Sanremo, serata finale: avevo visto (quasi) giusto

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E così siamo arrivati alla serata finale che inizia all’insegna del socialmente corretto con i Ladri di carrozzelle, una band musicale di diversamente abili. Performance da accettare senza stare là a discettare su dettagli e pinzillacchere: è bello che queste persone possano allargare i propri orizzonti oltre i limiti dei loro handicap. Per quanto nasca il sospetto che questi siparietti siano in qualche misura una sorta di piccola tassa che la normalità paga ai meno fortunati per sentirsi la coscienza a posto, come quando mandiamo un sms al 45500 e ci sentiamo tanto generosi, comunque è sempre meglio questo che niente.

Tornando ai normalmente abili, o presunti tali, oramai le canzoni le ho sentite abbastanza da avere, oltre che un principio di orchite, anche  un’idea più chiara delle loro caratteristiche. Ma prima della gara c’è tutta una serie di liturgie preliminari, a partire da un nuovo omaggio agli eroi del quotidiano, con la polizia e i carabinieri. E’ toccante la commozione del vicequestore elicotterista della polizia, che fa dimenticare le battutine insipide di Conti durante la precedente presentazione della giuria di qualità, anche stasera presieduta da Giorgio Moroder. Giorgio Moroder che, per chi non lo sapesse, ha scritto un sacco di successi per Donna Summer e colonne sonore di film da Oscar, e scusate se è poco.

Vedendo entrare Maria De Filippi mi viene da pensare che con l’espressività e la mobilità facciale che si ritrova, per non parlare del timbro di voce, potrebbe essere la figlia bella di Charles Bronson.

Si comincia con comodo, con l’ospitata di Zucchero vestito da cappellaio matto, come al solito unto e bisunto ma in più, per perfezionare il quadro, anche bello grassoccio e rugoso. Il che non toglie che sia un grandissimo interprete e che difficilmente sbagli un pezzo, inteso come musica e parole: non a caso quando ha partecipato al festival da concorrente si è sempre classificato fra gli ultimi ma poi ha sbancato fra concerti e vendite.

Finalmente si comincia. Ogni cantante riceverà un augurio da un collega del mondo dello spettacolo, una sorta di patrocinio registrato come viene viene. Apre la gara Elodie, stasera in tailleur-pantalone bianco. Gli auguri glieli fa Loredana Bertè in versione clochard, ossia al suo stato naturale: uno spettacolo da incubo. Mi viene da pensare che lei, di Charles Bronson, sia la nonna. E risentiamoci Tutta colpa mia. Lo giuro, io ci provo ad ascoltare con tutta la buona volontà, deciso a trovare in questa canzone delle qualità. Ma non è colpa mia (a proposito) se fra musica e testo e arrangiamento e interpretazione, questa canzone mi ispira solo pensieri riconducibili all’efficacia del famoso Bifidus Essensis, il batterio che regolarizza l’intestino.

Ecco poi padre Michele Zarrillo, che deve aver letto il mio articolo di ieri e stasera e si è vestito davvero da prete. Riceve il viatico di Riccardo Fogli, che fortunatamente non è tra gli ospiti con i Pooh, notoriamente impegnati da dieci anni nel loro concerto d’addio. Mani nelle mani si conferma un concentrato di melassa spolverato di zucchero a velo e poi intriso nel limoncello. Andiamo avanti.

Tocca alla zolla tettonica Sergio Sylvestre. Gli auguri glieli fa Eros Ramazzotti che al solito, mentre parla, dà l’impressione di essere fatto, o forse ubriaco, o forse tutte e due le cose. La canzone si conferma ancora una volta inconsistente, il testo incomprensibile, l’intonazione incerta. Riesco a capire un verso: con te ho nascosto le mie lacrimè (con l’accento sulla E). Ecco quello che si dice far entrare le parole a martellate nella musica. Vabbè, nella musica; non esageriamo: nei suoni. La canzone, ovviamente, s’intitola Con te.

Fiorella Mannoia indossa un bellissimo abito lungo color rosso porpora, intonato con i noti capelli di fiamma, ed è benedetta da Enrico Ruggeri (notate l’arguta allusione al titolo della canzone). Che sia benedetta, che lei interpreta da par sua, mi piace di più ogni volta che la sento. Insisto a dire che merita di vincere. Nota politica en passant: ha dichiarato di essersi pentita di aver votato per Raggi a Roma. Speriamo che per questo non la sommergano di insulti sui social.

Ospitata-lancio delle interpreti di una fiction dedicata a Studio Uno, che a breve andrà in onda su Rai1. Io Studio1 me lo ricordo, con i mutandoni neri sulle gambe delle Kessler che cantavano il da-da-umpa: questioni di moralità della RAI dell’epoca. Certo che siamo cambiati, da allora. Adesso farebbe scandalo una starlet vestita, non una nuda. Lo dimostrano le mise di molte delle ospiti delle serate del festival.

Fabrizio Moro riceve il lancio di Gianluca Grignani. Portami via è un invito che purtroppo nessuno raccoglie, e così Moro porta a termine il pezzo a proposito del quale, anche per non infierire, non ho molto da aggiungere a quel che già ho detto nelle serate precedenti. Confermo che questo “campione”, a mio avviso, canta male; ma tanto non importa perché la canzone è brutta.

Alessio Bernabei, quello dei bottoni alle orecchie, riceve il saluto di uno che non so chi sia. Sciorina la sua Nel mezzo di un applauso sfoderando come sempre il suo sorrisino da bambino felice e magari un po’ scemo, per non dire giulivo. Di notevole c’è, nella sua persona, che il pantaloni terminano a metà della caviglia e che non porta i calzini. C’era una volta l’eleganza.

Ecco Crozza, ora, in smoking e non più in collegamento ma presente di persona, travestito da Razzi. Stasera è più divertente del solito anche perché, con la scusa di Razzi, fa poca politica ma molto avanspettacolo. È anche vero che, paradossalmente, queste parodie portano simpatia e popolarità ai personaggi parodiati, come Fiorello quando imitava Berlusconi, perché sono parodie affettuose; tutt’altra cosa quando se la prende con Renzi, col quale Crozza deve avere qualche conto personale in sospeso. Ma non parliamo di politica, e torniamo all’Ariston. Lo spot della Tim diventa spettacolo col balletto dei tarantolati che, direttamente sul palco, interpreta il lungo jingle cantato dalla voce incredibile di Mina. Ovviamente registrata.

Marco Masini riceve l’augurio di Gabriel Battistuta, che credo sia un ex calciatore. Spostato di un secondo non sposta di un centimetro il mio parere, già ampiamente espresso e documentato nelle serate precedenti. Stasera, in più, noto che quando non urla Masini canta, o meglio borbotta, con la ciambella in gola.

Torna Zucchero con Partigiano Reggiano, un pezzo dal testo provocatorio ma sicuramente un blues trascinante, arrangiato da dio, eseguito con una bravura a prova di critica. La regia inquadra il parterre, con le dive e le divette desolantemente impegnate a farsi dei selfie. Poi Zucchero interpreta dal vivo Miserere col playback di Pavarotti, una cosa che dà i brividi. Queste partecipazioni di artisti veramente rodati e talentuosi sono uno spietato termine di paragone per la mediocrità e la piattezza della quasi totalità dei pezzi in concorso.

Ma Paola Turci, bella in nero, disinvolta e grintosa, non sfigura. Gli auguri glieli fa Nek, quello che con Raf e Neffa ruba il nome ai cani. Fatti bella per te, inno all’autonomia e all’indipendenza delle donne, è un bel pezzo, e insisto a dire che merita di entrare nella terna delle canzoni migliori, con Che sia benedetta e Occidentali’s karma.

Bianca Atzei ho poi scoperto perché s’era commossa, ieri. Gli auguri le arrivano dall’autore del pezzo, Ora esisti solo tu, del quale mi sfugge il nome, ma tanto la cosa non ha importanza. Dicevo che ho scoperto perché s’era commossa: è che in platea c’era, e lei cantava per lui, Max Biaggi, il famoso motociclista che è il suo attuale compagno. Biaggi però, se non mi sbaglio, è già stato l’attuale compagno di una nutrita serie di signore. Vabbè, affari loro. Con le maniche lunghe Atzei mi piace di più perché si vedono meno tatuaggi.

Ennesima interruzione per una chiacchierata di Conti con una bellissima, giovanissima ma scafatissima modella italo-francese, che a diciannove anni (eh, i giovani di oggi!) è già stata la compagna di un calciatore ed ora è l’attuale compagna – quello di attuale compagno/a è un ruolo molto diffuso nel jet-set – di Vincent Cassel, l’ex di Monica Bellucci, che ha tre volte la sua età. Il che mi fa sperare che, se diventassi famoso, ricco e fascinoso, qualche speranza di rimediare un’attuale compagna potrei averla pure io. Mia moglie, che mi sta vicino mentre scrivo, mi guarda con compatimento, e temo che abbia ragione, ma si sa che a una certa età, mancando la pratica, uno si accontenta della teoria.

Ecco ora il simpatico Francesco Gabbani che, per una volta vestito in modo quasi normale, riceve l’in bocca al lupo di Rosita Celentano. Occidentali’s karma (io kharma lo scrivevo con l’acca, perché cerco di passare per intellettuale, ma ho visto poi che va scritto all’italiana) ironica e scatenata, si lascia ascoltare e trascina il pubblico, ed è simpatico il coinvolgimento anche vocale dell’orchestra; lo scimmione ballerino stasera ha il papillon rosso.

Chiara ha sempre quell’espressione un po’ dura dovuta alla sua laurea in economia e commercio che contrasta col vestito lungo nero, con trine trasparenti e accessoriato di spacco inguinale, molto sexy.  Francesco Renga le fa gli auguri e lei canta la sua Nessun posto è casa mia. Fa qualche passo sul palcoscenico e mi accorgo che il suo incedere è poco femminile, da commercialista anche quello. Ma questi sono discorsi maschilisti, vergogna vergogna. Parlo di questo e di quello perché comincia ad essere tardi e la canzone è soporifera: se mi fermo mi addormento.

Dodicesimo è Clementino, sponsorizzato per dovere di napoletanità da Edorardo Bennato. Mentre lui infila la filastrocca della sua Ragazzi fuori, mi rendo conto di preferire, fra le canzoni in concorso, le sole tre che contengono un messaggio positivo. Tutte le altre o sono le solite scipite canzoni d’amore o sono cupe e pessimistiche. Non so voi, miei affezionati ventiquattro lettori, ma per quanto mi riguarda penso che già la cronaca e la politica (di cui per vostro danno mi occupo frequentemente) sono piene di cose angosciose e angoscianti; almeno quando ascolto delle canzoni, al di là delle qualità più strettamente  musicali (melodia, armonia, ritmo, colore dell’arrangiamento) mi piace sentire cose che ispirano un minimo di ottimismo. Mentre io mi concedevo questa profonda e filosofica digressione, Clementino ha finito di parlare (non cantare: parlare) dei suoi ragazzi fuori, ed è partita la pubblicità. Posso andare a fare la pipì.

Torno, e vedo che stanno premiando Rita Pavone per i suoi 55 anni di carriera. Mamma mia, quali devastazioni può fare la chirurgia, che incongruamente si ostinano a chiamare estetica! La faccia della Pavone sembra Dresda dopo il bombardamento inglese e mi fa pensare alla figlia brutta di Charles Bronson. Però poi canta Cuore, e anche se la sua voce si è incupita si dimostra sempre un’interprete di prim’ordine. Ha settantadue anni e canta con la voce sicura, e con un piglio e una grinta, ed esegue un lungo acuto finale, che manco una ventenne. Onore al merito.

Ritorna la gara, con Ermal Meta e la sua  Vietato morire, appoggiato da Fiorello. Non sarebbe male se alle spalle dei cantanti fossero proiettate le parole delle canzoni, così uno capirebbe meglio cosa dicono. Anche Meta, già l’ho detto, nella strofa sciorina un recitativo quasi rap, in cui parla di pugni in faccia e di occhi pesti, ma si capisce malissimo quello che dice. Gli rendo il merito di non parlare dei soliti lui e lei innamorati o che non si amano più, ma gli rimprovero di mancare, nella strofa, di un contenuto melodico.

Lodovica Comello che stasera è vestita da donna, e non da squinzietta come nelle sere precedenti, è assistita da Claudio Bisio e dal suo cane. Il cielo non mi basta, già lo sapete, non mi piace. A proposito di vestiti: sta tramontando la moda stracciona degli anni passati, quando era obbligatorio presentarsi sul palco in tenuta da morti di fame. Soprattutto le cantanti, quest’anno esibiscono delle mise eleganti e gradevoli alla vista. Anche fra i maschi le giacche, perfino da smoking, non mancano. Certo, i rapper sono tenuti a vestirsi da rapper ma gli altri, chi più chi meno, dimostrano di possedere qualche accenno di buon gusto.

Lo vedete, miei amati ventiquattro lettori, che cosa mi tocca scrivere, in attesa che la Comello finisca di sciorinare le sue rimette da scolaretta di scuola media?

Il brodo si allunga con un intervento di Enrico Montesano, che si produce in un monologo piuttosto stiracchiato, ma anche stasera bisogna arrivare alle due.

Samuel, che riceve il saluto registrato da Giuliano Sangiorgi, conferma le mie riflessioni sull’eleganza, in parte smentite dal cappellino che ha in testa e dai calzini rossi che spiccano sotto i pantaloni troppo corti. È straniante che la canzone, Vedrai, per quanto di ritmo relativamente marcato, rientri negli stilemi consueti della tradizione sanremese ma lui eseguendola si muova come se invece fosse un rap.

Ultimo cantante in gara entra infine  Michele  Bravi, promosso da Fabio Rovazzi (quello di andiamo a comandare, pozzino ammazzallo): bellino, pallidino, faccino col sorrisino e vocino da bambino, Bravi canta Il diario degli errori, ossia le parole di un discorso inutilè (citazione dal testo, incluso l’accento sulla E di inutilè: eccone un altro).

E adesso vediamo quanto ci vorrà per arrivare alla classifica. Intanto è benvenuta Geppi Cucciari, una delle donne più intelligenti e argute che il panorama dello spettacolo proponga ai giorni nostri. E infatti il suo monologo graffiante e impertinente, oltre che toccante quando rende omaggio a Giulio Reggeni, seppellisce quello precedente di Montesano. Tanto lo sappiamo tutti che per fare le cose bene ci vuole una donna. Successivo ospite è Alvaro Soler col successo ispanico di turno, anzi due. Sicuramente sono migliori del già citato inverecondo e inspiegabile Andiamo a comandare che ci ha scassato gli zebedei la scorsa estate, ma insomma non è, e neanche vuole essere, roba che passerà alla storia.

Arriva la classifica e Clementino è ultimo, e anche gli altri che ho criticato più duramente sono nelle posizioni che auspicavo, e la cosa mi gratifica. A parte Sylvestre, la montagna semovente, che si classifica addirittura sesto. Peccato per  Turci, che ahimè è solo quinta: i primi tre sono Mannoia, Meta e Gabbani. Per Meta, evidentemente, ha fatto premio il contenuto sociale. Mi compiaccio con me stesso, comunque, per aver azzeccato due titoli su tre dei primi classificati. Credo che su una classifica come questa abbia influito pesantemente la giuria di qualità, e anche di questo mi compiaccio.

Ora ci sarà una nuova votazione per decidere il vincitore fra questi tre. Altra infornata di ospiti e pubblicità. Una coppia, un uomo e una donna che non ho capito chi sono, introdotta da Conti che cita alcune frasi del papa, canta una canzone dedicata alla pace. L’intenzione è bella e nobile però la canzone è decisamente brutta e brutto è il vestito che la tizia indossa, uno strano mix di abito lungo rosso, tutto tirato indietro, e pantaloni neri: fa pensare a quando le donne si cambiano infilando i pantaloni da sotto prima di togliersi la gonna da sopra. Poi pistolotto del ministro della Difesa Pinotti. Ancora un ospite, il giovane pianista Emanuele Fasano, che ha avuto una botta di culo che ha deciso di attribuire al padreterno ed ora ha un contratto discografico. Il suo pianismo è una via di mezzo fra Allevi e Clayderman, quella che generalmente chiamo musica da bidet perché scivola via come l’acqua, appunto, nel bidet: va benone come sottofondo nei salotti degli alberghi o fra gli scaffali di un supermercato, ma io il suo disco non lo vorrei manco se me lo regalassero. Poi Carlo Cracco, che non sto a sentire cosa dice, e  poi Ubaldo Pantani, un imitatore, che fa Giletti. E finalmente si passa alle premiazioni.

Premi di contorno: per il miglior testo a Fiorella Mannoia che così, comunque, un trofeo a casa se lo porta; Premio della critica a Ermal Meta, sempre per quei motivi sociali che dicevo prima; premio per l’arrangiamento, assegnato dall’orchestra, ad Albano, che con l’arrangiamento del suo pezzo in realtà non ci azzecca nemmeno un po’; premio della sala stampa, anche quello, a Fiorella Mannoia. E c’è anche il premio della TIM alla canzone più ascoltata e scaricata sulla sua rete digitale, che va a Francesco Gabbani: non per fare il saccente, ma l’avevo previsto. Poi il solito intervento di Rocco Tanica, e infine la classifica finale dei primi tre: terzo Ermal Meta, e vince Gabbani! Mannoia, solo seconda, mastica un po’ amaro, ma è pur sempre piena di premi.

Evidentemente quel sentimento che dicevo prima, la voglia di cercare serenità e allegria almeno mentre si ascolta una canzone, non sono il solo a provarlo, ed ha prevalso anche fra le giurie. Francesco Gabbani, che se ve lo ricordate l’anno scorso sembrava scartato, poi è stato ripescato e poi ha vinto fra le giovani proposte, nel giro di un solo anno si ritrova a vincere anche il festival principale. Mica male, eh?

Bene: il festival è finito: il vincitore ripete il suo pezzo, e quando avrà finito dovremo purtroppo tornare alla realtà: Conti sotto la lampada abbronzante, De Filippi tra le lacrime dei suoi casi umani, il resto di noi a combattere con la vita quotidiana e il mare di cattive notizie che ci bombarda ogni giorno.

Però Clementino si è classificato ultimo, e questo mi renderà più allegra la giornata, domani.

Giuseppe Riccardo Festa.

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