Noccolò (o Niccolo) Fraschini: chi è costui? (Per tacer di Zaia)

Niccolò Fraschini… Vabbè, dài: mostriamoci superiori: il Signor Niccolò Fraschini (un Signor non si nega a nessuno, nemmeno a lui) è un consigliere comunale di Pavia, eletto in una lista di destra, che ha pensato bene di postare su Instagram il bel messaggio che riproduciamo qui accanto.

Sarei curioso di chiedere a questo signore (vedi parentesi precedente) da quale fonte ha tratto le informazioni che con tanta arrogante sicumera ha deciso di diffondere, anche se in realtà quella fonte la conosco benissimo: si tratta della sua povera testa. Il Signor (…) Fraschini, che peraltro non sa nemmeno riprodurre correttamente il proprio nome su Instagram, ha attribuito alle categorie di persone che cita un processo mentale che, in realtà, appartiene solo a lui: è lui che, se la disgrazia delle infezioni da coronavirus che ha colpito la Lombardia si fosse abbattuta sui territori che stigmatizza, ne avrebbe “schifato” le popolazioni.

In realtà nessuno, a Napoli “et similia” (insomma, nel Sud d’Italia), in Francia o in Romania, si è sognato di “schifare” chicchessia: lo schifiltoso è invece proprio il Niccolò – o Niccolo, ipse scripsit – che forte dei suoi ben consolidati pregiudizi (l’unica base culturale di cui dispone) proietta sugli altri il proprio, poco commendevole modo di riferirsi al prossimo e di valutarlo.

Non che nel vicino Veneto le cose vadano poi meglio, stanti le affermazioni del governatore Zaia sulle abitudini alimentari dei cinesi: “tutti” ha detto testualmente, “li abbiamo visti mangiare topi vivi”.  

Soprassediamo sulla spettacolare idiozia di una simile affermazione, tralasciando il piano della civiltà, su quello della convenienza, dato che un miliardo e mezzo di cinesi sono un mercato preziosissimo per i prodotti europei, italiani e veneti (i vini, per esempio, e il turismo) e valutiamo l’oggettiva possibilità che Zaia, e con lui l’universo mondo, abbia visto davvero i cinesi mangiare topi vivi.

Nel mio piccolo, avendo viaggiato non poco ed anche in Cina, debbo purtroppo smentirlo: non ho mai visto un cinese mangiare un topo, che fosse vivo, morto, in stato comatoso o in rianimazione. So però, di converso, che ai veneti non fanno schifo le rane e le lumache (ben morte, per carità), per non parlare dell’interesse verso la carne dei gatti che la tradizione attribuisce ai vicentini. E chissà che direbbero i cinesi dell’amore di tanti italiani per il formaggio con i vermi o quello ammuffito. Dunque pur se è vero che certi alimenti cari ai cinesi (fra i quali comunque non si annoverano i topi vivi) possono destare perplessità fra i palati nostrani, non è che i nostri cibi siano poi sempre così puri, gradevoli e gustosi ai palati d’oltre frontiera. Sarebbe dunque meglio, prima di dar fiato alla bocca (o a Instagram) meditare, riflettere e ponderare.

È pur vero che condizione irrinunciabile, per poter meditare, riflettere e ponderare è che si possieda, nello spazio delimitato fra le due orecchie, lo strumento a ciò deputato.

Condizione del cui soddisfacimento, per quanto riguarda questi signori, stanti le loro affermazioni, è legittimo dubitare.

Giuseppe Riccardo Festa

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