SANREMO, PRIMA SERATA

Il festival comincia con una lunga introduzione che mostra tutti i vincitori delle 65 edizioni precedenti e parte da Adamo, Eva e Nilla Pizzi, che come è noto di Adamo era la nonna. Poi interminabile sequenza di clip per la presentazione dei concorrenti, a partire da Patty Pravo che, come noto, di Adamo è la bisnonna. Tutti i concorrenti intervistati esibiscono scioltezza, a partire da Elio e le Storie Tese che però convincono meno del solito. Pubblicità, poi eroico inizio orchestrale, un omaggio a David Bowie con una versione irriconoscibile di “Starman”. Va be’, conta il pensiero.

La gara comincia con un tale Lorenzo Fragola. Canta “Infinite volte” ma a mio parere già una è di troppo. Chi è? si vede che sono vecchio. Magari è famosissimo. Per capire le parole ci vorrebbe un interprete, almeno nelle note basse. Ah, ecco: il solito amore finito ma lui la pensa ancora. Beh, però il ragazzino è vestito con un certo gusto classico. Musica scontata e prevedibile. Passerà il turno, anche se per me è melassa in brodo allungato e senza sale.

Arriva una valletta, che Conti si ostina a chiamare co-conduttrice. È una squinzia che viene dalla Romania, tale Madalina Ghenea (presumo che si scriva così), o qualcosa del genere. Scende la solita scalinata. Bella, bellissima, alta, altissima, giovane, giovanissima; e ingessata, ingessatissima. Speriamo che Virginia Raffaele sia in forma, perché questa, bella quanto volete, dice un sacco di banalità e se non avesse il gobbo davanti non saprebbe dire nemmeno quelle.

Entra ora Noemi, rossa come una carota. Canta “La borsa di una donna”. Titolo originale, ma tutto il resto è una delusione. Speravo in qualcosa di ironico e invece è una cosa con pretese intellettuali e immaginifiche e fatalmente piena di frasi fatte. Non passa il turno. Ce ne faremo una ragione.

Arriva Virginia Raffaele travestita da Ferilli. Funziona, anche se alla prima entrata si vede che è un po’ tesa; ma con la squinzia di prima non c’è paragone: quella è solo bella, lei è anche bella e non ha bisogno di farsi reggere in piedi da Conti, che sfotte con intelligenza e ironia.

Tocca a un gruppo, i Dear Jack. Cantano “Mezzo respiro”. Un altro amore finito. Terribili, inutilmente giovani. Il pezzo non è una canzone ma un prodotto. Anche stavolta la giuria telefonica è d’accordo con me.

Andiamo bene: tre pezzi e nemmeno uno che lasci un segno, che accattivi l’orecchio. Speriamo nelle prossime esibizioni.

Entra il primo ospite, un incredibile centenario che ancora fa sport e canta pure benissimo. Buone notizie per Patty Pravo, che ha motivo di sperare in un allungamento della carriera, notizia meno buona per il resto del mondo che continuerà a subire Patty Pravo. Gli piace stare sul palco, e Conti fa un po’ fatica a liberarsene. Il siparietto è tra il tenero e il comico.

E poi arriva Gabriel Garko, che in realtà si chiama Dario Oliviero (fonte Wikipedia), ma dopo la plastica facciale ha pensato bene di farsi la plastica anche al nome. È sicuramente bello, ma sarà anche bravo? Dice due scemenze sulla sua mamma e si muove con la disinvoltura di un manichino. Mah. Non dite che sono invidioso: alla sua età facevo anch’io la mia porca figura. O almeno così diceva la mia, di mamma.

Giovanni Caccamo e Deborah Iurato cantano “Via da qui”. Lei è vestita da Bacio Perugina ma non glielo direi perché ha l’aria di una tosta, che mena. C’è la rima tra “bugia” e “andare via”, ma tutto sommato non è malaccio. Passano il turno; il titolo della canzone non si associa al loro futuro immediato.

Pubblicità interminabile.

Arriva come ospite Laura Pausini, introdotta da Garko e dalla squinzia in modo patetico. A me la Pausini non è mai piaciuta, ma si sa che io sono vecchio. Canta un’altra canzone con dentro un “non andare via” che fa rima con “bugia”. Ma che, è obbligatorio? o forse il paroliere è lo stesso della canzone di prima? O forse no, è che proprio i parolieri sono a corto di parole. La canzone è interminabile ma finalmente finisce. L’ovazione del pubblico incomprensibilmente adorante (sarà lo stesso che va alle processioni di padre Pio?) e i milioni di dischi che ha venduto spiegano il tramonto dell’Occidente molto meglio di Oswald Spengler. La fanno duettare con sé stessa nella canzone del 1993. E così si può notare che in pratica quella canzone ha continuato a cantarla durante tutti gli anni successivi, visto che non si nota differenza con le altre del suo repertorio. Per non parlare delle cose melense e stucchevoli che dice, roba da Libro Cuore, Candy Candy e volemosebene inzuppati in brodo di giuggiole. Speriamo in Elton John. Intanto boccata d’ossigeno con Virginia Raffaele.

E ora gli Stadio. Questi sono bravi davvero. Cantano “Un giorno mi dirai”. Pezzo un po’ alla Vasco Rossi ma originale (un padre che parla alla figlia) sia nel testo che nella musica. Rispetto a quel che si è sentito finora (Pausini inclusa) è un’altra galassia. Passano il turno, ci mancherebbe altro.

Torna Garko, inutilmente disinvolto. Il modo sfacciato in cui legge dal gobbo è reso più imbarazzante dalla regia, che insiste in primi piani sulla sua bellezza. Con me non funziona perché continuo a preferire le ragazze. Ma con le signore, forse, serve.

Arisa canta “Guardando il cielo”. Bella, un testo nuovo e originale, ricco di idee e immagini. Anche la musica sfugge ai soliti cliché. Complimenti all’autore! E anche all’interprete. Passa anche lei il turno.

Aldo Giovanni e Giacomo ripetono, riveduto e corretto, un loro vecchio sketch ancora godibilissimo; sono invece un po’ patetici e impacciati quando tornano per ricevere un premio dal Comune di Sanremo. Festeggiano 25 anni di carriera, e purtroppo ora si nota. Beh, che diavolo, mica invecchio solo io.

Enrico Ruggeri canta “Il primo amore non si scorda mai”. Il vecchio leone conferma di avere molto mestiere e soprattutto di avere ancora qualcosa da dire: canzone accattivante nel ritmo, nella melodia e nell’arrangiamento e dal testo non scontato. Passa il turno, e se lo merita.

I redivivi Blu Vertigo cantano “Semplicemente”. In pratica si tratta di Morgan che è decisamente stonato, rauco e sfiatato. Non si capisce niente del senso del testo. Comunque la canzone, anche se ha un ritmo abbastanza piacevole, non sa di niente. Meritano l’esclusione che arriva, inevitabile.

E finalmente Elton John. Mammamia, quanto è invecchiato. Canta da solo al piano. Inizia con un suo vecchio successo, “I hope you don’t mind”. Voce un po’ incerta ma grande classe. L’intervista è di quelle che sono fatte di domande ovvie (chiaramente le domande erano concordate) e risposte scontate; ma l’accenno alla paternità e al suo essere cristiano è di quelli che faranno incazzare Giovanardi e Gasparri e allora si chiude un occhio. “What am I gonna do” è ormai ai limiti dei suoi mezzi vocali. Chiude con un pezzo dal suo ultimo disco, “blue wanderful”, sempre manifestando una certa fatica. Però un Elton John affaticato vale da solo quanto la maggior parte dei ragazzotti sentiti stasera.

In platea c’è una coppia comica di finti sposi un tantino stiracchiata: recita in modo scolastico e le battute di conseguenza funzionicchiano ma non si può dire che funzionino davvero.

Arriva il rapper Rocco Hunt e io come al solito mi chiedo che c’entra il rap con la musica in generale e con la canzone italiana in particolare. Lo sopporto per mezzo minuto poi tolgo il volume al televisore. Se voglio sentire una predica velleitaria vado in chiesa, non seguo a Sanremo un ragazzotto in cerca di rime facili e moralismi stucchevoli. Guardandolo senza audio mi chiedo perché mai i rapper si muovono tutti alla stessa maniera, tra l’anchilosato, lo spastico e l’artritico. Senza offesa per spastici e artritici. Non gli do un voto ma so che passerà il turno per un malinteso senso che da un po’ si dà alla parola “cultura”. E infatti passa il turno.

Irene Fornaciari canta “Blu”, che sembrerebbe un tipico prodotto da festival di Sanremo se non fosse che il testo allude alla tragedia dei profughi che annegano in mare. Merita un 7 solo per questo, ma alla gente che vota da casa queste allusioni alla realtà non piacciono, e così non passa il turno. Probabilmente riceverà il premio della critica.

Alcuni cantanti esibiscono nastri colorati per manifestare solidarietà verso le coppie arcobaleno. La cosa, ci si può scommettere, susciterà polemiche.

C’è poi un altro ospite, un antipatico cantante franco-congolese: quello che da settimane ci scassa gli zebedei da tutte le radio col suo sguaiato “Est-ce-que tu m’aimes, je ne sais pas si je t’aime”. Conti gli fa una domanda scema (“mi fai provare i tuoi occhiali da sole”), e lui gli risponde con un antipatico “no”.

Ce n’è d’avanzo, per una serata. Domani ci sarà Patty Pravo, prestata a Sanremo dal Museo Egizio di Torino, che per l’occasione l’ha tolta dal suo sarcofago. Sono curioso di sentire cosa e come canterà. Per ora me ne vado a letto, pensando con nostalgia a quando Mia Martini cantava “Tu che sei diverso” e “La nevicata del ‘56”. Altro che la Pausini!

 Giuseppe Riccardo Festa

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