Estate 1982: il mal d’amore e una bugia più grande di me!

Non avevo mai dato alcuna preoccupazione in famiglia

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Mentre tutti pensavano nell’estate del 1982 all’Italia campione del mondo di calcio in Spagna: io avevo altro per la mente. Una storia, che dopo tanti anni, penso che fosse più grande di me, perché non avevo all’epoca la  cassetta degli attrezzi per gestire l’impareggiabile mal d’amore. 

Una patologia che nessuno mai mi aveva anticipato. Non sapevo che esistesse e che se si fosse colpiti c’era tanto da soffrire, ma anche molto da essere felici. Era come padroneggiare un pensiero tagliente come il vetro. 

Avevo appena quindici anni e non erano certo i quindici anni dei più scaltri giovanissimi di oggi. Che ne sanno una più del diavolo. Pronti a sfidare il  destino. Mai mostrando di aver paura. Compreso le dure lotte che innescano con i loro genitori per la conquista dei più strani traguardi. 

Non avevo mai detto, sino a quel fatidico agosto del 1982, una bugia. Lo ricordo come fosse ieri. Sempre la verità. Ero schietto e leale. Ero stato sino a quel fatidico  momento un ragazzo perfetto. Mai una cosa fuori posto. Il classico soggettone, come si diceva un tempo tra coetanei. 

Ligio al dovere e sincero negli affetti familiari. Non avevo mai dato alcuna preoccupazione in famiglia. La mia vita da adolescente scivolava liscia come l’olio. C’era un filo colorato lungo le tappe della mia crescita adolescenziale.

Eppure il primo amore, inaspettato e improvviso, aveva trafitto il mio cuore. Tutto era accaduto nell’amabile Isola d’Ischia. Nel mezzo di un’estate che sapeva di effervescenza, entusiasmo, spensieratezza e tanto altro ancora. Mi sorprese uscire all’improvviso dal cristallizzato bozzolo infantile. 

Un forte amore che non avevo mai provato nella mia vita. Forte e implacabile che mi ombrava la mente. Al punto da non riuscire a ragionare. Offuscando ogni mio pensiero. C’era una sola cosa che ormai dominava le mie giornate. L’amore per la mia Lei. 

Bastava guardarmi per capire cosa mi stesse accadendo. I miei occhi parlavano da soli. Erano il testamento del mio cambiamento repentino. Come se un treno, fatto di tanti sacchi d’amore, mi avesse asfaltato senza preavviso. Facendo emergere tutta la mia fragilità interiore, mettendola al cospetto di un’esperienza di cui non conoscevo i confini. 

Dovetti fare i conti in quelle settimane ferragostane con qualcos’altro che nella mia vita si materializzò dalla sera alla mattina, mentre mi godevo in modo assoluto l’incontrastato amore. 

Una lettera che mi fu preannunciata da casa, allora esistevano solo le linee telefoniche fisse, mi avrebbe portato da lì a qualche giorno a Zocca, ridente cittadina dell’Emilia Romagna, meglio conosciuta come il paese di Vasco Rossi. 

Il dovere mi chiamava. Un passaggio che non mi aspettavo, ma che in tempi di serenità sognavo ad occhi aperti. Ma sembrò che non mi interessasse. Come se la cosa passasse in secondo piano rispetto all’amore, alla prima vera esperienza che mi prendeva oltre ogni misura. 

Ero stato convocato, gioia maggior non potevo ricevere, nientepopodimeno all’allenamento degli under 20 di sciabola maschile. Ero entrato nel giro degli azzurrini di scherma. Un grande sogno che si realizzava alla mia giovanissima età.

Mio malgrado dovetti partire. Lasciare Ischia, quindi il mio primo amore per affrontare quindici giorni di duro lavoro. Con l’incertezza di non sapere cosa avessi trovato al mio ritorno. La sola idea mi ammazzava. Non mi permetteva di godermi ciò che avevo conquistato sportivamente sul campo di gara. 

All’epoca la comunicazione non era così semplice e fluida come adesso. C’erano le cabine telefoniche e erano forti le difficoltà di sentire le persone a distanza, perché nelle abitazioni del mare non tutti avevano i telefoni fissi. 

I giorni a Zocca passavano, ma erano tutti di grande sofferenza. Non riuscivo a godermeli. Eppure avevo lavorato duramente per conquistare quella gioia. Gli sconquassi dell’amore producevano danni irreparabili. 

Il mio pensiero fisso ricadeva sempre sullo stesso punto. Ero come se fossi incollato sempre sullo stesso pensiero. Un chiodo fisso batteva nella mia mente. Cosa stesse facendo, se non si fosse dimenticata di me. Non riuscivo a padroneggiare la situazione che ogni giorno si ingigantiva sempre più. Al punto di non riuscirla più a governare.

Un bel giorno, io che non avevo mai detto una bugia, mi convinsi che era arrivato il momento di rompere quel muro di saggezza e perfezione, che avevo custodito ormai già da troppo tempo. Sentivo che dovevo fare qualcosa. Rompere il lacerante immobilismo che si era impadronito del sottoscritto. 

Comunicai ai responsabili del ritiro collegiale che sarei dovuto rientrare a casa. Un familiare al quale ero particolarmente legato versava in cattive condizioni di salute. Recitai una parte così fantasiosa che io stesso mi meravigliai. Riuscii a recitare un copione sconosciuto, superandomi. Dove avevo trovato tutta quella forza?! 

Una volta ottenuto il permesso – che enorme conquista – partii con destinazione Ischia. Ero la persona più felice al mondo. Fu un lunghissimo viaggio che mi portò in più di 12 ore direttamente sull’isola verde. Superai ogni paura. Viaggiare da solo e sapersela vedere per ogni evenienza non l’avevo mai fatto. 

Giunto a Ischia fui accolto nel modo migliore, ma adesso c’era un gran problema a affrontare. Come gestire la bugia rispetto ai miei familiari. Avevo tradito la loro fiducia. 

Una forza interiore, l’amore del quale mi sentivo forte, mi sospingeva dando più forza di quanto immaginassi. Per farla breve abbracciai nuovamente l’amore, ma persi la fiducia dei miei, che sfortuna volle – se così si può chiamare – furono informati da un comune amico, che mi aveva visto in quei giorni a Ischia e che mi sapeva a Zocca, che ero amorevolmente a passeggio in un’altra parte d’Italia. 

Non fu facile al rientro spiegare cosa mi fosse passato per la mente e perché l’avessi fatto. Ma il mal d’amore mi aveva preso e affondato. Non riuscii per nessuna cosa al mondo a saperlo domare. Avevo dato sfogo al sentimento più bello che esistesse, tradendo tuttavia la lealtà che altrettanto rappresenta un valore importante nella vita. 

Vorrei un giorno spiegarlo ai miei figli, che oggi hanno il diritto e dovere di fare ciò che ho fatto, con la speranza che un giorno ritroveranno i miei stessi fili! 

Nicola Campoli 

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