LO SPORCO GIOCO DEL CALIFFO NERO

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Piangiamo i morti innocenti della strage di Dakka e ci chiediamo: perché? Perché questa furia cieca, questo fanatismo irragionevole, questa ferocia insensata?

Ma siamo poi sicuri che si tratti di furia cieca, di fanatismo irragionevole e di ferocia insensata?

Noi occidentali abbiamo tutte le ragioni per contestare alla cultura islamica l’ingerenza della religione nelle regole della vita civile (che in certi casi rasenta l’asfissia di ogni libertà), il ruolo di sudditanza assegnato alle donne e la loro inferiorità rispetto agli uomini sancita per legge, l’impossibilità di decidere autonomamente in materia di religione: se nasci da musulmani, così impone la norma islamica, sei tenuto ad essere anche tu musulmano; se scegli un altro credo, o di non seguire nessun credo, allora sei apostata e, secondo i seguaci più rigidi delle norme, sei passibile di morte.

I musulmani, dal canto loro, hanno il diritto di rimproverarci un uso molto unidirezionale e disinvolto dei concetti di democrazia, autodeterminazione e libertà dei popoli, valido all’interno dei nostri confini ma calpestato con disinvoltura quando si trattava di sfruttare materie prime e allargare sfere di influenza politica, economica o militare.

Il califfo nero, fin dall’inizio, ha avuto chiaro un progetto: esasperare queste differenze tra la cultura musulmana e il mondo occidentale e rinfocolare l’odio mai sopito fra i due mondi, che cova sotto la cenere e aspetta solo l’occasione giusta per divampare nuovamente.

L’ISIS, ora, è in difficoltà sul terreno: i territori del suo preteso Stato si riducono sempre di più sotto i colpi di Russi, Statunitensi, Irakeni, Curdi e (finalmente) Turchi. Dell’esistenza di un vero e proprio Stato, con tanto di confini, sistema fiscale, forze di polizia e rete commerciale, esso aveva fatto un motivo di legittimazione e soprattutto una fonte di prestigio verso gli islamici e di preoccupazione e timore verso tutti gli altri.  Il progressivo erodersi del territorio di quello Stato ha imposto l’accentuarsi della strategia, comunque sempre seguita, orientata ad aumentare l’odio e le diffidenze fra i due mondi.

L’ISIS vuole che noi odiamo tutti i musulmani: è una condizione necessaria per indurre i musulmani a odiare tutti noi. La ferocia con la quale, a Dakka, i suoi terroristi hanno infierito contro chi non sapeva recitare il Corano non è frutto di fanatismo, o almeno non solo: c’è dietro questo preciso disegno. È già successo, e purtroppo sappiamo che succederà ancora. Il grido di Allah u akbar risuonerà ancora, col contrappunto dei colpi di kalashnikov e dei machete, per indurre noi occidentali, anche i più riflessivi e pacati, a dire ora basta e a considerare tutti i musulmani come dei barbari e ottusi fanatici assassini; i meno riflessivi e pacati si sentiranno spinti ad azioni di ritorsione (già sta succedendo), alimentando a loro volta l’astio e la diffidenza, se non l’odio, dei musulmani che colpiranno indiscriminatamente. L’ISIS progetta, così, di aumentare il proprio seguito fra gli islamici fino a diventarne l’unico punto di riferimento.

C’è una soluzione?

Sì, ci sarebbe. Dovremmo evitare, sia noi che gli islamici moderati, di cadere nel tranello. Noi dovremmo controllare le nostre frange estremistiche – anche quelle con pretese intellettuali – che vogliono vendetta e chiusura assoluta; e gli islamici moderati (non è la prima volta che lo chiediamo) dovrebbero finalmente prendere una  netta e decisa posizione di rifiuto nei confronti dei loro correligionari esaltati dall’odio e dal fanatismo. Coi fatti, non solo a parole. Dovrebbero farlo dovunque, denunciando e segnalando quelli, fra loro, che tentano di contagiarli ed alimentano tensioni e incomprensioni: il silenzio è connivenza e complicità.

Il condizionale è d’obbligo: difficilmente queste condizioni si verificheranno. La rabbia e l’odio, nei due campi, fermentano e si gonfiano, alimentati dai reciproci pregiudizi e incomprensioni non meno che dai reali e atroci fatti di sangue. La frattura tra i due mondi, salvo che si riesca (ma come?) a prevenire altre azioni come quella di Dakka, è destinata ad allargarsi. Ne gioiranno, forse, i fanatici razzisti ed estremisti di casa nostra; ne saranno felici, di sicuro, i fanatici assassini al seguito del califfo nero.

Giuseppe Riccardo Festa

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