Quando scrivere è inutile ma tacere è impossibile

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Sarà capitato anche ai miei ventiquattro lettori, ogni tanto, di svegliarsi e, per un brevissimo istante, avere la mente sgombra da pensieri; ma poi di rivolgere lo sguardo alla finestra e vedere che fuori il cielo è grigio; e poi di ricordarsi che è imminente la più sguaiata delle elezioni presidenziali negli USA, in cui il Berlusconi americano (un Berlusconi elevato alla berlusconesima potenza) si vanta di poter usare le donne a suo piacimento, perché lui è ricco, e dispensa insulti e parolacce a trecentosessanta gradi, in una sorta di maledizione urbi et orbi, destando clamorose ovazioni tra i suoi seguaci. La sua algida avversaria, dal canto suo, prima donna potenzialmente presidente della Nazione più potente del mondo, è famosa per il suo cinismo, la sua freddezza e la sua insensibilità. Insomma è, sì, una donna, ma in realtà (come altre donne che, altrove, hanno assunto posizioni di potere) per diventare qualcuno si è in qualche misura trasformata, mutuando dal sesso opposto quanto di peggio poteva mutuare.

Da noi incombe il referendum pro o contro Renzi – ah, no, scusate: pro o contro la riforma costituzionale.  Riforma di cui tutti sappiamo che ben pochi l’hanno letta e ancor meno l’hanno capita, ma riguardo alla quale tutti comunque si accapigliano nello sport nazionale del dividersi in fazioni, ovviamente trasversali, così che gli alleati di oggi sono comunque i nemici di ieri e saranno i nemici di domani.

La cronaca, intanto, ci dice che come d’abitudine saltano fuori mazzette, corruttele e infiltrazioni mafiose qua e là, ovunque ci siano sostanziosi giri di soldi; di bambini e vecchietti e disabili picchiati e insultati da maestre e assistenti sanitari, e di dipendenti comunali che timbrano o fanno timbrare il cartellino e poi se ne vanno per i fatti propri.

A tutto questo oramai ci siamo abituati, o forse rassegnati; a tal punto, miei cari ventiquattro lettori, che mi passa perfino la voglia di scriverne: difficile scrivere, d’altra parte, quando ti sono cadute le braccia.

Ma poi salta fuori anche la guerra di un intero paese a un piccolo gruppo di profughi, dodici donne e otto bambini in tutto; e allora il magone ti prende e lo scoramento ti avvilisce. Perché sai che non è solo il finora sconosciuto villaggio veneto di Gorino a respingere quelle donne e quei bambini: in realtà sono tanti a farlo, anche molti di quelli che ad alta voce si mostrano indignati ma sotto sotto ne hanno abbastanza di migranti e solidarietà visto che c’è la crisi, e poi quelli sono musulmani,  sono neri, brutti, sporchi e cattivi, e non parlano nemmeno l’italiano, eccetera, eccetera. E d’altra parte dappertutto, in Europa, si alzano muri, fili spinati e torrette di sorveglianza.

Sappiamo tutti già che ci saranno presto altre dieci, cento, mille Gorino perché la gente, che già è stufa dei poveri di casa nostra, ha una gran voglia di fottersene dei poveri altrui, delle loro guerre e delle loro miserie. Anzi, non semplicemente fottersene: ha voglia di detestarli, di disprezzarli, di ributtarli in mare; e che anneghino pure, chissenefrega.

Pensi agli abitanti di Gorino, e delle altre Gorino che verranno, e ti dici che tanti, fra loro, sono sicuramente leghisti ma altrettanto sicuramente molti sono cattolici; e ti chiedi: ma se lo ricorderanno, quando tutti compunti mettono le dita nell’acquasantiera, la domenica, che la loro religione impone di amare il prossimo? E ti rispondi: certo che se lo ricordano. Il prossimo lo amano: è con quelli che vengono da lontano che ce l’hanno. E così si sentono pure la coscienza a posto, in pace con Dio e con gli uomini.

E possono orgogliosamente festeggiare, con tanto di grigliata in piazza, la loro vittoriosa battaglia contro dodici donne e otto bambini.

Giuseppe Riccardo Festa

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