IL MURO (A sud niente di nuovo)

Nella giornata ONU del Rifugiato, faccio dono ai lettori di Cariatinet.it di questo mio racconto, che appartiene alla raccolta “I giorni del giudizio”, con l’augurio che lo scenario che esso dipinge non debba mai diventare realtà, anche se l’ondata di cupa e miope crudeltà che sta investendo il mondo, dagli USA all’Europa, non lascia molto spazio alla speranza che lo spirito di umanità prevalga sui meschini calcoli politici e di bottega.

Abbraccio idealmente tutti coloro i quali, a dispetto della crescente marea di cinico egoismo, si rifiutano di intrupparsi nel gregge e continuano a pensare che ogni vita umana, ovunque, ha diritto, se non all’amore, almeno alla dignità; e al rispetto di chi non per proprio merito è nato in un Paese che non conosce guerra, fame e miseria e dovrebbe offrire aiuto, e non pregiudizi e avversione, a chi questa fortuna non ha avuto.

Giuseppe Riccardo Festa

 

IL MURO

(A sud niente di nuovo)

 

Le guardie del corpo, alle spalle e ai lati del ministro, erano tese e nervose, come sempre quando si avvicinavano così tanto al fronte.

Sotto il palco, impettito davanti ai reparti, il colonnello comandante del Reggimento PCAS percepì la tensione di quegli stupidi gorilla da città, che non sapevano niente della guerra al fronte, e rise fra sé: era venerdì, perciò di sicuro oggi non sarebbe successo nulla. Magari ci avessero provato, quei barbari, a farsi avanti! Il Ministro avrebbe visto cosa sapevano fare, i reggimenti del mondo civile, per fermarne l’avanzata.

Gli altoparlanti diffusero, nell’ampio piazzale, le ultime parole del Ministro: «A voi, cittadini alle armi, esempio fulgido di professionalità e serietà sul lavoro, il sacro compito di fermare le orde dei barbari invasori. A voi, baluardo della nostra Civiltà, è affidata la salvezza delle nostre case, dei nostri altari, dei nostri valori».

L’eco delle ultime parole fu coperta dall’applauso entusiastico del reggimento PCAS (Puri Come Acqua Sorgiva). Sul braccio dei militi brillava il logo della grande società multinazionale produttrice di bibite gassate, lo sponsor del reggimento, al quale forniva, oltre che i quadri di comando, l’intero equipaggiamento: dalle efficientissime mitragliatrici alle munizioni, ai mezzi di trasporto, all’abbigliamento; oltre, naturalmente, alle aranciate e all’acqua minerale. Lo stendardo del reggimento era stato già più volte decorato dal Presidente della Federazione Occidentale, che per inciso era anche Amministratore Delegato della Società.

Il ministro stesso, d’altra parte, era Direttore Generale della Casa editrice che pubblicava tutti i resoconti di guerra e una quantità di riviste culturali e libri, premiati in tutto il Mondo Civile per la profondità e la validità del loro contenuto. Un particolare successo aveva riscosso, ultimamente, l’opera patriottica che dimostrava, su incontestabili basi scientifiche fondate sulla Bibbia, la superiorità dell’Uomo e della Cultura occidentali su tutto il resto dell’umanità.

«Noi li fermeremo domani, come oggi e come ieri!» gridò il colonnello, entusiasta, battendo le mani.

«Noi impediremo l’avanzata dei barbari!» gli fece eco il comandante della prima compagnia.

E tutti ripeterono le loro grida, applaudendo. E il grido fu ripreso dal Reggimento Alta Fedeltà (supportato dall’industria dei prodotti audio e video), e dalla Divisione Immobiliare Europa. Le ovazioni più entusiastiche si alzavano dal Battaglione Fedeltà & Sicurtà, i cui militi erano retribuiti con partecipazioni azionarie e solidi investimenti dalla società che aveva costituito il reparto. Essi combattevano con particolare valore, anche perché ogni notizia positiva dal fronte produceva rilevanti rialzi di borsa, e conseguentemente anche la rivalutazione del loro portafoglio titoli.

Il Ministro alzò le braccia, facendo il segno della vittoria con l’indice e il medio di entrambe le mani e dimenticando, per un momento, le sue preoccupazioni. La banda militare (di cui si faceva carico una nota Casa discografica) attaccò l’inno dell’Armata, basato su un grande successo di Laura Pausini in un brillante arrangiamento techno-marziale, e i reparti sfilarono, orgogliosi e possenti, davanti al palco delle autorità. Il ministro, in piedi, annuiva vedendo passare gli uomini, i mezzi, gli armamenti sofisticati ed efficientissimi. Ma quando si girò verso il Capo di Stato Maggiore il suo viso non nascose più la tensione. «Come stiamo a munizioni?» gli chiese.

«Cominciamo ad avere qualche difficoltà, signor Ministro: ne abbiamo a sufficienza solo per una settimana. Se non riceviamo urgentemente nuovi rifornimenti, questa parte del fronte potrebbe cedere».

«Chiederò agli industriali del settore di essere più generosi. Riceverete tutto quello che vi occorre».

«Soprattutto cartucce per le mitragliatrici» suggerì il generale: «Lei conosce la tattica che quelli usano».

Il ministro annuì, senza nascondere la sua preoccupazione. «La situazione comincia a farsi delicata, generale. A chiacchiere, tutti sono pieni di slanci patriottici, ma gli esborsi per finanziare questa dannata guerra cominciano a pesare sui bilanci. Qualche società ha cominciato a ridurre gli approvvigionamenti, e sta diventando difficile soddisfare le richieste dei comandi».

«Ma si rendono conto di quello che fanno, signor Ministro?».

«Temo di no, generale. Intanto, per rifornirvi di munizioni abbiamo dovuto smettere di acquistare i disinfettanti».

Il ministro tacque, per un po’, guardando sfilare i reparti della Sanità (finanziati da una casa farmaceutica). «Abbiamo avuto perdite?» disse infine.

«Un ferito accidentale, signor Ministro. Stava aiutando a spostare un frigorifero, nel locale ristoro della truppa. Il frigo si è rovesciato e gli ha pestato un alluce. Niente di grave. Ha chiesto di tornare al fronte già da domani».

«Bene. E il nemico?».

«In totale non saprei, signor Ministro. Posso darle solo le stime degli ultimi due giorni».

«La ascolto».

«In questo settore dovrebbero aver avuto un paio di milioni di morti».

«Soltanto?».

«Si fa quel che si può, signor Ministro».

 Sono troppo pochi, maledizione!» sibilò il rappresentante del Governo. «Troppo pochi, per la quantità di munizioni che avete consumato! È così che ci vogliono battere, quei bastardi: col numero! Non avrete mica preso dei prigionieri, vero?».

«Sul mio onore, signor Ministro: nemmeno uno».

 

* * *

 

Era ormai l’alba: fra poco avrebbero cominciato a venire. Il fante Giovanni Rossi si lasciò sfuggire uno sbadiglio, si stiracchiò, poi si rimise in posizione dietro la sua mitragliatrice. Aveva tanta voglia di tornare a casa per il turno di riposo, ma gli toccava aspettare almeno un’altra diecina di giorni. Certo, era dura la vita al fronte.

Aveva voglia di rivedere Samantha, sua moglie, e Deborah, la loro bambina. Erano già passate due settimane dall’ultima volta che aveva passato un po’ di tempo con loro. Sorrise, ripensando a Deborah che lo abbracciava, salutandolo mentre lui si apprestava a tornare al fronte, e gli diceva: “Tu sei un eroe, vero, papi?”. “certo, tesoro” le aveva risposto Samantha: “Papà va alla guerra per proteggere dagli invasori noi e il nostro mondo. Dobbiamo essere molto fiere di papi”. Rossi era stato felice di quelle parole. Era bello pensare che Samantha era fiera di lui.

Un centinaio di metri più in là di Rossi, alla sua destra, in un’altra postazione c’era Fritz Schmidt, un volontario austriaco, mentre a  sinistra, nonchalant come solo i francesi sanno esserlo, Claude LePen, un operaio di Lille, si preparava anche lui alla battaglia.

«Chiamala battaglia…» disse fra sé Rossi, guardando verso i fili spinati e il Muro. «E sono già due settimane che non vengono più con i disinfettanti, quelli dell’aviazione. Se gira il vento, come l’altro giorno, qui sono guai».

Erano in tanti, lì, come lui, venuti dalla Corea (del Sud, naturalmente), dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Gran Bretagna, dagli USA, dalla Francia e da tutto il mondo industrializzato, in prima linea, per diecine di chilometri, uno ogni cento metri, ognuno con una mitragliatrice da millecinquecento colpi al minuto, di fronte alla sottile fascia della terra di nessuno, al di qua dei cavalli di Frisia e del filo spinato, oltre i quali si alzava quello che tutti loro, ormai, chiamavano il Muro.

Il Muro, alla fine di ogni giornata, diventava un po’ più alto. Prima, per fermare quelli, c’erano delle trincee, profonde dieci metri e larghe una ventina. Ma s’erano riempite dopo i primi due o tre giorni. Ormai, per via del Muro, la linea del fronte era identificabile anche dall’alto.

«Un Muro di cadaveri» pensò Rossi. «Fortuna che le nostre armi sono efficienti. Non lo so cosa succederebbe, se riuscissero a passare».

Il Muro serpeggiava per una fascia larga un paio di centinaia di metri e lunga quanto l’intero fronte. Era diventato talmente alto che anche le postazioni delle mitragliatrici avevano dovuto essere alzate, per continuare ad avere la linea di fuoco alla stessa altezza degli invasori.

Invasori che ogni giorno, eccetto il venerdì, dall’alba al tramonto venivano avanti, da dietro le linee, camminando sui corpi di quelli che ci avevano provato prima di loro.

Prima, volando a bassa quota (tanto non c’era da temere la contraerea o l’aviazione nemica) gli aerei cisterna della Bonifiche & Spurghi S.p.A. passavano tutti i giorni, alla fine dei combattimenti, e spargevano generosamente, sul Muro, tonnellate di calce e disinfettante. Ma ormai da giorni i voli, che già da un po’ s’erano diradati, erano cessati del tutto.

Un ricognitore, poi un altro, poco oltre; volteggiarono a bassa quota, sopra il muro, per controllare i movimenti del nemico.

«Che fanno, quei bastardi dei comandi?» si chiese Rossi: «Non lo sanno che inferno diventa, qui, se gira il vento?». Ripensò con un brivido a quello che era successo qualche giorno prima, quando il vento aveva cominciato a spirare dal Muro, mandandone l’odore fin nelle retrovie. «Purché non giri il vento…» si disse di nuovo.

Si sistemò meglio nella piazzola di tiro, guardò soddisfatto il rosario delle cartucce, nella lunga striscia metallica che dalla cassetta delle munizioni saliva alla mitragliatrice, e sollevò lo sguardo al cielo, già luminoso nel mattino ormai avanzato. «Sereno, come ieri. Farà caldo, oggi. Speriamo che non giri il vento…».

Un razzo, alla sua sinistra, si sollevò alto nel cielo ed esplose. Era il segnale: i ricognitori li avevano visti muoversi. Gli invasori stavano arrivando. Rossi respirò a fondo e puntò l’arma verso il Muro: «Bene, ci siamo di nuovo».

E gli invasori arrivarono.

Africani, arabi, bengalesi, tamil, cingalesi, curdi, pakistani.

Innumerevoli, silenziosi, cenciosi, smunti, compatti, avanzarono lentamente verso il Muro, spinti dal sogno di andare incontro a qualcosa di diverso dal nulla di fame, malattia e disperazione che avevano alle spalle. Le donne stringevano al seno vuoto i loro bambini scheletriti e dal ventre gonfio; i più grandicelli, se riuscivano a camminare, s’aggrappavano alle loro sottane; i più deboli, a fatica,  li portavano in braccio gli uomini. Dai ricognitori si potevano individuare i nuclei familiari, con padri, madri e figli che si tenevano vicini; qualche vecchio arrancava accanto a loro.

Gli invasori raggiunsero la base del Muro e cominciarono ad arrampicarcisi sopra: scivolando, incespicando, aiutandosi gli uni con gli altri per raggiungere la cima.

La prima che Rossi vide apparire sul colmo fu una donna: calva, nera, orribilmente magra.

E credette di vedere i suoi occhi.

Era impossibile, naturalmente: c’erano almeno duecento metri di distanza, fra lui e lei.

La donna sapeva cosa stava per succedere, ma questo non sembrava spaventarla. Si volse; qualcuno, da dietro, le porgeva un fagottino. Lo prese e se lo strinse al seno. Poi guardò in avanti, cercando, finché non individuò la postazione; ed a Rossi parve che guardasse proprio lui.

Altri la raggiunsero sulla cima di quell’orribile, scivoloso e instabile Muro fatto di corpi umani. La donna non distoglieva lo sguardo dalla postazione, e Rossi provò una strana sensazione di disagio.

«Chissà da quanto tempo non mangia, quella là. E quel bambino che ha in braccio, magari è già morto… Ma che cazzo ha da guardare? Che vuole da me?».

Il muro era ormai gremito e il silenzio assoluto. La donna continuava a fissare la postazione di Rossi; tutti erano immobili.

Poi si levò il solito grido.

«Insh’Allah!».

Lo disse una voce, poi un’altra, poi diecine di voci. E a quel grido gli invasori si mossero, lentamente, pacatamente, in avanti, per discendere lungo la barriera di corpi ed andare verso il mondo dove si stava bene, il mondo dove c’era da mangiare per tutti, e dove ogni persona godeva del rispetto cui aveva diritto; e aveva un lavoro, vestiti, una casa; e c’era una scuola per i figli.

Si mosse, quella gente, verso la Civiltà dei Diritti dell’Uomo, dell’Uguaglianza, della sacralità della Vita fin dal momento del concepimento, del Rispetto per l’Individuo in ogni momento della sua esistenza, dalla nascita alla tomba. La Civiltà dove nessuno si sognava di giudicarti per il colore della tua pelle, per la tua religione, o la lingua,  o per il tuo modo di tagliarti i capelli o di vestirti.

La donna cominciò a muoversi, davanti a tutti, sempre fissando la postazione della mitragliatrice di Rossi.

Voleva del latte per suo figlio, voleva per lui un ospedale, un lettino caldo. Sapeva che là, oltre quella mitragliatrice, c’era tutto questo. Lei lo sapeva. Suo figlio era piccolo, di cinque le era rimasto solo quello; e lei voleva del latte, voleva un lettino, un ospedale per curarlo. Oltre quella mitragliatrice c’era il mondo dove i bambini ridevano, mangiavano tutti i giorni, erano paffuti, giocavano e andavano a scuola. Doveva solo riuscire a portarlo oltre quella mitragliatrice.

Rossi la vide che cominciava a discendere il Muro. Gli parve quasi di percepire i suoi pensieri. Lo vide, che non staccava gli occhi da lui. Si teneva in piedi a fatica, barcollando sui corpi sotto i suoi piedi, con quel fagottino fra le braccia, ma riusciva a non perdere di vista la sua postazione.

Rossi sospirò di sollievo quando, finalmente, giunse l’ordine.

«Fuoco!».

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