Sanremo: nella quarta serata stravince il rap e perde la musica.

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Quarta serata del festival. Per la terza volta dovrò risentire le canzoni in gara, che i relativi cantanti eseguiranno ciascuno in compagnia di un ospite di sua scelta.

Si comincia con la solita autopromozione di Baglioni che canta un suo pezzo assistito dalla solita coreografia – una folla di ballerini che fatica a muoversi sul pur ampio palco dell’Ariston – che ci azzecca con la canzone e, quel che è peggio, col buon gusto, come una bistecca col pranzo di un vegano, eseguendo movimenti meccanici, prodotto della mente malata di un coreografo in crisi di creatività, o di astinenza, o di entrambe le cose. La canzone, che non conoscevo, non finisce mai. Quando finisce, in un lampeggiare fastidioso di luci blu, finalmente il palco si svuota della folla di ballerini in maschera e Baglioni elargisce al pubblico il suo doveroso pistolotto iniziale.

Entrano poi  Virginia Raffaele e Claudio Bisio, lei bellissima e come sempre divertente facendo stavolta,  ma molto brevemente, l’interprete ad uso dei bambini delle spiegazioni di Bisio sul regolamento della serata. Una giuria d’onore, nella quale non c’è un solo musicista e nella quale Serena Dandini fastidiosamente sgomita per farsi notare, deciderà qual è il migliore duetto.

I pezzi da subire – pardon, da ascoltare – sono tanti, e quindi si comincia subito con le esibizioni. Federica Carta e Shade hanno scelto di cantare la loro “Senza farlo apposta” con Cristina D’Avena: proprio lei, quella che, da cinquant’anni, di anni ne ha dodici. Stasera le parole si capiscono meglio. Purtroppo.

Poi tocca a Motta, assistito dalla mia coetanea Nada, con “Dov’è l’Italia”. La chitarra che stasera Motta si è portato in scena non riesce a renderlo né meno sparuto né più disinvolto. Nada è brava ma non basta un bravo cantante a rendere bella una canzone, quando la canzone è brutta. E questa, decisamente, lo è.

Irama si è accoppiato (musicalmente, sia chiaro) con Noemi per cantare “La ragazza col cuore di latta”. Noemi, che non perde l’abitudine di vestirsi da uovo di pasqua, ha la testa talmente arancione che potrebbe passare per la figlia di Donald Trump. Il rap si snocciola a velocità supersonica, come le giaculatorie di un prete svogliato durante una messa con pochi fedeli in un martedì pomeriggio.

Durante la pubblicità rifletto sul fatto che il tentativo di Baglioni, in sé legittimo, di insistere sull’italianità del festival invitando solo artisti nazionali e sulla dedica della rassegna all’armonia, è smentito dalla lapalissiana constatazione che a dominare, nei ventiquattro pezzi in concorso, è il rap, un genere che di italiano e di armonico non ha assolutamente niente.

Il primo e unico ospite è Luciano Ligabue: quello che, dicono, un giorno ha sentito uno che sa suonare la chitarra ed è rimasto sconvolto scoprendo che gli accordi sono più di tre. Prima dell’inizio della serata il sempre e soltanto elogiativo Formica lo ha intervistato, o meglio insalivato, dicendogli quanto è bravo e bello e geniale. Se lo dice lui, si vede che non è vero. Domanda oziosa: duetterà con Baglioni? Intanto il siparietto che fa con Bisio, fingendosi megalomane, è simpatico. Massì, bisogna ammettere che Ligabue è simpatico. Il solo problema è che canta. E poi – ma non è colpa sua – ci sono quelle dannate luci da balera di periferia, che lampeggiano e girano e schizzano cafoneria dappertutto!

Entra Baglioni, come sempre caldo e gradevole come un ghiacciolo giù per la schiena. E, sì, duettano. Figurarsi se non duettavano: dedicano a Guccini “Dio è morto”. Baglioni non è adatto a cantare Guccini: è adatto solo a cantare Baglioni. Comunque il pezzo, perfino cantato da lui, resta un caposaldo della storia della musica italiana. Pensare che la RAI, all’epoca, lo censurò!

E riecco la gara, con Patty Pravo e Briga che si uniranno (musicalmente, per carità!) con Giovanni Caccamo per la loro “Un po’ come la vita”. Confesso di non sapere chi sia Giovanni Caccamo. Briga attacca, e stasera è più incomprensibile del solito. Pravo fa sul palco un’entrata – molto in ritardo – che manco Marlene Dietrich, e biascica a sua volta delle frasi, seguita dal sullodato Caccamo, che ora che lo vedo continuo a chiedermi chi diavolo sia. Il rapper Briga attacca il suo pistolotto, e se c’è una cosa più sgradevole di un rapper, quella è un rapper piccolo borghese che invece di dire le sue brave parolacce dice cuore-amore-fiore eccetera. La canzone si dipana senza storia, senza melodia, senza un senso. Perfetta per questo Sanremo.

E ancora più sgradevole è il birignao dei bambini nella pubblicità. Atroci anche le voci che commentano la pubblicità di un profumo Versace con una recitazione da filodrammatica e con le solite modelle secche secche e imbronciate, che ti guardano dallo schermo con l’aria di chi ti dice: “È inutile che mi sbavi appresso, tanto a te tanto non te la darò mai”.

I Negrita, per “I ragazzi stanno bene”, sono assistiti da Enrico Ruggeri e Roy Paci che suona la tromba e attacca con un riff che ricorda “Baker Street”. Ruggeri lo stimo, e la  canzone è davvero migliorata dalla tromba di Paci e dal fatto che tutti stanno seduti invece di vagare per il palco, ma pur se migliorata resta comunque brutta lo stesso.

Il Volo si fa accompagnare dal violinista Alessandro Quarta, che per come è vestito sembra appena uscito da una stazione della metropolitana dove però ha dimenticato il cappello per le monetine, per eseguire “Musica che resta”, titolo quanto mai bugiardo. Il violinista è decisamente poco preciso, a dispetto dell’aria ispirata e dei movimenti smodati da rockettaro, del tutto fuori luogo con lo strumento che suona.

Sempre grande e originale Virginia che “duetta” con Baglioni, che suona “Giochi proibiti”. Lei armeggia con una chitarra squinternata, senza corde e molto dadaista, e riesce a far sembrare simpatico pure lui. Ma solo per poco, perché poi lui dice una battuta delle sue e il cubetto di ghiaccio torna a scendere giù per la schiena.

Arisa presenta la sua “Mi sento bene” in compagnia addirittura di Tony Hadley, già degli Spandau Ballet, un tempo fascinoso adone ma oramai grassoccio signore di mezza età. L’arrangiamento è diverso, e stasera mi piace di meno. E poi c’è con lei anche un inutile balletto.

Mahmud è accompagnato da Guè Pequegno per la sua “Soldi”. Non sapevo chi fosse Guè Pequegno, e ora che lo so preferirei essere rimasto nella mia ignoranza: tutti gli stereotipi del rappismo più becero si concentrano in questo grottesco personaggio, che peraltro fa una comparsata molto marginale. E intanto mi confermo nell’impressione di sgradevolezza della voce di Mahmud e di sguaiataggine del pezzo.

Ghemon si esibisce con Diodato e con un gruppo dal nome “Calibro 35” in “Rose Viola”. Diodato ha la voce fessa che fa perfettamente il paio con quella tutta di gola di Ghemon che stasera non ha addosso un cappotto ma un saio da frate trappista tagliato a metà; e rappa, boia la miseria, rappa. Torno a pensare che Baglioni si vanta di aver fatto un festival tutto italiano e poi lo ha infarcito di rap, che è la cosa più lontana che ci sia dalla musica italiana.

Francesco Renga si è portato due ballerini classici, Eleonora Abbagnato e Friedman Vogel, e il cantante Bungaro per riproporre “Aspetto che torni”. Io invece aspetto che tutti e quattro se ne vadano.

Per eseguire “I tuoi particolari”, Ultimo ha chiamato Fabrizio Moro, che mi sta antipatico che più antipatico non si può, con quella sua aria da “non mi faccio la doccia da un mese e non me la farò per un altro mese”, per non parlare delle braccia istoriate che manco un poncho peruviano. Con loro c’è anche un sassofonista, con un sax soprano, molto bravo. La canzone comunque, anche se col pepe degli interventi del sax, resta comunque brutta e sgradevole come la pasta stracotta e senza condimento, e si chiude per giunta con una solenne stonatura di Ultimo.

Il monologo di Bisio sulla paternità è interessante, ma oltre a indulgere un tantino troppo nella coprolalia è un tantino fuori luogo, e il tentativo di umorismo piuttosto sbilenco. Per giunta si conclude con l’intervento di un rapper, che spero non sia il figlio, che al fatto, già sgradevole, di essere rapper, aggiunge una zeppola atroce. Se si facesse il campionato di chi dice più cazzate a raffica in meno tempo, vincerebbe lui. No, non è il figlio ma un tale Anastasio. Meno male, per Bisio.

Nek è assistito nientedimeno che da Neri Marcorè per la sua “Mi farò trovare pronto”. Marcorè migliora il pezzo alla grande recitando, non cantando, e così dando corpo al testo con la sua bravura che non può essere messa in discussione. Ma Nek canta e la realtà del pezzo, in tutta la sua inutilità, riemerge.

E così siamo a metà della presentazione dei pezzi in gara nella versione duettata.

I Boomdabash non possono migliorare perché si fanno accompagnare da Rocco Hunt, ossia un ennesimo rapper, oltre che dai Musici Cantori di Milano, ossia un gruppo di poveri bimbi innocenti biancovestiti coinvolti in questa cosa orribile. Tolgo l’audio e lascio Hunt e gli altri muoversi in modo scomposto sul palcoscenico in quel modo scomposto che solo i rapper sanno scomporre così scompostamente.

The Zen Circus hanno coinvolto Brunori SAS nell’esecuzione di “L’amore è una dittatura”. Mi ero scordato del clone di Cocciante, che si alterna col cantante di Brunori SAS nell’ennesima filastrocca rap. Azzero di nuovo l’audio, chiedendomi malinconicamente chi sia stato ad assassinare la Melodia, quella morbida, voluttuosa, ammaliante figlia della musica che per tanti secoli aveva trovato in Italia, da Monteverdi a Fabrizio De Andrè passando per Donizetti, Rossini, Verdi, Mascagni, e anche Modugno, Donaggio, Battisti, Conte e tanti altri, confortevole rifugio e nobile occupazione.

Paola Turci è affiancata da Giuseppe Fiorello per eseguire “L’ultimo ostacolo”. Sono gradevoli ma lei stasera fatica più del solito sugli acuti. Indubbiamente, comunque, finora la loro è la migliore esecuzione.

Tatangelo si accompagna a Syria, della quale avevo dimenticato l’esistenza, per “Le nostre anime di notte”. Stasera, che è tutta vestita, Tatangelo mette di più in evidenza il suo volto di porcellana. Il trapianto di porcellana, bisogna ammetterlo, le è riuscito decisamente bene, anche se paga lo scotto di un’inquietante fissità facciale. L’insipidezza della canzone non rende giustizia alle qualità canore di Syria.

Gli Ex-Otago si esibiscono con Jack Savoretti per eseguire “Solo una canzone”. Confesso la mia ignoranza, ma per quanto mi riguarda Jack Savoretti potrebbe identificarsi con il famoso milite ignoto giapponese, il mitico Kikatze. La sua presenza non modifica in nulla né la qualità del pezzo né il mio giudizio sul medesimo.

Bisio ricorda che su Rai play si possono rivedere le esibizioni della serata. Ma ci sarà davvero qualcuno – a parte gli interpreti e i loro parenti – che possa avere voglia di rivederle e, quel che è peggio, di risentirle?

Enrico Vigiotti, per “Nonno Hollywood”, è venuto con Paolo Jannacci, che lo accompagna al piano. C’è anche un “sand artist”, che disegna immagini con la sabbia. Molto suggestivo. Perdòno a Vigiotti i tatuaggi e la ferraglia che indossa perché il pezzo è autentico e sincero, anche se pure lui quanto a melodia lascia molto a desiderare, e lo dichiaro migliore pezzo finora, scalzando quindi “l’ultimo ostacolo” di Paola Turci.

Oddio, riecco Loredana Bertè, che ha coinvolto Irene Grandi nella sua “Cosa ti aspetti da me”. Bertè indossa sempre quelle sue invereconde minigonne e continua a produrre quelle orribili stecche sonore, mentre Grandi ha sempre quella sua aria da persona appena alzata che deve ancora fare pipì e prendere il primo caffè. Però canta mille volte meglio della titolare del pezzo, che infatti rende infinitamente più piacevole. Di nuovo il pubblico tributa alla Bertè un’incomprensibile standing ovation, tanto più incomprensibile in quanto ieri non è stata tributata alla memoria della sorella, la ben più brava Mia Martini.

Daniele Silvestri si esibisce col perennemente imbronciato Manuel Agnelli, oltre che col solito rapper tascabile di nome Rancore, in “Argentovivo”; il pezzo strappalacrime (non strappa solo le lacrime ma anche altre cose, fisiologicamente collocate in area inguinale, che non si possono menzionare) dedicato al sedicenne disadattato. Già il pezzo era brutto di suo, ma con gli strepiti di Agnelli diventa talmente orrendo da sfociare nel comico.

Einar si associa a tali Biondo e Sergio Sylvestre per eseguire “Parole nuove”, nel senso del titolo, perché per il resto, come ho già rilevato, le parole sono quanto di più trito si possa immaginare. Einar che canta non si può sentire, ma in compenso è vestito in un modo che non si può guardare. I suoi partner sono – guarda un po’ – due rapper.

Per risollevarmi un po’ il morale, arriva Simone Cristicchi, che si fa assistere da Ermal Meta per eseguire “Abbi cura di me”. Purtroppo la dizione di Meta, nella parte recitata, non è all’altezza della qualità del testo; nella parte cantata, però, effettivamente aggiunge un utile contributo alla qualità dell’interpretazione.

Purtroppo poi arrivano Nino D’Angelo e Livio Cori, affiancati dai Sottotono, per “Un’altra luce”, ossia per l’ennesima filastrocca rap, con l’aggravante del bilinguismo fra italiano e napoletano (almeno presumo che si tratti di italiano e napoletano).

Sarà che è la quarta sera che passo ascoltando questa roba, ma la mia capacità di sopportazione sta raggiungendo il suo limite. Ho bisogno di sentire un po’ di Musica, quella vera. Domani, per rifarmi, mi sento il Don Giovanni di Mozart: debbo decisamente disintossicarmi, perché questa indigestione di immondizia rap mi sta facendo uscire di testa.

E’ rimasto Achille Lauro, con “Rolls Royce”, e, quel che è peggio, con Morgan. Ci sono state polemiche perché chi ha letto o capito il testo nella sua integralità ha rilevato che la Rolls Royce del titolo non è che una metafora della droga, con la quale Lauro, evidentemente, parte per i suoi viaggi. Se fosse vero, questo spiegherebbe molte cose del personaggio. Morgan intanto tenta di rubare la scena a Lauro, perché la sua smania di protagonismo fa in lui premio su qualunque considerazione di qualunque altra natura.

La cosiddetta “giuria d’onore” nella quale, ripeto, non c’è un solo musicista, assegna il premio per il miglior duetto a Motta e Nada e il pubblico rumoreggia, giustamente, perché Motta è un pessimo cantante.

Questo festival ha rinunciato, in realtà, a promuovere proprio ciò che dichiarava di voler esaltare: l’armonia. Solo tre o quattro, di fatto, sono state le vere canzoni in gara: tutto il resto è stato null’altro che scimmiottante, ripetitivo, monocorde rap.

Posso dunque serenamente affermare, anche se ancora manca l’ultima serata, che, di tutti i festival che ho seguìto finora, questo è il peggiore in assoluto: per la qualità dei pezzi in gara, per le scene, le luci, la regia e anche per la conduzione, alla quale non è bastato il talento di Virginia Raffaele per acquisire un po’ di vivacità e piacevolezza. Particolarmente avvilente è stato il dover constatare che a dominare, lo ripeto, è stata una forma espressiva, il rap, che, a dispetto delle affermazioni di Baglioni, che parlava di valorizzare l’italianità della rassegna, non solo non ha nessuna relazione con la tradizione musicale italiana ma di fatto proprio non è musica, almeno non nel senso che al termine si è dato nei secoli che hanno preceduto questo nostro povero, sconnesso, incolto,  antiartistico tempo, ossia un connubio di melodia, armonia e ritmo; un connubio inteso, quando c’è un testo, a dargli più intensità ed emozione. Il rap è solo ritmo, senza melodia né armonia, sul quale si snocciolano filastrocche, parole in catena e in rima i cui interpreti sembrano uscire tutti dallo stesso cliché, oltre che nel modo di interpretare queste filastrocche, anche in ogni loro manifestazione esteriore, dall’abbigliamento alle movenze, dai piercing ai tatuaggi, giù giù fino al contenuto dei loro testi, non di rado infarciti di violenza, cinismo e disarmante volgarità.

Il rap, che non esige né dagli autori né dai fruitori il benché minimo livello di conoscenza in campo musicale, è in fondo l’anticipazione di una tendenza che poi ha invaso, non solo in Italia, tutti gli ambiti della nostra società, non solo la musica ma anche, fra le altre, la medicina, la letteratura e la politica: tendenza che consiste nell’idea che per occuparsi di qualunque cosa la cultura in generale e la competenza in particolare siano un inutile sovrappeso e che chiunque possa ritenersi autorizzato e abilitato a fare qualunque cosa.

E i risultati, ahinoi, sono sotto gli occhi di tutti.

Giuseppe Riccardo Festa

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