I patrioti al ragù

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Povera Patria, e povero patriottismo! Un tempo ci gloriavamo di Goffredo Mameli, dei fratelli Bandiera, di Carlo Pisacane, Amatore Sciesa, Cesare Battisti (il trentino irredentista, non il criminale brigatista), Enrico Toti; e dei martiri della Resistenza, come i fratelli Cervi e la gloriosa Divisione Acqui, sterminata a Cefalonia dai nazisti: fulgidi esempi di sprezzo del pericolo e della morte nel nome di valori patriottici ai quali, questi grandi, davano un’importanza ben superiore a quella della propria vita.

Oggi, o tempora, o mores, i valori della Patria si sono ristretti negli angusti limiti di un tortellino. La vicenda è arcinota: la curia vescovile di Bologna ha pensato di far produrre i tortellini, oltre che col canonico ripieno alla mortadella, anche con della carne di pollo, onde consentire pure agli immigrati musulmani di gustarne un piatto nel giorno in cui si celebra l’accoglienza.

Apriti cielo! Alti lai e stracciamenti di vesti, tutti provienienti da destra, hanno seguito la proposta vescovile, accusata di ledere le sacre tradizioni della Patria, di alterare la Storia, di uccidere la cultura nazionale, e di questo, e di quello, e di tutto e di più.

Ma cos’è, intanto, la tradizione culinaria italiana? Dove bisogna fermarsi, retrocedendo nel tempo, per fissarne i sacri confini? Non voglio arrivare all’importazione di patate, pomodori, peperoni e fagioli che –indispensabili ingredienti di tanti nostri piatti – non esistevano da noi prima del XVI secolo. Né voglio, perfidamente, citare il caffè e la cioccolata e nemmeno le banane, il pepe, la vaniglia, lo zucchero di canna e la cannella, tutti originari di lontane contrade e tutti entrati nelle ricette nostrane in tempi storicamente piuttosto recenti. Ma che dire dei sacri spaghetti alla carbonara nati per compiacere i G.I., a seguito dell’invasione Yankee, alla fine della II Guerra mondiale?

Ma il purismo è purismo, e certo non posso essere io, che ad esempio sono ferocemente purista in campo musicale e teatrale, a contestare chi difende le ricette della nonna. Fra l’altro, anche in campo culinario, sono io stesso uno strenuo difensore del salamino piccante, della sardella salata e della nduja della mia natìa Calabria e dei vincisgrassi delle mie adottive Marche: non mangerei mai, io, del salamino senza il peperoncino e senza i semi di finocchio e, soprattutto, senza la sua pasta di carne e i suoi lardelli di maiale.

Il punto, nel caso specifico, sta in un’obiezione che con la tradizione culinaria non ha niente da spartire e che rivela le vere motivazioni degli obiettori di crescenza – pardon – di coscienza, all’iniziativa della Curia bolognese: obiezione che si sintetizza nella domanda: “Ma loro, a casa loro, ti permetterebbero di usare la carne di maiale?”

In altri termini gli obiettori accusano gli immigrati di provenire da Paesi incivili, dove le libertà sono conculcate e i diritti calpestati, e rivendicano il diritto di comportarsi verso di loro nello stesso modo in cui i governi di quei Paesi si comportano verso gli stranieri: nessuna tolleranza, nessuna flessibilità, nessuna disponibilità al dialogo: nemmeno su una cosa tutto sommato stupida come il ripieno dei tortellini.

Gli obiettori rivendicano, in conclusione, il diritto, anzi, il dovere, di essere pure loro incivili, ottusi e intolleranti. Esattamente come i governi dei Paesi che dicono di contestare.

Giuseppe Riccardo Festa

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