Italia? No: Italy, a British colony

Fra i tanti, insopportabili messaggi pubblicitari che infarciscono tutte le trasmissioni radiofoniche incluse quelle che amo,  come Il Ruggito del coniglio e Radio2 Social Club, alcuni sono più insopportabili degli altri e mi inducono, analogamente a quel che mi succede se viene trasmessa una filastrocca rap, a spegnere la radio per la durata dell’infausto inciso.

Dice il saggio (il saggio sarei io) che citare la pubblicità idiota fa il suo gioco, ma a titolo di esempio non posso non menzionare il birignao del bambino che parla col finto Einstein della Eurospin, la cellula che beve acqua Lete, l’abominio dell’Allelujah di Haendel banalizzato per un’altra acqua minerale, la Ferrarelle (quella dalla effervescenza naturale, più moscia della scomparsa e mai compianta Idrolitina).

A proposito di pubblicità e di acque minerali, i calcoli renali di Del Piero che hanno fatto giustizia del medesimo, del suo uccello (nel senso di passero) e della sua acqua “leggera”, dimostrano, anche all’ateo più pervicace, che in fondo Dio esiste.

A parte i messaggi or ora citati, ce n’è uno che imperversa da qualche giorno e che se possibile mi irrita più degli altri. Si tratta del lancio di una sorta di associazione fra le radio italiane volto a promuovere i 45 più grandi successi della musica leggera italiana, ossia musica scritta, composta, arrangiata e interpretata da artisti italiani dal 1975 in poi.

Idea in sé indubbiamente degna di apprezzamento e di lode, se non fosse che questa associazione fra radio italiane, volta a promuovere successi della musica scritta, composta, arrangiata e interpretata da artisti italiani, è stata chiamata, in inglese, “I love my radio”.

E la voce femminile entusiasta e strafelice che annuncia l’iniziativa, per giunta, questo “I love my radio” lo pronuncia smiagolandolo e arrotolandolo fra lingua, palato e labbra (sul tipo ai lov’ mai rèidiow!!!) manco fosse la figlia di Boris Johnson il giorno dell’annuncio della Brexit.

Mi chiedo se le radio inglesi, casomai pungesse loro vaghezza di lanciare un analogo concorso dedicato alla musica albionica, lo chiamerebbero, che so, Adoro la mia radio, magari pronunciato con voce profonda e suadente da Giancarlo Giannini come quando dice “Marche, bellezza infinita”.

Ho il sospetto che no, non lo farebbero.

Perché solo noi italiani crediamo di essere fichi usando una frase in inglese per promuovere le radio, le canzoni, gli autori, i compositori e gli interpreti italiani, dimostrando invece, o meglio confermando, di essere irrimediabilmente, tragicamente e disperatamente burini.

Giuseppe Riccardo Festa

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