Bonus Covid: il piacere dell’onestà… altrui

È indecoroso, vero. È vergognoso, verissimo. È immorale, indiscutibile.

I politici che, pur godendo di redditi che odorano di ricchezza, hanno approfittato dei bonus per le partite IVA erogati in conseguenza dell’emergenza Covid hanno fatto qualcosa di assolutamente indecente.

E sono grottesche le scuse che hanno accampato, scaricando la colpa sui commercialisti o dicendo che in realtà intendevano fare beneficenza. La beneficenza si fa con i soldi propri, non con quelli dello Stato.

E la faccenda non riguarda solo i parlamentari: come è noto, ci sono dentro anche alcuni consiglieri regionali, i cui appannaggi non hanno nulla da invidiare a chi occupa uno scranno a Montecitorio o a Palazzo Madama, e il candidato sindaco leghista di Firenze, che l’anno scorso – beato lui – ha dichiarato un reddito di oltre un quarto di milione di euro.

Ci sono dentro anche dei consiglieri comunali e dei sindaci di paesini ma su questi un distinguo va fatto, perché in effetti in questi casi i gettoni di presenza e gli assegni di funzione sono ben poca cosa: ci può stare, che un titolare di partita IVA con incarichi di questo genere abbia avuto davvero bisogno di ricorrere al famoso bonus.

Ma parlamentari, consiglieri regionali, vicepresidenti di regione e assimilati che hanno approfittato della situazione per rosicchiare qualche centinaio di euro sono semplicemente disgustosi: su questo siamo tutti d’accordo.

Ma guardiamoci idealmente in faccia: questi personaggi non sono arrivati dalla luna, come dalla luna non è arrivato quel buon quarto di imprenditori che, sempre a causa della crisi Covid, hanno fatto ricorso alla cassa integrazione per i loro dipendenti, pur se le loro aziende hanno continuato a lavorare e il loro fatturato non ha subito la minima flessione.

Questi soggetti immorali e disonesti sono nostri concittadini. Sono persone che fanno parte di quello stesso “popolo” che urla allo scandalo ma che avendone la possibilità si comporterebbe esattamente come loro.

Quello stesso popolo che se può, e appena può, evade l’IVA, evade l’IRPEF, l’IRPEG e tutto l’evadibile. Quello stesso popolo che, pur se c’è un cestino dei rifiuti a due passi, getta a terra la mascherina, i guanti e i sacchetti di plastica, le lattine di birra e le bottiglie vuote. Quello stesso popolo che viaggia in autobus senza biglietto, che occupa il posteggio dei disabili, che evita di emettere lo scontrino quando vende qualcosa o la fattura quando eroga un servizio.

Male fa il ministro Di Maio ad approfittare del fattaccio (molto opportunamente reso noto dall’INPS a guida grillina) per legittimare, in vista del referendum, la norma, tanto cara ai seguaci di Beppe Grillo, della riduzione dei parlamentari, che non essendo accompagnata da una razionale ridistribuzione dei compiti fra le due camere è perfettamente inutile, se non per una marginale riduzione dei costi, ed anzi nociva perché comporta una ridotta rappresentatività delle Camere e un aumento del potere delle segreterie dei partiti.

Fa male, il ministro Di Maio, perché se ci sono dei disonesti in un parlamento di novecento membri, ce ne saranno anche in un parlamento di seicento, trecento o perfino cinquanta, perché i parlamentari che ne fanno parte sono espressione di quello stesso popolo che li elegge.

E tantissimi dei membri di quel popolo sono spietati e intransigenti: pretendono, senza se e senza ma, che in Italia l’onestà sia praticata, onorata e rispettata.

Purché, beninteso, a praticarla, onorarla e rispettarla siano gli altri, e non loro.

Giuseppe Riccardo Festa

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