Sanremo, seconda serata: poco di nuovo. Meno male che c’è Virginia

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Sarà capitato, credo, un po’ a tutti. A me succedeva tanti anni fa quando da militare sprecavo le serate al circolo giocando a poker con i colleghi e regolarmente perdendo, così lasciando sul tavolo buona parte dei miei magri introiti di sergente d’artiglieria: alle mie misere doppie coppie al dieci con otto e scale al Jack, quando non erano bucate, si contrapponevano i full, le scale all’asso e altri punti che io manco me li sognavo, e malinconicamente rimuginavo a come sarebbe stato meglio che la serata l’avessi passata leggendo, o esercitandomi con la chitarra, o bighellonando per Trento in cerca di avventure: insomma, facendo qualsiasi cosa salvo stare là, al circolo, fumando e perdendo al poker.

Ieri sera ho provato la stessa sensazione quando, a metà serata, ne avevo le tasche piene del festival, di Baglioni, degli ospiti, delle canzoni in gara, degli spot di Poltrone&Sofà e del pubblico che passava il tempo a tributare standing ovation, a casaccio, a chiunque salisse sul palco dell’Ariston.

Di queste standing ovation ce n’erano alcune alla memoria: qualcuna doverosa, come quella a Pino Daniele, altre discutibili, come quella a Loredana Bertè, che sì, vabbè, forse è viva ma sicuramente  le sono morti il senso del pudore e del ridicolo, e a Pippo Baudo, del quale tutti credono che sia vivo mentre in realtà è un androide a sua somiglianza che la RAI riciccia fuori quando è disperata e non sa più a che santo votarsi per riempire uno show che si trascina faticosamente e inutilmente per quattro ore mentre potrebbe spicciarsi in tre quarti d’ora mandando in onda le dodici canzoni in gara e poi cedendo la linea a qualcosa di più eccitante, tipo un documentario sul capitello dorico e il suo influsso sulla letteratura spagnola, o un concerto di canti tibetani del XIII secolo.

Unici sprazzi di luce, in una serata mortalmente soporifera, le deliziose performance di Virginia Raffaele, che prima si esibisce in un divertente gramelot fingendosi interprete di cinese e di spagnolo; poi rende gradevole perfino Baglioni, duettando con lui (Baglioni, come al solito, duetterà per tutta la serata, con chiunque gli capiti a tiro) in un omaggio a Lelio Luttazzi,  e infine delizia il pubblico con la sua parodia di un soprano che esegue la Habanera della Carmen di Bizet: dimostra che potrebbe usare la sua bella voce anche facendo sul serio il soprano e dà l’ennesima prova della sua straordinaria versatilità cantando, fischiando, recitando, mimando. È incredibilmente talentuosa, brava, intelligente. È anche bella, e lo sa, ma non fa leva sulla bellezza per farsi notare, perché non ne ha bisogno.

Durante l’esibizione, che inizia con alcuni temi della bella opera,  noto il piacere che gli orchestrali provano eseguendo della vera musica: deve essere un sollievo per loro, che possono dimostrare così di essere davvero bravi e professionali, cosa che con i brani in gara è oggettivamente impossibile.

Tutt’altra cosa, rispetto alle performance di Virginia Raffaele, i siparietti di Bisio, prima con Baglioni, in cui “recita” i segni della punteggiatura, e poi con Michelle Hunziker con la quale fa un balletto e canta: entrambi i momenti sanno tragicamente di avanspettacolo. Il primo è pure imbarazzante, anche a causa di Baglioni che quando canta è monotono ma almeno fa il suo mestiere, mentre quando recita è nel suo elemento come – che so? – un venditore di bibite che fa il ministro del lavoro. Imbarazzato io al posto loro, tolgo l’audio. Il pubblico, comunque, applaude. Avete mai provato a guardare la TV senza audio? È un’esperienza molto formativa. Baglioni che fa le pernacchie con la lingua di fuori, senza audio, insegna molte cose sul senso della vita, l’universo e tutto quanto.

A proposito di Baglioni, è con un suo pezzo che si apre la serata: canta con la faccia di uno che sta per essere fucilato e in effetti la cosa che esegue gli meriterebbe una fucilazione alla schiena. Tanto per cambiare comincia su frequenze sotterranee, borbottando parole incomprensibili. È affiancato da giovani che ballano con rigidi movimenti militareschi, incappucciati e con l’espressione di chi pensa di non avere un domani. La rosa bianca che tirano fuori dalla felpa a metà della performance riesce solo a rendere ancora più straniante e cupa l’esibizione. Intanto, come da manuale, Baglioni comincia a salire di tono. Concluderà su frequenze da strangolamento. L’espressione sgomenta di uno dei violinisti dietro di lui, alla fine, è più eloquente di qualunque discorso. Il pubblico applaude.

Il vero problema del festival, quest’anno, a parte la pessima qualità media delle canzoni, è proprio nella miseria dei testi e nella regia dei momenti non strettamente legati alla gara: tutto sa di approssimativo, di buona volontà senza talento. Le luci rutilanti e il continuo cambio di inquadrature della regia televisiva, lungi dal migliorarla, esasperano la situazione.

Una nota merita infatti la scenografia, rutilante di luci. Troppo rutilante di luci: avete presente certi addobbi dell’albero di Natale, quelle palline con un rientro a cuneo pieno di sfumature di colore? È sovraccarica, ipercolorica, mai ferma: insomma, cafona. Se poi ci sommate il vizio, ormai inguaribile, dei registi televisivi di staccare le inquadrature ogni tre o quattro secondi, l’effetto finale è un guazzabuglio di immagini in perenne movimento, fastidioso e stancante.

Il riascolto di dodici delle canzoni in gara (le altre saranno riproposte domani) non modifica in nulla il giudizio della prima serata: brave Arisa e Paola Turci, tutti gli altri dimenticabili.

La serie comincia con il terribile Achille Lauro, quello che ha i murales sulla faccia. Ripropone “Rolls Royce”, il pezzo estivo fuori stagione. Nell’amplificazione c’è tanto di quel riverbero che del testo non si capisce quasi niente, giusto qualche parola qua e là: “sexy shop”, “voglio una vita così” e ovviamente “Rolls Royce”. Stasera noto che ha anche lui dei tatuaggi sulle mani, fin sulla punta delle falangi. Mamma mia, che impressione. Comunque, il pubblico applaude.

Einar ritorna con le sue presunte “parole nuove”, che di nuovo non hanno niente. Non avendo interesse per la canzone, mi distraggo notando il taglio di capelli in stile frate alla rovescia: ha una cupoletta di capelli sul cucuzzolo, mentre il resto è rasato. Intanto mi pugnala la frase “Camminerò lontano dal tuo cuore”. Forse è più interessato dalla milza. Ad ogni modo, il pubblico applaude.

Accolgo la pubblicità quasi con sollievo e saluto con tenerezza il sensuale risucchio della Suzuki. Nel corso della serata passeranno gli spot di tutte le case automobilistiche presenti, passate e future, compresa la Fiat con l’onnipresente Rovazzi, il cui risultato è alla fine quello di annullarsi a vicenda. Forse lo scopo è proprio questo.

La gara riprende con il Volo, del quale ho già detto ieri molto male, ma posso comunque dirne peggio. Ho sentito al TG regionale che gli autori, oltre a Gianna Nannini, sono due maceratesi. Per amor di campanile sarei tentato di essere indulgente, ma poi sento di nuovo il trio dire “baciami l’anima” e come se non bastasse dichiarare anche che “siamo il sole in un giorno di pioggia”, in  un’apoteosi di banalità che mi fa venire voglia di cambiare residenza: nemmeno l’amore del campanile riesce a smuovermi dal mio giudizio senza appello. E poi, in fondo, io di Macerata sono cittadino adottivo. Il pubblico, naturalmente, applaude.

Arisa, come dicevo, porta un momento di gradevolezza, stile e  bravura con la sua “Mi sento bene”. Confermo, e rinforzo, il giudizio di ieri. Sommando tutti i parametri di valutazione e in particolare musica, testo,arrangiamento e interpretazione, arrivo a decidere che per quanto mi riguarda questa è la canzone che dovrebbe vincere il festival.

Ospitata di Fiorella Mannoia. Se non sapessi che è ospite, potrei prenderla per una cantante in gara: comincia col solito borbottio stile pater-ave-gloria e poi enuncia sequele di note ribattute con sillabe che fanno parte di parole mooolto intense. Gli occhi inquietanti di solito sono semichiusi in stile miopia-senza-speranza, ma quando si aprono sembrano di vetro. La musica è una scusa per l’omelia dal titolo “Il peso del coraggio”, il brano che interpreta. Temo che andrà peggio perché sta per duettare con Baglioni. “Quello che le donne non dicono”: La canzone, oramai un classico, non ha nessun bisogno di essere duettata, ma tant’è; vedi poi con Baglioni che per tutto il tempo cerca l’ottava giusta, prima urlando poi borbottando, ma non riesce a trovarla. Non avrei mai creduto che avrei accolto con tanto sollievo le pause pubblicitarie.

Ma torna la gara, con Nek che, a sentire l’introduzione di Bisio, per la sua “Mi farò trovare pronto” ha addirittura scomodato Borges. Credo che Borges, dall’aldilà, gli avrà risposto con la famosa espressione aristotelica: “Estikatzi”. Posso solo confermare il mio giudizio di ieri: testo velleitario e musica insipida a dispetto del ritmo rockeggiante. Vuole essere “all’altezza dell’amore”, ma non gli arriva manco alle caviglie.

Per abbattere il morale, come se ce ne fosse bisogno, torna Daniele Silvestri con la sua “Argentovivo”, assistito dal suo giovane rapper. Stasera apprendiamo che il sedicenne protagonista del testo non è in una vera prigione ma in una prigione mentale. Mah. Il ragazzino parla a raffica, come usa fra i rapper, e continua a tirare il fiato con un preoccupante singulto. Fossi in lui, un otorino andrei a vederlo.  

Gli Ex-otago rieccoli con “Solo una canzone” che racconta la noia di un rapporto che dura da troppo tempo. L’atmosfera di noia la creano benissimo, ma il bassista che incongruamente balla come se avesse vinto al gratta-e-vinci smentisce l’atmosfera di cui sopra.

Ospitata di Marco Mengoni, che canta con un tizio che ha l’aria di aver fatto il taglialegna fino a dieci minuti prima, anche se la voce nasale smentisce il machismo dell’aspetto. Canta in inglese, e Mengoni gli risponde in italiano. Io ‘ste cose bilingui non le sopporto. Mengoni ha come il suo partner la voce un tantino adolescenziale che smentisce il suo aspetto da predicatore mormone, confermato dall’abbigliamento scuro con camicia bianca e senza cravatta. Dopo un’infornata di spot pubblicitari Mengoni canta di nuovo, per la gioia incomprensibile del pubblico. E duetta con Baglioni, con un falsetto che non si può sentire. Cioè, spero per lui che sia un falsetto, o se no è ipotizzabile qualche suo problema dalle parti degli zebedei. Baglioni attacca “Emozioni” di Mogol-Battisti, seguito da Mengoni che insiste con la vocetta adolescenziale. Un successo, per quanto mi riguarda, Mengoni lo ha ottenuto: è riuscito a farmi rivalutare il canto di Baglioni che, quando non si strangola con gli acuti, nella voce un po’ di corpo, lui, ce l’ha. Ma poi baglionizza anche “Emozioni”, e ritrova tutta la mia riprovazione. Sul finale stonano entrambi in modo terribile, e invoco su di loro la maledizione di Lucio Battisti, di Calliope e di tutte le altre muse. Ma il pubblico applaude.

Ghemon stasera indossa un cappotto diverso, sempre fuori misura ma stavolta di cammello, che si è fatto prestare da Hagrid, quello grosso e tonto di Harry Potter. Esegue “Rose viola” con una voce tanto stridula quanto il suo naso è aerodinamicamente affilato. Il testo è tagliato male come i suoi cappotti: si appoggia sulla musica con strofe o troppo lunghe o troppo corte, che ci stanno dentro solo a martellate.

E riecco Loredana Bertè, la sfatta dai capelli turchini, con “Cosa ti aspetti da me”. Io glielo direi, ma ci resterebbe male. Insiste a esibire il suo corpaccione in minigonne imbarazzanti e la testa taurina, sulla quale fanno spicco le labbra dal rossetto di un rosso troppo acceso che fa contrasto con l’azzurro della chioma. E continua a stonare, poveretta, ma nessuno ha il coraggio di dirglielo. E non è solo questo che dovrebbero dirle. Al contrario, il pubblico le tributa la standing ovation che dicevo. Forse in realtà pensa a Mia Martini, la sorella brava; ma lei se la prende per sé.

Ascolto con piacere Paola Turci nella sua intensa “L’ultimo ostacolo” e, perché no, ammiro anche la sua bella figura, alta e slanciata, fasciata in un abito pantalone nero molto elegante e molto scollato, e il viso in cui la luce dello sguardo e del sorriso dolce attenua una certa durezza dei tratti. Le perdòno anche qualche incertezza sulle note più acute, perché comunque la sua interpretazione è intensa e graffiante.

I Negrita sono numerosi come l’esercito degli autori di “I ragazzi stanno bene”, il pezzo che eseguono. Al secondo ascolto capisco meglio che racconta di un rifiuto della società dei consumi in cambio di “un sogno da sognare”. Canzone di protesta, insomma, arrivata con una cinquantina di anni di ritardo. Abbastanza patetico il batterista che, come di consueto in questi casi, è in scena ma non suona: fa solo finta.

Chiude la serata dei concorrenti il duo dei giovani Federica Carta e Shade con “Senza farlo apposta”, quella cosa sciapa mezzo rap e mezzo Gigi D’Alessio che se non fosse stata mai scritta non se ne sarebbe accorto nessuno. Il rapper stasera indossa un completo azzurro con pantaloni alla saltafossi e scarpe da ginnastica. Lei ha riciclato una vecchia tenda per farsi il vestito. Parlo di loro perché della canzone ho già detto più di quello che merita.

Dopo la pubblicità torna Pippo Baudo per una sviolinata a quattro corsie e due sensi di marcia fra lui e Baglioni, che alla fine esegue “Questo piccolo grande amore”, che chissà chi ha deciso sia stata la più bella canzone d’amore del XX secolo. Baglioni fa con orgoglio ampio uso della sua frittella incorporata nella gola, il cui sound è accentuato dagli stiramenti della pelle che gli impediscono di aprire del tutto la bocca pena, causa la tensione, la chiusura delle narici e delle palpebre. L’esibizione si chiude con l’ennesima standing ovation.

Le canzoni in gara sono finite ma the show must go on: adesso ci sono due tizi, due comici, che giocano a fare i cialtroni che evadono le tasse e se ne vantano. Per la gioia di Giorgia Meloni, promotrice fuori tempo massimo dell’italica autarchia, danno modo a Baglioni di insistere sull’inutilità degli ospiti internazionali, visto che questo è il festival della canzone italiana. Lanciano anche qualche frecciata al mondo della politica, con un messaggio finale che è un chiaro rifiuto della politica di chiusura dei porti. Bravi.

Durante la pubblicità faccio un po’ di zapping e tornando su RAI1 trovo Riccardo Cocciante al piano con tre tizi che gli cantano accanto e se non li guardassi sembrerebbero lui, tanto cantano uguale. Eseguono un pezzo da “Il Gobbo di Notre Dame”, col quale evidentemente Cocciante si è identificato, perché più Quasimodo di lui è difficile trovare un altro Quasimodo. La mia mente, oziosamente, si chiede cosa sarebbe scaturito da un suo connubio con Loredana Bertè, ma rifugge inorridita dal pensiero. Da solo, Cocciante attacca poi “Margherita”, ma a tradimento arriva Baglioni e ci duetta, tanto per cambiare. Certo che lo stile di Quasimodo – pardon, di Cocciante – è molto personale, lo si riconosce in tutte le sue canzoni. Forse anche perché le sue canzoni, in fondo, sono una sola, sempre la stessa: cambiano solo le parole. Per concludere, canta ancora “Margherita”, ma a cappella col pubblico, e pare di sentire la messa quando la gente canta il “padre nostro”, che mi fa venire il nervoso per quanto è brutto con quella nenia che gli hanno appiccicato. So di certi filosofi atei che hanno dichiarato che Dio non esiste, perché se esistesse tuonerebbe: «Ma come? Io vi ho mandato Bach, Mozart, Vivaldi, Rossini, Haendel, Beethoven, e voi mi strinate le orecchie con queste nenie?» e zap! li fulminerebbe. Meno male, aggiungo io, che non ascolta il Festival di Sanremo.

Il programma si prolunga inutilmente e io resisto solo perché sono curioso di conoscere il voto della sala stampa. Ma ce ne vuole, di pazienza! Finalmente il voto arriva, dopo una comparsata di Michele Riondino e Laura Chiatti che lanciano, cantando male (lei; lui è bravo) il film omonimo eseguendo “Un’avventura” e dopo un premio alla memoria a Pino Daniele, con doverosa standing ovation al cantante scomparso.

I cantanti, in base al voto, sono suddivisi in tre zone, alta, media e bassa: Arisa si ritrova in alto, ma inspiegabilmente in compagnia della Bertè, di Achille Lauro e non ricordo chi altri; mi spiace per Paola Turci, che va nella zona media.

Vado a letto, dicendomi che domani sera farei meglio a riprendere quel libro di semiotica che mi ripromettevo di studiare, o magari a ripassarmi gli esercizi di violoncello, o al limite ad ascoltarmi il “Wozzek” o la “Lulù” di Alban Berg; ma so che alla fine, per amore dei miei pazienti lettori, tornerò a seguire, per raccontarglielo, questo interminabile autarchico e soporifero Festival della canzone italiana.

Giuseppe Riccardo Festa

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