Europa perché

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È ovvio che se, afflitti da ignoranza e superficialità, si pensa – come i concorrenti a un recente programma televisivo – che Hitler andò al potere in Germania nel 1968, non si ha neppure idea di cosa, dal 476 al 1945, sia stata la storia dell’Europa: non si ha idea della lunga scia di guerre, sangue, fame, pestilenze, miseria, odio e orrori che per quasi mille e cinquecento anni ha deturpato questa piccola propaggine occidentale del continente euroasiatico; quindici secoli culminati nelle due apocalittiche stragi della Prima e della Seconda Guerra mondiali.

Gli anni dal 1945 a oggi, dopo il suicidio di Hitler, rappresentano in effetti un miracolo: l’area geografica più divisa e insanguinata della storia dell’umanità, durante questi pochi decenni, ha conosciuto una fase di pace e prosperità che non trova precedenti che nel secolo d’oro della Pax Augustea, agli albori dell’Impero Romano.

Nel 1941 alcuni uomini illuminati – Italiani! – della statura di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, mentre infuriava il conflitto più sanguinario della Storia, ebbero la visione lungimirante di un’Europa non più divisa ma finalmente unita, nel nome – nonostante i secoli di guerre e di divisioni  – di una comune radice culturale che pure esisteva, ed aveva generato l’Umanesimo rinascimentale e i Lumi del Settecento.

Finita la guerra, statisti della grandezza di De Gasperi, Adenauer, Monnet, Spaak, capirono e promossero la visione di Spinelli e Rossi, e con la fondazione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) gettarono fra Italia, Benelux, Germania e Francia, il primo seme della futura CEE.

Erano gli anni difficili ma pure entusiasmanti della ricostruzione postbellica: superando difficoltà, diffidenze e sospetti, col Trattato di Roma, nel 1957, la neonata Comunità si diede una configurazione non più soltanto industriale ed economica, ma anche politica e culturale.

Seguì un progressivo abbattimento di barriere, doganali ma soprattutto psicologiche, e con esso l’allargamento della Comunità ad altri Paesi. Aderì anche la Gran Bretagna, ascoltando infine il messaggio del suo grande statista Winston Churchill che aveva, lui pure, avuto la visione di un’Europa unita e concorde: quella stessa Gran Bretagna che ora, sull’onda di un antistorico revanscismo imperialistico, vuole abbandonarla ma non sa decidersi a farlo sul serio.

A lungo, il sogno è sembrato sul punto di realizzarsi; ma la nascita di una moneta comune, l’evento che avrebbe dovuto segnare il punto di svolta, fu paradossalmente, soprattutto in Italia, la causa della prima crepa nella costruzione di una comune identità europea: da una parte il governo Berlusconi non vigilò in modo adeguato nella fase di conversione dalla lira all’euro, e permise che si verificasse un’impennata dei prezzi che falcidiò il potere d’acquisto delle classi medie e medio-basse; dall’altra il rigorismo monetarista dei tedeschi (scottati dalle iperinflazioni che seguirono i conflitti mondiali), tanto ottuso quanto forte è il peso della loro economia nel quadro generale della Comunità, reintrodussero un clima di diffidenza e di protezionismo, soprattutto dopo che, nel 2008, la crisi finanziaria “subprime” nata negli USA infettò anche il nostro continente, crollò l’economia greca e i mastini tedeschi quasi strangolarono quel Paese (che pure aveva le sue colpe) nel nome, appunto, del più rigido e spietato rigorismo monetarista.

Noi italiani abbiamo i nostri guai, frutto soprattutto della politica dissennata dei governi che si sono succeduti dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso in poi, che ha provocato l’accumularsi del debito pubblico più ingente del mondo, dopo quelli di Stati Uniti e Brasile. Ma l’astuzia di certi demagoghi, che oggi vanno per la maggiore, anziché riconoscere le nostre colpe inventa quelle dell’Europa che al contrario si sta dimostrando, nei nostri confronti, ben più paziente e accomodante di quanto lo sia stata con la Grecia.

Non solo in Italia, l’Europa, nei discorsi di questi demagoghi che piacciono tantissimo a chi non si cura di approfondire un pochino le sue conoscenze di storia, è descritta come la fonte di ogni male ed è il bersaglio di ogni accusa.

Certo, i difetti di questa Europa sono tanti. Ma, a dispetto dei sovranisti d’accatto, i suoi difetti non stanno in un eccesso di potere: se mai è vero il contrario. Sono gli Stati a tarparle le ali, a causa della miopia e della meschina furbizia dei loro governanti e dell’ignoranza e dell’ottusità di troppi dei loro governati.

L’Europa ha bisogno di un Parlamento che possa davvero legiferare e di un governo sovranazionale, sottoposto al suo controllo, che abbia un potere che travalichi quello degli Stati, la loro miopia e le loro meschinità.

L’Europa, anche se volessimo dimenticarne il peso e l’importanza come veicolo di comunione spirituale e culturale fra i suoi popoli (i sovranisti d’accatto detestano la parola “cultura”), è per tutti i suoi cittadini un fondamentale baluardo contro l’aggressività dei giganti – la Cina, la Russia, gli USA – che vedrebbero con piacere, con la sua frantumazione, la fine di un pericoloso concorrente sul piano industriale, finanziario, politico e militare.

È certo grottesco, in ogni caso, che sia tanto forte l’ondata antieuropeista in un Paese, come il nostro, dal quale tanti giovani partono per cercare benessere, gratificazioni e riconoscimenti proprio in quell’Europa avversata da tanti dei loro genitori.

È su questi giovani che bisogna fare affidamento: diversamente da quei genitori, infatti, essi hanno la mente aperta, sono culturalmente preparati, rifuggono dai pregiudizi, sanno distinguere fra le responsabilità proprie e quelle altrui.

Diversamente, è il caso di precisarlo, non solo da quei genitori ma anche dai demagoghi che approfittano della loro ignoranza e ne alimentano ed esasperano aggressività e bassi istinti.

Giuseppe Riccardo Festa

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