L’inganno di “Agostino”

Il buio era calato imponente sulla strada

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Il vento quella sera soffiava tagliente e forte. A tratti pioveva a dirotto. Per strada non c’era un’anima. Tutti erano dentro casa al caldo. 

Il buio era calato imponente sulla strada. La nebbiolina faceva il resto, avvolgendo un paesaggio surreale. 

L’inverno era ormai arrivato e dava sfoggio della sua forza. Era cupo e più rigido del solito. Aveva un’energia spietata. 

Insistetti perché uscissimo e andassimo vicino al mare. Un panorama che mi rasserenava. 

Mi scaricava dalle tensioni quotidiane. Addolciva le mie mille amarezze. Liberava i miei segreti, che scivolavano via molto lenti. 

Faceva un freddo pungente che non amavi. La tua solarità vinceva contro tutti e tutto. 

Al contrario, il mare d’estate era invece la tua camomilla, ammazzando ogni mia dolce malinconia nella quale mi piaceva tanto cullarmi. 

Nei giorni precedenti ero mancato. Un viaggio di lavoro mi aveva portato lontano di casa. 

Rientrando non volli fare altro che scendere subito al mare per sentire il suo rumore, specialmente perché agitato. 

Forse solo lì al cospetto del mare scoprivo in certi momenti il ritmo lento dei miei mali. 

Avevo portato con me in viaggio “Agostino” di Alberto Moravia. L’avevo comprato molti anni prima.

Scelto tra tanti su un catalogo di libri antichi che mi era passato casualmente tra le mani. 

L’avevo scelto esclusivamente per il titolo e conservato gelosamente, senza mai sfogliarlo. 

Pronto per la prima occasione che mi balenasse per la mente. Rappresentava qualcosa d’importante per me. Segnava un periodo difficile. 

Mi aveva fatto compagnia durante la mia assenza da casa. Ne avevo gustato la lettura, come se non mi fossi voluto separare. 

Il profumo dell’edizione antica aveva fatto il resto. Mi aveva rapito e affascinato come se ogni parola valesse doppio e mi portasse a un’altrettanta doppia riflessione. 

La storia segnava la dolorosa scoperta del sesso da parte di Agostino. Un adolescente alle prime armi, catapultato nel mondo dei grandi per la superficialità della mamma.

Distratta e molto presa dalla sua personalità. Poco materna e dura nel carattere.

Decisi, allora, quella sera di regalartelo. Di offrirti una parte di me. Di farti una sorpresa. Volevo meravigliarti. Stupirti. 

Non avresti mai immaginato che mi fossi privato di quel testo che aveva un sapore diverso dagli altri, ripercorreva fasi della mia adolescenza. 

Te ne avevo parlato più volte. Mi ero chiesto perché. Ma non ero mai riuscito a dirti veramente ciò che pensavo di quel libro antico, avvolto in una copertina di un beige sporco e impolverato. 

Il mio passato aveva un sapore duro e amaro. Aveva segnato, in modo indelebile,tratti della mia personalità. 

Un passato che avevo nel cuore e dal quale non riuscivo a liberarmi neanche con le persone che amavo. 

Non scrissi la dedica, perché non trovai le parole giuste. Colsi la felicità. Fu un attimo che m’impadronii di te. Dolce e bella. 

Accarezzai il tuo viso rigato da un velo di commozione. L’avanzata lenta delle tue labbra, consumò il resto del nostro tempo.

In sottofondo si sentiva il mare che sbatteva sugli scogli e gli schizzi d’acqua che raggiungevano il nostro abbraccio. 

Un idillio. Uno stato d’estasi. Il tuo corpo inarrivabile fu mio. Ti strinsi a me forte senza darti respiro. 

Rischiammo di bagnarci e bagnare “Agostino” che stringemmo tra i nostri corpi come fosse tutt’uno.

Lo legammo a noi facendolo diventare il sigillo della nostra vita. Almeno così ingenuamente pensammo in quel momento. 

Un’ingenuità generosa che poi si paga nel tempo. Una favola alla quale però non si può rinunciare. 

Ce lo dichiarammo. Un sogno che non avrebbe dovuto mai finire. Fummo generosi verso la vita. Avara sempre di sentimenti veri. Ne sentivamo il battito. 

Quella copia oggi è con Te, a differenza di me. Forse in un cassetto o riposta in cima alla libreria. Lontano da sguardi indiscreti, come lo è stata per tanti anni.  

Non so se mai l’hai ripresa per curiosità. Per un viaggio nel passato, anche solo per percepire il suo incantevole profumo. Dopotutto per me sembra ieri. 

La tempesta è arrivata anche per noi. Non ci ha risparmiato. Eppure credevo fossimo immuni e impenetrabili, forti dell’amore che ci dichiarammo. 

Ma il mio “Agostino” è vivo anche senza averlo, forse non quanto i tuoi ricordi di me. Sfumati e deboli? 

Sento forte l’inganno. Ferito nell’anima. Confuso nello spirito. 

L’amore ti dico non si dimentica e “Agostino” io lo sento forte, quanto il mare di quella sera che non bagna più il nostro abbraccio. “Agostino” non è più nostro complice.

Mi sono svegliato non più incantato. Se da bambino mi destavo durante un sogno magico, ero capace di riprenderlo dove l’avevo interrotto. Adesso non più.

Sono passato per il nostro mare e non ti ho trovato. Ti ho smarrito. Ho trovato tuttavia “Agostino” che il mare bagna senza più noi. 

Le pagine svolazzano, ma non accompagnano più il nostro amore. La fiamma che lo riscaldava. 

Cadendo e imparando a rialzarsi si aspetta il nuovo giorno, ma non mi ha risparmiato il dolore di un amore finito.

Mentre scrivo questo racconto, ho pensato di telefonarti. Ne è passato di tempo: dieci, venti, trenta anni e più dall’abbandono. 

Mi è complice Italo Calvino perché “mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere materia prima e l’agilità scattante tagliente che volevo animasse la mia scrittura, c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare”.

Ma non l’ho fatto. Sarebbe stato troppo duro sentire la tua voce. Non avrei saputo dirti nulla. Ammutolito nel mio passato. 

Mi sembra, però, ieri. Non ho voglia di distruggere il bel ricordo che negli anni é diventato meno inquietante e più caro. 

Non sono vendicativo. Vorrei ancora tanto stupirmi della vita che è stata e di quella che sarà. Non voglio che il mondo stia diventando tutto di pietra. 

Nicola Campoli

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