QUESTIONI DI (IN)CULTURA

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Una volta, tanti anni fa, un maestro si permise di sfogare le sue frustrazioni su mio fratello, allora bambino, afferrandolo per i capelli all’’altezza delle basette e tirando con tutte le sue forze. Mia madre, appreso il fatto, non ci pensò su due volte: andò alla scuola e piantò su un tale casino da costringere maestro e direttore alle scuse e a giurare che mai più qualcuno avrebbe osato alzare le mani sui suoi figli.

Quando si trattava di rendimento scolastico, però, il discorso cambiava: mai mia madre si sarebbe sognata di prendersela con maestri e professori se i figli si fossero meritati un votaccio, perché riconosceva agli insegnanti, in campo didattico, quel potere che invece decisamente e giustamente negava loro in materia di metodi correttivi.

Questioni di puro buonsenso. Mi chiedo dunque quale putiferio avrebbe scatenato, mia madre, se a uno di noi fosse stato comminato il trattamento subìto da due bambini negli USA, in una scuola del Kentucky. Per gestire i due -– prima un maschietto e poi una femminuccia, lui 8 lei 9 anni -– iperattivi e con problemi dell’’attenzione, in due diverse occasioni gli insegnanti e il direttore di quella scuola non hanno saputo fare di meglio che chiamare la polizia. E il poliziotto intervenuto –- sempre lo stesso -– non ha saputo fare di meglio che ammanettarli, quei bambini, come fossero delinquenti comuni colti sul fatto durante una rapina.

La scuola americana non è nuova a cose del genere: ricordo, anni fa, un bambino di sei anni arrestato su richiesta della sua insegnante che lo accusava di “sexual harassment” sulla sua compagna di banco: le aveva dato un bacetto su una guancia.

Non so immaginare quale shock un simile trattamento – traumatico per chiunque, anche sano e adulto – possa aver provocato nelle vittime di tanta malriposta solerzia.

Tornando a mia madre, non credo che lei se la sarebbe presa col poliziotto. I poliziotti americani (e purtroppo non solo quelli: vedi G8 di Genova e caso Aldrovandi) si sa come sono: prima menano, spesso sparano e poi ti chiedono: “Concilia?” Gliene avrebbe dette quante se ne meritava, al poliziotto; ma è sugli insegnanti che mia madre avrebbe scatenato la sua furia. Perché avrebbe giustamente deciso che c’’è qualcosa di profondamente sbagliato in docenti che davanti a due bambini irrequieti non sanno fare di meglio che chiamare la polizia.

Che razza di formazione pedagogica, che razza di maturazione psicologica, che razza di cultura umana e sociale hanno insegnanti del genere? I bambini irrequieti esistono da sempre, e oggi sappiamo che non sono piccoli delinquenti da correggere ma anzi creature forse più fragili dei loro coetanei “normali”. Non della polizia ci sarebbe stato bisogno ma se mai di un insegnante di sostegno.

O forse quel qualcosa di profondamente sbagliato non c’’è solo in quei docenti: forse ad essere sbagliato è proprio il contesto sociale e culturale del quale essi sono espressione e che purtroppo non esiste solo negli USA: bisogna essere buoni, bravi e zitti. Chi disturba va rimosso, chi si distingue crea disordine; perciò, anche se è soltanto un bambino vivace di otto anni, merita che arrivi l’’uomo (vestito di) nero e lo porti via, ammanettato.

Così impara.

Giuseppe Riccardo Festa

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