Presunto innocente o condannato a prescindere?

FacebooktwittermailFacebooktwittermail

Non sono serviti a niente il calvario di Pietro Valpreda, la prima vittima del vizio tutto italiano di condannare l’imputato prima di un qualunque grado di giudizio, e la tragedia di Enzo Tortora.

La situazione è anzi diventata insostenibile, ora che chiunque può sparare i suoi giudizi, e i suoi pregiudizi, urlandoli dai social network. Tra i casi recenti, uno dei più clamorosi è quello del padre di Maria Elena Boschi, inquisito per le vicende della Banca Etruria, condannato e vituperato con grande clamore dai social media – ma anche dai media tout-court – e dagli oppositori del PD prima ancora che iniziasse un qualunque procedimento penale, e poi, in un assordante silenzio, prosciolto da ogni accusa.

Ora è la volta di Luca Barbareschi, già attore buono ma non eccelso e politico voltagabbana: è indagato per una violazione della legge fallimentare, con l’accusa di appropriazione indebita di materiali del teatro Eliseo.

Ieri è toccato a Carola Rackete, per la nota vicenda dello sbarco a Lampedusa di una quarantina di profughi e del presunto “speronamento di nave da guerra” (in realtà era una pilotina della GdF) e a Bibbiano, in quel di Reggio Emilia, al sindaco Andrea Carletti, ad alcuni assistenti sociali e psicologi e ai gestori di una onlus, accusati di nefandezze inaudite che andavano dall’elettroshock alla circonvenzione di bambini, al fine, si dice, di lucrare sulla loro sottrazione alle famiglie per darli in affido. Il sindaco non c’entra niente, è inquisito per un illecito amministrativo; ma è stato lo stesso infilato nel mucchio. Quanto a Carola, dopo che è stata rilasciata e prosciolta i giudici da tastiera si sono scagliati contro i giudici veri: quelli che, valutati i fatti, le norme e le circostanze, hanno stabilito, secondo scienza e coscienza, che andava rilasciata e prosciolta.

Sotto processo sono anche i genitori di Matteo Renzi, per un’accusa di bancarotta fraudolenta.

Ed è toccato anche al ministro dell’Interno. Proprio a lui, a Matteo Salvini, che è sempre pronto a chiedere provvedimenti spietati e rigorosissimi contro chi a suo parere viola le leggi ma sembra non accorgersi di quanti, nel suo entourage, delle leggi, stando alle accuse, se ne infischiano alla grande: come Gianluca Savoini, accusato di cercare finanziamenti illeciti dalla Russia, l’ex sottosegretario Armando Siri, accusato di corruzione, e Luca Lucci, ultras del Milan, già condannato per violenza a quattro anni, poi arrestato di nuovo per spaccio di droga e altre amenità penalmente molto rilevanti. Salvini stesso, inoltre, era indagato per la nota vicenda della nave Diciotti, ma grazie al voto politico del Senato ha evitato il processo. Per quanto riguarda lui, e per sua scelta, non conosceremo mai la verità processuale.

L’elenco potrebbe continuare, con persone più o meno famose e più o meno importanti sulle quali, per un motivo o per l’altro, la Legge ha puntato un riflettore ma che tutte, con la stessa ferocia e la stessa presunzione di colpevolezza, sono finite sulla gogna dei social media, e sono state coperte di insulti e minacce, con milioni di belve pronte a distruggerle nell’immagine e, se potessero mettere loro le mani addosso, anche fisicamente.

La gogna è tanto più feroce quanto più l’accusato è attivo sulla scena politica. Inoltre, in questo caso, i più feroci colpevolisti sono i tifosi della fazione opposta a quella dell’inquisito, che sono invece innocentisti con i “loro” inquisiti: così, ad esempio, un gruppo di sostenitori di Matteo Salvini, che vorrebbe la testa di Carola Rackete, ha addirittura lanciato una petizione popolare per chiedere alla Magistratura di sospendere le indagini sul caso del petrolio russo: ha evidentemente un’idea molto peculiare del funzionamento della giustizia.

Io non sono un giudice, non sono un avvocato e non m’intendo di diritto penale. Non sono nemmeno un investigatore, non faccio parte né della Polizia, né dell’Arma dei Carabinieri, né dei servizi segreti né della Guarda di Finanza. Non ho informazioni, non possiedo documenti, non ho l’accesso ai dati che permettono di stabilire se uno qualunque dei personaggi che ho citato sia innocente o colpevole. E sono fermamente convinto della validità del principio per il quale ogni imputato va ritenuto innocente fino a sentenza definitiva: che si chiami Tiziano Renzi, Matteo Salvini, Andrea Carletti, Carola Rackete, Gianluca Savoini, Sciosciammocca Michele o perfino Giuda Iscariota.

Le sentenze, in un Paese civile, le emette la Magistratura, non il popolo di Facebook, di Twitter o di Instagram. Anche i personaggi pubblici, anzi, soprattutto i personaggi pubblici, in un Paese civile, si astengono dal gettarsi come lupi famelici su ogni scusa per gettare fango sui loro avversari politici e dal giudicarli al posto di chi ha il compito e le competenze per farlo.

In un Paese civile, i non addetti ai lavori – politici, gente di spettacolo, commentatori, giornalisti, frequentatori di social network – si informano, certo, sullo sviluppo delle indagini e sull’andamento dei processi; ma non emettono sentenze, non gettano fango sugli imputati e men che meno sugli indagati. Aspettano e tacciono perché la Storia, in un Paese civile, insegna che sono centinaia i casi di imputati gettati in pasto alle folle, lasciati marcire per anni nelle carceri, e perfino giustiziati, che poi sono risultati innocenti. La storia, in un Paese civile, è maestra di vita.

Ma l’Italia è un Paese civile?

Giuseppe Riccardo Festa

Print Friendly, PDF & Email
FacebooktwittermailFacebooktwittermail

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta