È vero: Tinky manca alla sua Cariati.

E mi scusino, principalmente i miei pochi lettori, per il mio forsennato sprone a non dimenticare la sua figura

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È vero: Tinky manca alla sua Cariati. L’ho colto dalle sincere parole che ho scambiato con tante persone. 

Anche al sottoscritto il suo vuoto si fa sentire. Ero ormai abituato, in questi giorni di festa, a incontrarlo ovunque per strada. 

Dietro ad ogni angolo del paese c’era lui che in modo instancabile girava Cariati in lungo e in largo, dispensando i suoi generosi sorrisi. 

E poi quando ci incontravamo, in questa settimana pasquale, tiravamo sempre le somme di un campionato di calcio di serie A, che vedeva ormai da tempo un Napoli sottomesso allo strapotere della Juventus. 

Lui sperava sempre in un cambio di passo. Aveva una enorme abilità. Era capace di farmi viaggiare con la mente, facendomi immaginare una imminente sconfitta della grande Signora del calcio che avrebbe così potuto riaprire le sorti del torneo. 

Un filo invisibile, teso e diretto, continua a rinnovare il ricordo di Tinky nella mente di molti. 

Ormai si vive dei suoi ricordi. Di quello che ha seminato tra chi gli ha voluto bene. Che sono un enorme numero. 

Non dimentichiamo di sigillare in qualche modo quello che Tinky ci ha trasferito in termini di amore, umiltà, rispetto, senso e spirito di identità nei confronti di un Paese che potrebbe ritrovarsi – è il mio auspicio – attorno alla memoria della sua persona. 

E mi scusino, principalmente i miei pochi lettori, per il mio forsennato sprone a non dimenticare la sua figura, idealizzando così uno spazio per continuare a volergli bene. 

O meglio a rinnovare quanto fossero importanti le sue tenerezze e la sua voglia di vivere in un mondo, che avrebbe sempre più necessità di avere . . . tanti Tinky.

Nicola Campoli 

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