Coronavirus: chi grida “dàgli all’untore”?

Gennaio 2020. Vittime di femminicidi: 12. Vittime del coronavirus: 0. Se gli italiani reagissero alla prima, ben più micidiale epidemia nazionale con la stessa ottusità e lo stesso irrazionale panico scatenato dalle notizie sulla seconda, allora tutte le mogli, “perché non si sa mai”, dovrebbero cacciare di casa il marito, il fidanzato o il convivente, potenziale portatore del virus del femminicidio.

La paura di questa polmonite il cui tasso di mortalità, statistiche alla mano, è inferiore a quello dell’influenza che ogni anno ci fa visita fra novembre e marzo, è tale che in tutta Italia si assiste a scene assurde: gli empori gestiti da cinesi sono deserti, i ristoranti “La Grande Muraglia”, affollati fino a ieri, sono abbandonati, turisti e anche cittadini italiani di origine cinese, solo a causa dei loro occhi a mandorla sono insultati e coperti di sputi, mamme non portano a scuola i bambini se in classe hanno compagni di origine asiatica e non importa che in Cina, magari, non ci siano mai nemmeno stati, perché “è una questione di DNA”.

Pur non essendo un epidemiologo né un virologo, azzardo una previsione: tempo tre mesi, col ritorno del caldo, di questa epidemia si perderà la memoria come già è accaduto con l’Aviaria, la SARS e altre consimili “spaventose” epidemie che in realtà, dati alla mano, spaventose sono state solo nella smania sensazionalistica dei social network e nella testa di chi ha bisogno di spaventarsi.

Sono tanti, e non da oggi, ad aver bisogno di spaventarsi, di avere qualcuno da guardare con sospetto e su cui scaricare le proprie fobie e le proprie frustrazioni: i rigurgiti di antisemitismo, il sobbollire del neofascismo, il razzismo montante, l’omofobia, l’islamofobia, certe citofonate in favore di telecamera e, ora, questa assurda quanto incivile e vergognosa ostilità verso chiunque abbia tratti asiatici, non sono che riedizioni della manzoniana caccia all’untore: gli imbecilli, la cui base culturale è il pregiudizio, non si stancheranno mai di cercare, o di indicare al prossimo, qualcuno da odiare.

Io, mia moglie e i miei più cari amici, che abbiamo la pretesa di non essere imbecilli, per festeggiare un compleanno abbiamo cenato, qualche sera fa, in un ristorante giapponese gestito da cinesi. Purtroppo per loro, anche se di solito è affollato eravamo in quattro gatti. Abbiamo mangiato benissimo e siamo stati benissimo: il sushi, il sashimi e il tempura erano squisiti, il sakè delizioso e il servizio impeccabile.

Non vediamo l’ora di ritornarci.

Giuseppe Riccardo Festa

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