L’imprevisto appuntamento con l’Alzheimer

Mercoledì 5 aprile 1989 é una data che ai molti racconta ben poco

Alzheimer
FacebooktwittermailFacebooktwittermail

Mercoledì 5 aprile 1989 é una data che ai molti racconta ben poco. Sono trascorsi per lo più quasi trent’anni ed i ricordi sfumano tra le pieghe della vita che trascorre inesorabile.

Solo forse ai più attenti e appassionati tifosi del Napoli il giorno ricorderà qualcosa di importante che accadde allo stadio San Paolo, dove si diedero appuntamento migliaia di accaniti sostenitori.

Quel giorno si giocò la partita d’andata della semifinale di Coppa UEFA 1988/89 contro il Bayer Monaco, proiettando gli azzurri verso la finalissima nello scontro con lo Stoccarda, che assegnò per la prima volta l’ambito trofeo internazionale al Napoli guidato da Diego Armando Maradona.

Cosa strana acquistai il biglietto di ingresso per il settore distinti. Volevo anch’io partecipare all’ambiziosa annata calcistica a livello europeo, che sarebbe passata alla storia, dopo la conquista dello scudetto nel maggio del 1987.

Alle ore 16.00 mentre mi preparavo per andare allo stadio arrivò a casa una telefonata di zia Filomena, sorella di mia mamma, che cambiò repentinamente l’umore della giornata, fissando così l’inizio della malattia di zio Alfonso, cui ero particolarmente legato dopo la tragica perdita di papà.

Zio Alfonso era uscito di casa la mattina presto, come faceva di solito, con il furgone per alcune consegne ai clienti in diversi comuni della provincia a nord di Napoli e non aveva più fatto ritorno a casa.

Prima d’allora non era mai accaduto. Aveva solo dato alcuni piccoli segnali di smarrimento. Di breve durata. Ma come molte volte accade noi familiari non demmo alla vicenda la dovuta attenzione anche per la scarsa conoscenza che avevamo della patologia.

L’allarme ormai della scomparsa era stato lanciato. Andava seguito e fatte le dovute verifiche sulla strada che avrebbe dovuto percorrere per riscontrare se si fosse fermato da qualche parte, come poi in fondo speravamo.

Mi fu ordinato di andare lo stesso alla partita e che ci saremmo sentiti successivamente con mia mamma e mio fratello, corsi nel frattempo in sostegno a zia Filomena.

Non potetti che obbedire. Fu molto chiara mia mamma. Non voleva che mi facessi prendere dall’angoscia e dalla tensione della preoccupante vicenda. Provò a salvaguardare, per quanto possibile, con spirito materno la mia serenità.

Mi recai allo stadio ma il mio pensiero correva altrove. Non seppi separarmi per nulla da una vicenda che mi allarmava. Durante il corso dell’incontro la mia mente viaggiava verso mete indefinite. Mi sentivo perso.

Sommerso sotto un peso più grande di me. Non mi spiegavo l’accaduto, anche perché non conoscevo per niente la brutta piaga dell’Alzheimer di cui appresi solo successivamente.

Una volta usciti dall’impianto sportivo, allora non esistevano i cellulari, mi precipitai in una cabina telefonica. Il mio cuore batteva a mille.

Volevo sapere cosa fosse successo in quelle ore appena trascorse. Se avessero ritrovato zio Alfonso e cosa avrei potuto fare per agevolare la ricerca. Volevo anch’io diventare parte attiva di quel dramma familiare.

Ebbene ricordo come se fosse ieri. Al telefono mia madre mi raccontava che nulla era successo in quelle paio d’ore. Che era stata denunciata la scomparsa alle autorità competenti e che in nessuno ospedale era stata registrata la presenza.

Mi riferì che dovevo rientrare a casa dove mi aspettava mia sorella e che si era in attesa solo di qualche brutta notizia.

Ed ecco che mentre ero intento a parlare al telefono intravidi da lontano, tra la folla di macchine e le persone, un furgone di colore verde. Riconobbi mentre si avvicinava, lungo la fiaccata una leggere ammaccatura.

Lasciai di getto la cornetta gridando: “l’ho trovato . . .”. Dall’altra parte riesco a malapena ad ascoltare la voce incredule di mia mamma: “cosa dici Nicola: é impossibile. Come si trova lì allo stadio . . . ”.

Corro allora dietro al furgone. Non credo ai miei occhi. Verso l’appuntamento più importante forse della mia vita. Gridai come un forsennato con tutta la voce che avevo in gola. La confusione della folla, che lasciava lo stadio in quel momento, mi fece da complice. Giocò a mio vantaggio. Il traffico era rallentato.

Zio Alfonso non mi sentì. Aprii allora lo sportello al volo. Salii su e gli dissi: “Cosa hai fatto? Da da dove vieni? Ti sei perso? Chi sono?”.

Le mie furono domande stupide. Lanciate nel vuoto cosmico. Che cercavano solo delle rassicurazioni egoistiche che giustamente non mi furono date in quell’istante, ma neanche mai più dopo.

Mi accorsi subito che non sortivo in lui alcun effetto. Come se fosse cristallizzato e tutt’uno con il furgone. Guidava per inerzia. Il suo volto era un misto di smarrimento e inconsapevolezza del suo stato. I suoi occhi erano spenti. Bui, non trasferivano alcuna emozione.

Non mi spiegavo affatto come riuscisse ancora a guidare. Come coordinasse i suoi movimenti. Lui non aveva la consapevolezza di dove fosse piombato. Era un gran tifoso del Napoli, ma mi accorsi che per lui tutta quella gente in giro non rappresentasse nulla.

In quei brevi istanti capii che non avesse mangiato. Che non si fosse mai fermato. Camminava ininterrottamente dalla mattina. Infatti, non era mai passato dai clienti.

Non era andato mai in bagno. Il livello del serbatoio, oltre la riserva, chiarì immediatamente i miei dubbi. Lo esortai a lasciarmi la guida. Non volle farlo per nessuna ragione.

La paura mi piombò addosso in modo inesorabile. Raggelò il mio stato d’animo. Non riuscivo più a ragionare. Facevo i conti con una vita che in quell’attimo si era spezzata, senza darti alcuna possibilità di riprenderla.

Mi sentii sconfitto. Fu quello il mio appuntamento con l’imperdonabile Alzheimer. Che come tanti non riuscimmo a vincere e con la quale dovemmo fare i conti.

Mio zio morì, conservando il segreto di quel giorno, nel marzo del 2002. Dopo ben tredici anni durante i quali perse ogni dignità d’uomo. Trascorrendo le sue giornate una uguale all’altra. Per lui la notte e il giorno era la stessa cosa.

Per me la sua vita finì in quel tragico appuntamento dove il destino volle per fortuna che io lo incontrassi, in un luogo per me impensabile e che per giunta alla notizia pensai di non andare.

Nicola Campoli

Print Friendly, PDF & Email
FacebooktwittermailFacebooktwittermail

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta