incomprensibile nel microfono, come da regola non scritta degli incipit della canzone standard di Sanremo. Melodia disperatamente assente, gli spasmi muscolari di Diodato si fanno sempre più intensi, mentre Paci continua a soffiare nella tromba. Il pezzo finisce come era cominciato, senza lasciare traccia di sé.

Lo spot dell’acqua Lete mi ricorda quanto odio la pubblicità e quanto odio il rap; vedi poi la pubblicità col rap.

Parentesi sociologica di Favino in un monologo col quale intepreta un immigrato balbettante che racconta la sua storia; il rischio è che il suo tentativo di solidarietà finisca in farsa e presa in giro. Comunque almeno un momento di riflessione c’è e lui, quando fa il suo mestiere, fa dimenticare le battutine sceme che si scambia con Hunziker e Baglioni. Anche se, sempre malignamente, mi chiedo di nuovo se questo momento non sia un alibi, una sorta di concessione alla necessità di accennare alla realtà fuori dal teatro. La minaccia della Hunziker si materializza con l’arrivo di Fiorella che, come tutti sanno, M’annoia e come se non bastasse, duetta con Baglioni che sa cantare in un modo solo, quello come sapete della frittella in gola. I due eseguono un pezzo di Ivano Fossati, “Mio fratello che guardi il mondo”, che integra il monologo di Favino. Tutto sommato, frittella a parte, non è il momento peggiore del festival.

Ma la gara ritorna con Nina Zilli e il suo pezzo femminista, avviato dal solito inspiegabile miagolio. Continuo a preferire “Quello che le donne non dicono”, anche perché persiste la cronica carenza di fantasia melodica che affligge la quasi totalità delle canzoni di questo festival.

Arriva poi Noemi dalla capigliatura antinebbia, che interpreta “Non smettere di cercarmi”. Invito che, per quanto mi riguarda, non ha senso perché io a cercarla non ho mai manco cominciato, e nemmeno ci penso. Anche lei inizia borbottando, per poi passare all’urlo smodato e tornare ancora al borbottio, e via così. L’anno scorso mi pare che fosse un po’ più magra. Adesso ha un che di pesante, non solo nell’aspetto, che la rende sgradevole.

Ermal Meta e Fabrizio Moro, riammessi dopo i dubbi sul fatto che il pezzo fosse inedito, cantano emblematicamente “Non mi avete fatto niente”. Confermo il mio giudizio della prima serata: sarà un inedito, ma somiglia disperatamente al pezzo che Meta ha cantato… cioè, eseguito l’anno scorso, almeno nella filastrocca iniziale. Anche in questo caso la melodia è un’illustre sconosciuta, ma oramai lo sappiamo: nelle canzoni oramai la presenza della musica è un accessorio trascurabile. Tuttavia il testo, recitato a perdifiato dai due interpreti, parla di vita che continua nonostante il terrorismo: vedrai che le giurie ne terranno conto.

Doveroso omaggio di Favino alle vittime delle foibe, subito cancellato dalla pubblicità. Ed eccola, Valeria Mazza. Sentivo disperatamente la mancanza della sua clinicadelavelèsa, ora sono più sereno. Mancano ancora tre canzoni ma al solito fra ospiti, battutine dei presentatori e pubblicità si arriverà alle due.

Favino è un tantino ripetitivo, con le sue genuflessioni a favore della Hunziker che scende le scale in lungo, per una volta con le tette ben coperte.

Entra Mario Biondi, che canta “Rivederti”, e confermo che anche il suo pezzo si stacca dalla media assolutamente scadente dei pezzi in concorso, per quanto al terzo ascolto il testo si dimostri tragicamente banale. È terzo nella mia scaletta dopo Ruggeri e Barbarossa.

Un ennesimo pezzo assolutamente inutile è quello – titolo emblematico “Così sbagliato” – de Le Vibrazioni. C’è di buono che il bassista stasera, anche se continua a tenere lo strumento sopra le ginocchia, invece del solito camicione si è messo un paio di normalissimi pantaloni. Si starà imborghesendo pure lui, effetto Sanremo.

Ultimi in gara, Enzo Avitabile e, direttamente dal cortile di casa sua, il tacchino Peppe Servillo, che eseguono “Il coraggio di ogni giorno”, che una melodia ce l’ha, parte-nopea e parte arabeggiante. Ma c’è una sgradevole sofferenza nell’interpretazione dei due cantanti, una sorta di difficoltà ad armonizzare unita a una scarsezza di fiato che spezza un po’ le loro frasi.

E i venti pezzi in concorso sono finiti. Non manca molto, spero, alla fine della serata, ma prima bisogna sorbirsi l’ennesima esibizione di Baglioni. Tolgo l’audio e paziente aspetto che finisca, anche perché a lui si associano Raf, Renga e Max Pezzali. Cantano “Strada facendo” ma invece di fare strada stanno là. E se questa canzone già è dura sentirla urlare dal solo Baglioni, moltiplicata per quattro, con Pezzali fra quei quattro, è decisamente una prova sovrumana. Per me, ma non per il pubblico dell’Ariston che va in visibilio. Noto che Pezzali, come al solito, fa pensare a una persona fuori posto, quale che sia il posto.

Pubblicità: un caprone cornuto mostra che la Volkswagen è per una volta in difficoltà nella produzione degli spot pubblicitari. Un imbecille con un’oliva in mano dimostra che la Saclà, invece,  è  sempre in difficoltà con la produzione degli spot pubblicitari.

Poi Favino fa uno sketch con un attore che non conosco, tale Edoardo Leo che, scopro, dirige il dopo festival (ci mancherebbe che mi dovessi sentire anche il dopo festival), e con un coro maschile, insieme a Baglioni. Ma quando arriva la classifica? È tardi, cacchio!

E finalmente ecco le diciassette posizioni perdenti: Elio è ultimo (posizione immeritata, ma votavano i gggiòvani); poi Biondi (assurdo); Facchinetti e Fogli sono diciottesimi, diciassettesima la Zilli (due posizioni azzeccate); sedicesimi i Decibel (vergognoso); Canzian è quindicesimo, quattordicesima Noemi; tredicesimo è Rubino, che doveva essere ultimo, e dodicesimi Avitabile e Servillo; undicesime le Vibrazioni (decisamente troppo in alto); decimo Caccamo (assurdo, stonato com’è); noni i Kolor (inconcepibile per me, ma sono gggggiòvani); ottavi Diodato e Paci, settimo Barbarossa (poteva andargli peggio), sesto Gazzè (posizione dignitosa), quinta la Vanoni, e quarto Ron (o piuttosto Dalla). Dunque i primi tre sono Annalisa, lo Stato Sociale e Meta e Moro. Come immaginavo, la giuria dei cosiddetti esperti ha completamente sballato il giudizio.

Alla fine i vincitori sono Meta e Moro, come era ampiamente previsto, e inspiegabilmente al secondo e terzo posto, rispettivamente, si piazzano Lo Stato Sociale e Annalisa. Un doveroso premio della critica va a Ron, per il pezzo postumo di Dalla, un incomprensibile premio della sala stampa allo Stato Sociale, e un assurdo premio per la migliore interpretazione alla Vanoni, che al massimo meritava una menzione per il peggior restauro.

La morale è che al festival, quest’anno, c’erano per lo più testi (per quanto impegnati) senza musica, e musiche insignificanti con testi inutili, che hanno vinto; le poche vere canzoni sono vergognosamente finite in fondo alla classifica. Mentre vado a letto mi folgora il pensiero che il pubblico votante per Sanremo è lo stesso che il 4 marzo voterà alle politiche.

Con questo tragico pensiero in mente scruto il buio della notte, e nonostante l’ora tarda fatico ad addormentarmi.

Giuseppe Riccardo Festa

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