Gli angeli del SSN: non basta dire “grazie”

Mi chiedevo che modo potessi trovare per esprimere a pieno il senso di riconoscenza e gratitudine che io, come milioni di altri italiani, provo nei confronti di tutte le persone, dai medici agli infermieri, ai farmacisti, barellieri, inservienti ospedalieri, volontari della Croce Rossa: tutto quell’universo che si riassume nella sigla SSN (Sistema Sanitario Nazionale), insomma, che da sempre – ripeto: da sempre – in silenzio e generosamente, spesso scarso di organici e mezzi e sempre malpagato, si occupa di chi ha bisogno di cure. Riconoscenza, certo; ma anche disagio, per non dire rimorso.

Il mio caro amico Dott. Pietro Bica, eminente medico ortopedico di Palermo, me ne ha dato modo con un esempio che mi fa piacere condividere con i miei lettori anche perché si riallaccia al discorso, che su Cariatinet ho già affrontato, circa la differenza fra ciò che è civile e ciò che è naturale.

Anni fa uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva che fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra. Ma non fu così. Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi. Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo.

Posso aggiungere ben poco a questo bellissimo messaggio che mi ha inviato il mio amico Pietro Bica.

Una riflessione però s’impone. Oggi stiamo tutti lì ad applaudire fino a spellarci le mani, a cantare dai balconi, a intonare peana di ringraziamento e a commuoverci davanti alle infermiere stremate, ai volti segnati dalle mascherine, ai loro occhi gonfi: oggi questi professionisti li trattiamo come eroi e spargiamo ideali petali di rosa al loro passaggio. Molti di loro, però, non ci stanno e si ribellano, s’infuriano perfino; e hanno ragione.

Ve li ricordate, vero, i pronti soccorso devastati a Napoli, le dottoresse delle guardie mediche aggredite? Ve li ricordate gli studi legali specializzati in cause contro i chirurghi se qualcosa va storto in camera operatoria? E ve li ricordate i tagli al Servizio Sanitario Nazionale e i vagoni di soldi trasferiti alle cliniche private, gli ospedali pubblici chiusi, gli organici sempre più ridotti, le sanità regionali trasformate in vacche da mungere? Ve lo ricordate quel certo esponente leghista che, alla notizia della carenza di medici di base ha fatto spallucce, dicendo “Ma tanto a che servono? chi ci va più dal medico di base?”

Ecco, ricordatevi tutto questo, se per caso ve lo siete dimenticato, e date ragione a quei medici e infermieri che s’incavolano di brutto se ora, tutto ad un tratto, si vedono trattare da eroi. “Noi” dicono, “non siamo eroi: noi facciamo ora quello che abbiamo sempre fatto anche se finora non ve ne siete accorti e magari ci avete trattato con disprezzo, addirittura malmenandoci e trascinandoci in tribunale alla prima occasione”.

È questo che mi preme sottolineare. Mi preme anche rilevare che, con quello stesso spirito, Gino Strada ha subito messo lo staff di Emergency a disposizione della Lombardia, guidata da quella stessa Lega che oggi gli chiede aiuto ma fino a ieri lo ha coperto di volgari insulti e basse insinuazioni.

Dunque medici, infermieri, barellieri, volontari, addetti alle pulizie negli ospedali, farmacisti, personale del 118 e della Croce Rossa e, sì: anche i volontari delle tanto vituperate ONG sono oggi, come ieri e come sempre, i più luminosi esempi di civiltà che la nostra società sappia produrre.

Ricordiamocelo, quando questa tragedia sarà finita e dovremo tirare le somme degli avvenimenti che stanno sconvolgendo il mondo. Tutte queste persone, da sempre, sono al servizio del prossimo: ricordiamocelo anche dopo, quando tutto sarà tornato normale, per dare a tutti loro gli strumenti, i mezzi e i riconoscimenti, morali e materiali, che merita l’esempio altissimo, tanto più alto in quanto silenzioso, che essi ci danno.

Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo.

Giuseppe Riccardo Festa

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