L’Italia s’è destra

I miei affezionati ventiquattro lettori mi daranno atto, credo, del fatto che già da tempi non sospetti avevo preconizzato l’esito di questa tornata elettorale. Non che occorressero particolari doti profetiche: la situazione era sotto gli occhi di tutti, e tirare le somme era facile.

Con l’aiuto prezioso di Matteo Renzi, che ha fatto di tutto per irritare e scoraggiare gli elettori della sinistra moderata, il grillismo e il leghismo – ma forse sarebbe meglio dire il salvinismo – trionfano un po’ dappertutto e agli altri restano solo le briciole: perfino Silvio Berlusconi si è visto malinconicamente sorpassare dal suo scomodo alleato, che è riuscito a seppellirlo politicamente sebbene il sullodato Renzi lo avesse riportato in vita, come già aveva fatto in precedenza il suo miglior nemico Massimo D’Alema, che oltre alle smisurate dimensioni dell’ego condivide con lui questo non invidiabile privilegio.

Non è un mistero che il vostro cronista, miei amati ventiquattro lettori, si collochi verso il lato sinistro del quadro politico, e deve contemplare un campo di macerie: la sinistra moderata ha perso, la sinistra scissionista vivacchia e la sinistra irriducibile, come di prammatica, si è suicidata. Perciò, indiscutibilmente e forse irrimediabilmente, ha perso pure lui: è un dato di fatto incontestabile. Anche la mia pacifica e paciosa Macerata, certamente a causa dei noti recenti fatti, stamattina si è svegliata leghista, anzi – repetita iuvant – salvinista.

Per quanto mi riguarda, prendo atto dello stato delle cose: la gente ha deciso di cedere alla rabbia e alla paura e a chi le predica; pacatezza, ironia e ragionevolezza non hanno spazio, nel contesto politico attuale in cui dominano l’urlo, il rancore e la voglia di volgarità: tutto ciò non mi appartiene, e perciò mi ritiro in buon ordine e mi metto a guardare.

Chi ha vinto, dunque, dimostri cosa sa fare, ammesso che riesca a costituire un’improbabile maggioranza parlamentare. In termini algebrici, se si mettessero insieme, Di Maio e Salvini disporrebbero di una maggioranza sicura. Ma entrambi sono primedonne e nessuno dei due, a quanto sembra, è disposto a condividere il potere – soprattutto a cedere la premiership – con l’altro; e comunque, Grillo non condivide il possibilismo del suo numero due (o delfino, o alter ego, o qualunque cosa Di Maio sia rispetto a lui). Chi ha vinto dimostri, se ne è capace, di saper fare meglio di chi ha perso.

Un certo magone, inutile nasconderlo, mi prende chiedendomi cosa ne sarà dei conti pubblici, dell’occupazione, della nostra credibilità internazionale, dell’ordine sociale: i programmi di Di Maio e di Salvini, a parte l’astio conclamato nei confronti di chi ha governato negli ultimi cinque anni e – soprattutto per quanto riguarda Salvini – il giustizialismo e la xenofobia – sono gonfi di promesse mirabolanti e terribilmente costose, fra redditi di cittadinanza, abolizione della legge Fornero e altre amenità.

Mi ritiro in buon ordine, dicevo: mi siedo in poltrona con un’ideale cofana di pop-corn fra le mani, guardo il film, curioso di vedere come andrà a finire, e inghiotto il magone ricorrendo alla famosa massima: se c’è rimedio perché t’arrabbi? E se non c’è rimedio, a che serve arrabbiarsi?

Giuseppe Riccardo Festa

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