IL SOGNO (O L’INCUBO?) DELLA SOVRANITA’ MONETARIA

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I miei ventiquattro lettori mi perdoneranno se oggi li annoierò con lunghe e aride analisi di carattere finanziario, dovute al fatto che alcuni partiti insistono sull’’idea che l’’Italia dovrebbe tornare alla piena sovranità monetaria, uscendo dall’’Euro e ripristinando la cara vecchia lira.

All’’Euro, ed alle politiche rigoriste attuate dalle istituzioni della Comunità Europea, questi partiti attribuiscono gran parte dei problemi che affliggono le finanze del Paese. Il ritorno alla libertà in campo monetario, dicono, restituirebbe all’’Italia la possibilità di gestire da sola le proprie finanze e di attuare una politica espansionista capace di rilanciare l’’occupazione, i consumi e il benessere.

Sarebbe bello se fosse vero.Purtroppo la realtà è un po’’ diversa, e questa realtà si chiama debito pubblico.

Il debito pubblico, in sé, non è un male: è del tutto legittimo che un Paese si finanzi per realizzare grandi opere strutturali come ferrovie, strade, ospedali, scuole, porti, eccetera. Fanno lo stesso le famiglie quando accendono un mutuo per comperarsi la casa, o i commercianti per rinnovare il negozio. La condizione è che questo indebitamento serva a finanziare investimenti capaci poi, direttamente o indirettamente, di produrre reddito e di ripagare la spesa sostenuta.

Così è stato, in Italia, fin verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso. Poi le cose sono cambiate, e si è cominciato a prendere soldi in prestito dai mercati per finanziare anche le cosiddette spese correnti – stipendi, pensioni, sanità; e purtroppo anche lavori pubblici inutili, sprechi e corruzione – e per sopperire ad una montante evasione fiscale, che faceva mancare soldi alle casse dello Stato.

Il debito pubblico, usato per finanziare spese improduttive, è così schizzato ai livelli che conosciamo. Rassicurati dalla garanzia dello Stato e da rendimenti allettanti, oltre ai cosiddetti “investitori istituzionali”, ossia le banche, anche innumerevoli risparmiatori privati hanno investito i propri risparmi in titoli di Stato.

Ora immaginiamo che davvero l’’Italia abbandoni l’’Euro. Il governo, con le casse pubbliche vuote e con le entrate fiscali in diminuzione per via della crisi, dovrebbe continuare a cercare soldi sul mercato per far fronte alle sue esigenze; ma il mercato, che si fida dell’’Euro (dietro il quale ci sono altre economie, oltre a quella italiana, come quella tedesca, francese, olandese, eccetera), e s’’accontenta di tassi d’’interesse quasi nulli, dall’’Italia (che ha un’’economia in declino, popolazione in rapido invecchiamento, industria obsoleta, debito pubblico stellare: insomma, da sola è oggettivamente poco affidabile) pretenderebbe interessi ben più elevati, per remunerare un rischio ritenuto molto alto; di conseguenza, i tassi d’’interesse schizzerebbero verso l’’alto, e con essi l’inflazione.

I cattivi governi giocano con l’’inflazione fin dai tempi dell’’antica Roma, quando gli imperatori a corto di soldi lasciavano invariato il valore nominale dell’’Aureus, la moneta coniata in oro, ma ne diminuivano l’’effettiva percentuale di metallo nobile. Potevano così coniare, con la stessa quantità di oro, molte più monete.

L’’inflazione, già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, è stata utilizzata allo stesso modo dai governi italiani: il valore nominale della lira restava lo stesso, ma il suo valore rispetto alle altre monete veniva progressivamente svalutato. In questo modo si svalutavano anche pensioni, salari e stipendi, che perdevano potere d’’acquisto, e si svalutava, soprattutto, il debito pubblico.

Cosa succederebbe, dunque, ad un’’Italia che dovesse fronteggiare da sola, oggi come oggi, mercati dominati dal Dollaro, dall’’Euro, dalla Sterlina, dal Franco Svizzero e dallo Yen, offrendo le sue lirette? Succederebbe che per invogliare gli investitori dovrebbe offrire remunerazioni pazzesche. Questo, insieme alla mancanza di denaro e alla possibilità di fare da soli indurrebbe, il denaro, a fabbricarlo, stampandone a volontà, fino a scatenare scenari iperinflazionistici.

Scenari del genere si sono verificati in Germania, dopo le due guerre mondiali, e in Argentina, a più riprese, fino al famoso default che bruciò i risparmi di tanti malaccorti investitori, anche in Italia.

Un osservatore superficiale potrebbe dire: tanto peggio per le sanguisughe straniere che per anni hanno lucrato interessi sul debito pubblico italiano. Ma sbaglierebbe. Circa il 60% del debito pubblico italiano, fra banche, società finanziarie e privati, è stato sottoscritto da soggetti nazionali. L’’iperinflazione annichilirebbe il valore di questi investimenti, distruggendo il sistema finanziario nazionale.

Certo, anche l’’Italia (qualche politico lo propone) potrebbe dichiarare il “default”, che poi è solo un eufemismo per definire il fallimento. Ma il prezzo, per lunghi anni, sarebbe la miseria per i poveri, la povertà per chi ora vive più o meno decentemente, le file alle mense della Caritas, milioni di persone cacciate da una casa di cui non possono più pagare il mutuo, banche che falliscono, chiusure di imprese e tassi DI disoccupazione a livelli tali che quelli attuali, pur drammatici, sembrerebbero acqua di rose.

Vittorio Zucconi, qualche giorno fa, ha avvertito: “Se qualcuno ti propone una soluzione facile a un problema difficile, ti sta proponendo un bidone”. È un avvertimento di cui dovrebbero tenere conto le persone in buona fede che, legittimamente esasperate dalla classe politica attualmente al governo, sono tentate di ascoltare i pifferai di Hameln di turno.

A maggior ragione se hanno investito i loro risparmi in CCT, BOT, CTZ, fondi d’’investimento e buoni postali, e non da qualche parte nei Caraibi o in Svizzera.

Giuseppe Riccardo Festa

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