Quando la volgarità diventa programma di governo

«La politica si fa con gli argomenti, per chi ne ha»: così, con molto stile, la Presidente della Camera Laura Boldrini ha risposto alle grevi volgarità di Salvini che, fra il tripudio dei suoi seguaci, l’ha paragonata a una bambola gonfiabile.

Come forse i miei ventiquattro lettori ricorderanno, già più volte – l’ultima pochi giorni fa – ho rilevato quanto, oramai, nei discorsi di tanti politici, e seguaci della politica, agli argomenti si siano sostituiti l’insulto e l’aggressione verbale; preferibilmente, se rivolta a donne, a sfondo sessuale.

Proprio un leghista, l’ormai politicamente defunto Bossi, diede la stura a questo – chiamiamolo – stile, inventando slogan come “La Lega ce l’ha duro”, esibendo dita medie a profusione, invitando la gente a “pulirsi il culo col Tricolore”. Volgare ma astuto (attenzione: ho detto astuto, non intelligente), Bossi aveva capito quanto sterminata sia, nell’elettorato, la massa degli illetterati, dei superficiali, dei rancorosi a prescindere e, perché no, degli invidiosi.

D’altra parte gli dava una formidabile sponda la gran parte della classe politica, a sua volta – non tutta ma in buona parte – ignorante, autoreferenziale, miope e sfacciatamente avida. Poi si scoprì che allo stesso modo si comportava proprio lui: mitico il caso del figlio Renzo, “il Trota”. Ma oramai il guaio era stato fatto.

Una vecchia legge economica insegna che la moneta cattiva scaccia quella buona. È una legge che, purtroppo, non funziona solo in campo economico: l’esempio di Bossi diventò contagioso e fu seguito con entusiasmo, oltre che da altri leghisti, anche da numerosi altri personaggi, della politica e non. Vittorio Sgarbi, ad esempio, che passa per essere un uomo di cultura, già aveva cominciato prima ma diventò, diciamo così,  ancora più “incisivo”; chi però onorò le cronache nel modo più vistoso fu Silvio Berlusconi, le cui epiche sparate andarono dalla pubblica bestemmia (giustificata da un prelato suo sodale in quanto inserita in una barzelletta) alle allusioni al “punto G” nell’intimità femminile, all’insulto televisivo a Rosy Bindi (“Lei è più bella che intelligente”). Per non parlare delle figuracce internazionali.

La volgarità come arma politica, dunque, non solo in Italia ma soprattutto in Italia è stata sdoganata, legittimata e quasi nobilitata: tanto che la parola “celodurismo” è assurta all’onore dei vocabolari.

Alla fine – non espongo una posizione politica: rievoco fatti – essa è diventata programma di governo, con i famosi “Vaffa day” di Beppe Grillo, abilissimo – da uomo di spettacolo qual è – anche ad appioppare nomignoli più o meno insultanti a tutti gli esponenti degli altri partiti: Ebetino, Psiconano, Alzheimer, Morfeo, Salma, Pisapippa, Marpionne, Frignero, Cancronesi, Rigor Montis sono alcuni di questi epiteti (lascio ai miei ventiquattro lettori di indovinare a chi sono destinati). Per altri, più espliciti, come “vecchia puttana” riferito a Rita Levi Montalcini, ha anche avuto qualche guaio, finanziario e giudiziario. Ma non importa: Grillo, come Bossi e Berlusconi prima di lui, sa che la platea della gente illetterata, superficiale e rancorosa è sterminata.

E lo sa anche Salvini, che a quella gente rivolge le sue attenzioni e di quella gente vuole e cerca il voto. E lo fa in modo deciso e sistematico, per non dire esclusivo. Non a caso, diversamente da tutti gli altri lui si rivolge solo ed esclusivamente a loro: mentre Grillo ha l’appoggio di fior di intellettuali e ce ne sono perfino alcuni che seguono Berlusconi, nessuno, ma proprio nessuno, nel mondo delle lettere, della scienza o dello spettacolo, si sogna di affiancarsi a Salvini.

Magra consolazione, ma è comunque meglio di niente.

Giuseppe Riccardo Festa

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