PD e M5S: mai dire mai?

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Non sappiamo ancora, anche se pare probabile, se dopo l’idra grillo-leghista nascerà la chimera grillo-piddina. Certo è che comunque mai come ora appare priva di senso l’espressione “mai con”, tanto spesso ripetuta dai grillini con riferimento ai piddini, e dai piddini (soprattutto di ispirazione renziana) con riferimento ai grillini.

I piddini, almeno per il momento, non sono più “pidioti”, e i grillini non sono più “grullini”. Non lo saranno finché resterà in gioco l’ipotesi di un governo che già viene descritto come giallo-rosso mentre il precedente, dimissionato da Matteo Salvini, era tinto di giallo-verde. In realtà, se questa chimera dovesse nascere, avrebbe più che altro tinte giallo-rosa pallido, poiché dal PD l’anima rossa è emigrata da lunga pezza, con qualche benedizione e molte spinte di Matteo Renzi, verso le nebbie dell’insignificanza.

Tornano alla mente gli insulti, le accuse, i veleni reciproci che per anni sono volati fra PD e M5S e il marchio che sistematicamente i grillini attribuivano a chiunque sui social dissentisse con loro, di “elettore del PD”, usato come Berlusconi usava l’epiteto di “comunista”: intendendo cioè questo appellativo come il peggiore insulto e marchio di infamia che si potesse irrogare a un avversario, anzi a un nemico.

I simpatizzanti del PD, d’altra parte, hanno fermato la loro campagna di sistematica denuncia ed esaltazione dei mali provocati dal grillismo là dove governa e regna, soprattutto a Roma, della cui proverbiale monnezza all’improvviso non si parla più, come più non si parla delle fino a ieri ben poco gloriose performance delle due più importanti sindache grilline, Virginia Raggi e Chiara Appendino.

Finché non si deciderà cosa fare dell’attuale legislatura, le asce di guerra fra i due per ora ex arcinemici sono seppellite. Ad agitarle, ma ormai spuntate, resta solo Matteo Salvini, che dopo aver provocato la fine di un governo di cui di fatto era il signore e padrone, ora cerca di rimediare lanciando accuse, moniti e promesse tanto credibili quanto quella, risalente a poco più di un mese fa, che il governo sarebbe durato cinque anni e varie altre, fra le quali meritano una menzione l’abolizione delle accise sui carburanti e l’instaurazione di una (peraltro anticostituzionale) “flat tax” al 15% per tutti i contribuenti.

Il futuro, si dice, è nelle mani di Dio; ma quando si parla della politica italiana, anche Dio preferisce rinunciare a fare previsioni. Allo stato attuale, dunque, immaginare come le cose andranno a finire è molto difficile.

O no?

Due constatazioni si impongono: la prima è che la grande maggioranza dei parlamentari grillini, vuoi per la faccenda del doppio mandato, vuoi per il crollo dei consensi, sa o teme di non essere rieletto se le camere saranno sciolte; la seconda è che il PD conosce benissimo la prima, che condiziona le mosse di Grillo, di Casaleggio, di Di Maio, dello stato maggiore e dello stato minore grillino. Il PD, insomma, conta di prendere il posto della Lega e di usare i peones grillini in Parlamento, ansiosi di continuare a godersi i benefici del loro status, esattamente come li ha usati Salvini: facendo loro ingoiare tutti i rospi che deciderà di mettergli in bocca.

C’è di buono che i rospi piddini non puzzeranno di razzismo, di antieuropeismo, di filo-putinismo, di anti-costituzionalismo, di finanza sgangherata e di bigotteria madonnara quanto quelli salviniani: se puzzeranno avranno comunque, o almeno lo si spera, un puzzo più tollerabile.

Staremo a vedere. Ma la lezione che tutti, comunque, debbono trarre dal circo imbarazzante al quale stiamo assistendo, è che la politica, lungi dallo sbarrarle, è l’arte di socchiudere le porte; e che in nessun altro campo, come in questo, chi oggi è amico domani potrebbe infilarti un coltello tra le scapole, e chi ieri odiavi come il più irriducibile dei nemici oggi può diventare l’alleato che ti permette, se sei uno statista, di portare avanti il tuo discorso.

Se invece sei soltanto un politicuzzo, ti permette di continuare, per altri tre anni abbondanti, ad incassare il tuo ricco stipendio da parlamentare e, con esso, i tanti, grassi , saporiti e succosi annessi e connessi.

Giuseppe Riccardo Festa

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