Sanremo, finale a sorpresa

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Una vociante banda di amici e amiche è venuta stasera a darmi sostegno morale durante la faticosa maratona che mi attende. Spero, nonostante la saturazione e il loro volonteroso aiuto, di riuscire lo stesso a seguire la kermesse.

La solita autopromozione di Baglioni affiancato dal solito inquietante balletto apre come di consueto la serata. Il balletto, con smorfie umilianti e movimenti scomposti, simula il tipico utente televisivo, in pratica dicendo allo spettatore del festival quanto è cretino. Mentre Baglioni arriva alle consuete frequenze da strangolamento per eccesso di frittella in gola, con consueto acuto finale che serve a far vedere a tutti quanto è bravo a tenere le consuete note lunghe (ma qualche incertezza nell’intonazione si percepisce), considero quanto è consuetudinario; poi quanto deve essere avvilente per i ballerini, che studiano e si esercitano per anni ogni giorno, ridursi poi a queste esibizioni avvilenti.

Il pistolotto di Baglioni non manca di citare l’emozione, che è la costante di tutti i commenti di tutti i partecipanti al festival, dai cantanti ai presentatori agli ospiti. Comunque mente spudoratamente quando dice che durante il festival ha vinto la musica.

È terribile il siparietto che i tre inscenano per introdurre il regolamento, annunciando che l’esito sarà determinato per il 50% dal televoto, per il 30% dalla sala stampa e per il 20% dalla “giuria d’onore”.

È inutile che stia di nuovo a fare l’elenco di tutti i ventiquattro partecipanti, cercando di inventare per ognuno qualcosa da dire dopo le quattro estenuanti spremute di cervello delle serate precedenti. Mi limito, prima di commentare l’esito finale, a rilevare qualche aspetto saliente della serata.

Noto stasera che Manuel Agnelli è fra gli autori del pezzo di Daniele Silvestri e Rancore. Questo spiega molte cose… In questo pezzo (chiamarlo canzone mi pare del tutto improprio) c’è un aspetto comico, ed è il direttore d’orchestra, che muove la bacchetta in modo patetico e del tutto inutilmente. I problemi respiratori di Rancore si fanno sempre più gravi. Chissà, magari cade sul palco in preda a una crisi respiratoria. Il pensiero mi lusinga per un momento, ma poi purtroppo non succede niente.

Bisio prova a fare lo spiritoso, ma le sue battute non riescono proprio a sembrare spontanee.

Anna Tatangelo, stasera in lungo, è molto coperta sotto ma molto scollata sopra, perché in ogni caso sa che deve esibire le sue qualità, che siano di base o più elevate. “Le nostre anime di notte”, che sto ascoltando per la quarta volta, continua ad essere una melopea piatta e scipita, ma onestamente le tette della Tatangelo sono notevoli. Rilevo anche che sulla schiena nuda la cantante si è fatta tatuare delle scritte, ma non riesco a leggerle. Potrebbe essere interessante esaminarle da vicino. OK, lo so, lo so: sono un porco maschilista.

Ghemon stasera indossa una giacca catarifrangente che si è fatto dare dalla Protezione civile, sempre esagerando con le taglie. Gli ondeggia addosso mentre vagola per il palco miagolando la sua “Rose viola”.

I miei amici, come prevedevo, a tutto pensano meno che ad ascoltare il festival, e non posso che dar loro ragione. Io stesso fatico ad ascoltare per la quarta volta brani oggettivamente brutti, e a trovare qualcosa da aggiungere sia su di loro che sui loro interpreti.

I Negrita ripropongono “I ragazzi stanno bene”. Anche loro, come di prammatica, iniziano con un monologo borbottato dal frontman, che sembra credere molto a quello che dice. Ci crederei volentieri anche io, se solo si facesse capire. Percepisco una frase intrigante: “Non mi va di somigliare a quelli come me”, che mi ricorda Groucho Marx, quando disse “Non mi iscriverei mai a un club che accettasse fra i suoi soci individui come me”.

 Ultimo, il ragazzino che ama i dettagli, ritorna con “I tuoi particolari”. Il suo pezzo è un tentativo di canto, ma il tessuto melodico è brutto e sconnesso e il testo, in cui percepisco un “ci sei te”, è meglio non capirlo.

Nek, dice Baglioni, è al festival per la quarta volta. Questo forse spiega il senso del titolo del suo pezzo, “Mi farò trovare pronto”. Lui è sempre pronto ad andare a Sanremo, ma non sembra che le giurie siano pronte a farglielo vincere.

Siparietto dei presentatori con un pezzo di Erminio Macario, “Cantando sotto la pioggia” in cui Virginia Raffaele balla come un angelo e Baglioni come un orso. Bisio sembra anche stavolta fuori posto.

Virginia Raffaele annuncia la pubblicità, ma invece appaiono Renato Pozzetto e degli altri, fuori dal teatro, che cantano, non si sa perché, “La vita la vita”.  La pubblicità poi arriva, con la Nutella che ripete lo stesso tema musicale. Chissà quanto avrò pagato, la Ferrero, per questa coincidenza.

Ospitata, dopo la pubblicità, di Eros Ramazzotti, il cui naso è in splendida forma e ci tiene a farsi sentire. Il pezzo che esegue, paragonato a quelli in gara, è da Nobel per la musica; però è anche vero che non si può dire che Ramazzotti abbia sperimentato molto, durante la sua carriera: lo stile è piuttosto ripetitivo. D’altra parte, che motivo avrebbe di cambiare? Ha il suo pubblico, i suoi pezzi in fondo sono gradevoli. Sta’ a vedere che duetta con Baglioni. Ovvio che duettano e cantano “Adesso tu”, baglionizzata come si deve. La regia dedica inutili inquadrature agli imbecilli – per lo più le imbecilli – che fra il pubblico in sala riprendono con lo smartphone Ramazzotti che canta e poi presenta un altro pezzo in compagnia di un ispanico, quello del tormentone “Despacito”, che non ho capito come si chiama e canta in spagnolo. Ramazzotti ha problemi con l’auricolare, ma purtroppo se lo leva e continua a cantare la cosa spagnoleggiante inutilmente estiva che fa con l’ispanico. Non poteva mancare il balletto, anche quello spagnoleggiante e inutile come la canzone, che ha tutti i numeri per diventare un grande successo.

Eccola, la strafatta dai capelli turchini con “Cosa ti aspetti da me”, sempre con quelle sue terribili mise troppo corte e il volto bovino sul collo taurino. Vista da dietro, dato che la giacca ha una lunga coda, ricorda un grosso lepidottero. E stona, stona senza pausa e senza pietà. E il pubblico la applaude, la incensa e la ovaziona, non capisco e non capirò mai perché.

Torna Francesco Renga, con “Aspetto che torni”, pezzo che, non so se l’ho già detto, consiste in una melopea senza un vero carattere; per qualche secondo Renga flirta con una tizia in lungo scollato, non si capisce perché, ma comunque questo momento rappresenta il lato più gradevole dell’esibizione.

Mahmood con “Soldi”. Non gli funziona il microfono, e il pezzo diventa subito più gradevole. Poi, purtroppo, glielo cambiano e ricomincia. Nulla da aggiungere. Tra i miei amici ci sono molte donne, tutte mamme, che invariabilmente, leggendo i miei appunti, mi rimproverano di essere troppo cattivo. Mahmood, per esempio, mi dicono che ha una faccia da bravo ragazzo. Un’altra mi dice che il pezzo ha ritmo. Alla seconda rispondo che anche la sveglietta che fa tic-tac ha ritmo, e alla prima che la faccia da bravo ragazzo non basta per essere un bravo cantante; e comunque il pezzo resta sguaiato e sgradevole. Mi dicono che sono un po’ stronzo, ma tanto l’articolo lo scrivo io, mica loro.

Gli Ex-Otago, “Solo una canzone”. E ci mancherebbe pure che ne facessero due. Il solista ricorda in modo inquietante Massimo Cacciari, e in effetti si esprime con la stessa chiarezza.

La fantasia di imitazioni che Virginia Raffaele fa quando finalmente viene il suo momento vale l’intera serata. E la standing ovation, per una volta, ci sta tutta.

Ma torna la competizione con Paola Turci, con “L’ultimo ostacolo”, sulla quale ho già espresso giudizi positivi che confermo. In più, stasera, oltre alla consueta scollatura ombelicale, esibisce anche degli hot pants che mostrano due gambe di rara bellezza. Il vecchio porco riaffiora in me, ma non è colpa mia se le cose belle continuano a stimolarmi la memoria.

The Zen Circus “L’amore è una dittatura”. La somiglianza del solista con Cocciante si conferma, così come la somiglianza del pezzo con le interminabili litanie dei santi che si recitavano una volta il venerdì santo. I miei amici concordano con me nel ritenere che l’esibizione (santo cielo, i tamburini e gli sbandieratori in tenuta nazista!) e il pezzo siano i peggiori della kermesse.

I miei amici avanzano l’ipotesi che in realtà Patty Pravo sia una visitor, una mutante o magari una rettiliana in visita sul nostro pianeta. Tesi degna di studio e di approfondimento.

Elisa, ospite, canta purtroppo un pezzo spaventosamente banale che pare la Pausini, solo che strilla di meno. Peccato, perché è davvero brava. Posso distrarmi e pensare che domani mi godo Le Nozze di Figaro, perché oggi il Don Giovanni mi ha rimesso al mondo, ma stasera il suo effetto è distrutto. Inevitabilmente, finito il suo pezzo, Elisa duetta con Baglioni, con “Vedrai, vedrai”, per rendere omaggio a Luigi Tenco. La baglionizzazione non risparmia neanche questo capolavoro, che però è talmente bello che, anche mercé la bella voce di Elisa, supera la prova.

“Mi sento bene” di Arisa è la mia candidata alla vittoria del festival. Però stasera Arisa  ha dei problemi di intonazione e di tenuta del fiato. Apprendo poi che ha la febbre. Una cosa è sicura: la sua è l’unica canzone che abbia qualcosa che resta (non quella de Il Volo), tanto che poi, quando vado a letto, mi scopro a canticchiarne il ritornello.

Irama per la sua “ragazza con il cuore di latta” si è portata una ragazza con un carillon che apre il pezzo e poi se ne va. Lui ha una strepitosa collezione di giacche da camera, e ogni sera se ne mette una diversa.

Achille Lauro, con la sua faccia istoriata, canta “Rolls Royce”. Non vorrei sembrare volgare ma, se qualcuno ha problemi di gonfiore intestinale, questa canzone è più efficace del famoso bifidus essensis. Quanto a effetto lassativo, comunque, anche Nino d’angelo e il suo partner non scherzano.

Federica Carta e Shade, poi, cantano “Senza farlo apposta”, ma io ho il sospetto che in realtà lo facciano proprio apposta. Della canzone ho già detto tutto il male possibile, ma posso ancora dire di peggio del loro abbigliamento, che sembra venire dritto dritto da uno di quei cassettoni destinati alla beneficenza, dal quale hanno coscienziosamente scelto quanto di peggio hanno trovato, in specie lui che indossa pantaloni alla saltafossi senza calzini.  Anche Einar con le giacche da camera non scherza. Canta “Parole nuove”. Ultima canzone in gara, “Dov’è l’Italia” di Motta.

La classifica delle giurie manda in finale Ultimo, Il Volo e Mahmood e alla fine a vincere, incredibilmente, è proprio Mahmood, con il suo rap che parla (parla, non canta) di Ramadan, di sfiga e di altre consimili amenità. Musica a parte, la cosa mi fa sorridere, soprattutto pensando a quanto rosicheranno Matteo Salvini e i suoi sodali. Infatti, stando ai giornali, Salvini rosica. Chissà? Potrebbe essere anche un segnale per le votazioni di oggi in Abruzzo. Ma è meglio non esagerare con i sogni.

Piuttosto, sono scandalizzato dal fatto che Bertè abbia sfiorato il podio; ma il rischio, paventato da qualcuno, che vincesse, è scongiurato: non oso pensare alla figura che ci avremmo fatto se fosse andata lei, coi suoi capelli azzurri e le minigonne sulle gambe settantenni, e soprattutto la voce ormai sfiorita e ingovernabile, a Tel Aviv a rappresentare l’Italia. Invece mi conforta e, lo confesso, un po’ anche mi diverte, che a Tel Aviv, in Israele (ripeto: in Israele!), a rappresentare un’Italia spazzata da un’ondata di xenofobia e di razzismo ci vada un mezzo arabo, che orgoglioso afferma di essere italiano al cento per cento: forse, in fondo, l’Italia non è poi così xenofoba e razzista.

E ancora più in fondo, a ben guardare, hanno ragione le mie materne amiche: Mahmood ha davvero una faccia da bravo ragazzo, è simpatico e il suo pezzo ha davvero del ritmo. Massì, dài: meritava di vincere.

Musica a parte, s’intende.

Giuseppe Riccardo Festa

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