PER COSA SI VOTA, IL 25 MAGGIO?

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Ieri sera ho seguito su RaiNews24 il dibattito fra i candidati alla carica di Presidente della Commissione Europea, il futuro governo dell’’Unione, che sarà scelto dai cittadini nel corso delle imminenti elezioni del 25 maggio: Ska Keller, dei Verdi, Martin Schulz, socialista, Jean-Claude Juncker, del PPE, Guy Verhofstad, liberale, e Alexis Tsipras, di Sinistra Europea, hanno risposto alle domande di Monica Maggioni, direttrice di RaiNews24.

Sono emerse le personalità diverse degli aspiranti: appassionato e tagliente Tsipras, gradevole e ragionevole la Keller, ironico e preciso Schulz, un tantino freddo e sulla difensiva Juncker, piuttosto presuntuoso Verhofstadt.

Era un’’occasione da non mancare: in base al trattato di Lisbona, per la prima volta nella storia il Presidente della Commissione non sarà nominato dai capi di governo dell’’Unione ma direttamente dai cittadini. Peccato che ai cittadini europei, a quel che sembra, non potrebbe fregargliene di meno; e che, fra i cittadini europei, i meno interessati al significato vero di queste elezioni sembra che siano proprio gli italiani.

L’’Europa, purtroppo, non è amata dagli europei: ha fatto tanti autogol, ultimamente, concentrandosi solo, su ispirazione dei governi del centro-nord, sulla difesa a oltranza dei bilanci senza attenzione alcuna alle motivazioni ideali che pure dovrebbero essere l’’anima del nostro stare insieme, quelle motivazioni che ispirarono Adenauer, Spinelli, e gli altri illuminati fondatori dell’Unione.

Eppure, questo voto potrebbe significare molto proprio per rovesciare questa mentalità da commercialisti e restituire all’’Europa Unita lo spirito giusto. L’’astensionismo sarà invece alto, un po’’ dappertutto e non solo in Italia.

Fra i Paesi membri, solo la Germania, oggi come oggi, sembra trarre benefici dall’’esistenza dell’’Unione e dal farne parte. Con diverse sfumature, che vanno dall’’aperta insofferenza inglese alla rabbia di greci e spagnoli, altrove l’’Unione è vista come fonte di restrizioni e sacrifici, non di benessere e libertà.

L’’Italia rappresenta un caso a parte. Ho dato un’’occhiata ai siti dei principali giornali on-line: Repubblica, Corriere, Messaggero e Stampa, salvo errore da parte mia, neanche danno notizia del dibattito, che pure era moderato da una giornalista italiana; solo l’’Unità ne riferisce, ma bisogna scendere molto in giù lungo la pagina per trovare la notizia.

Naturalmente tutti, in Italia, sappiamo che il 25 si va a votare; ma l’Europa è solo un falso scopo, un motivo accidentale che permette di misurarsi su questioni che di europeo non hanno un bel niente. Gli occhi sono tutti puntati sulla politica nazionale, esattamente come accadrebbe se si votasse per una tornata di elezioni amministrative, politiche o regionali. Ragion per cui, fra coloro che a votare ci andranno, domineranno le nostre provincialissime passioni: Beppe Grillo promette che stravincerà e subito dopo salirà al Colle per chiedere a Napolitano di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, stavolta politiche; Matteo Renzi ostenta sicurezza, ma anche lui vede nel risultato di queste elezioni una sorta di voto al suo governo; i berlusconiani guardano al voto con speranza mista ad angoscia, consapevoli di un calo di consensi che ormai rasenta la frana; e gli altri sperano di farcela a superare la soglia fatidica del 4%, al di sotto della quale si rischia la damnatio memoriae.

E l’’Europa? L’’Europa è l’’ultimo dei nostri pensieri. Ce ne ricordiamo solo, ogni tanto, quando vogliamo prendercela con qualcuno per i nostri guai (vedi Euro e Lega Nord) o per giustificare misure economiche sgradevoli (“Ce lo chiede l’’Europa”).

Il fatto, confessiamolo, è che siamo il Paese più concentrato su se stesso che ci sia in questa parte del globo, e non solo in politica. La percentuale, fra noi, di coloro che conoscono in modo decente più lingue è irrisoria. Viaggiamo, sì, ma solo per scattare qualche “selfie” presso la Tour Eiffel, il Big Ben o il Prado. Anche a Riga o a Dusseldorf, esigiamo che il ristorante ci serva spaghetti al dente profilati al bronzo; della storia, i costumi e della stessa vita dei nostri concittadini europei sappiamo mediamente poco più di niente.

Perpetuiamo, a livello continentale, l’’antico vizio del campanilismo. E questo vizio, questa nostra incapacità di sollevare lo sguardo al di sopra del nostro ombelico, ci condannerà, per chissà quanti anni ancora, alla marginalità ed all’’inconsistenza nei consessi internazionali.

Però quando ci vedremo ancora snobbare, ignorare o peggio trattare con sufficienza, ben ci guarderemo dal fare un sano esame di coscienza. Lungi dall’’ammettere il nostro meschino e miope provincialismo, ce la prenderemo con “loro”, verso i quali più o meno apertamente – come in Germania fece Clemente Mastella nel suo improbabile inglese – indirizzeremo un indignato “lei non sa chi sono io”.

Giuseppe Riccardo Festa

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