CAMBIARE IL PD

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Le vicende susseguitesi negli ultimi tre mesi hanno lacerato il Partito Democratico, portando alla scissione e causando forti malumori di una buona fetta della dirigenza nazionale. Hanno, inoltre, accentuato la frattura tra la base elettorale ed i suoi Capi, sempre pronti a farsi la guerra. La sconfitta al Referendum del 4 Dicembre non ha avuto nessuna discussione seria, anzi, qualcuno si è chiuso, si è allontanato prendendosi tutta la colpa, che in parte aveva, ma lasciando molti di noi senza motivazioni e senza la possibilità di muovere obiezioni. Il Congresso, credevo e credo, sia la migliore risposta che il Partito Democratico possa offrire al suo elettorato ed all’Italia. Un momento ed un luogo dove le idee riprendano spazio e furore, dopo la palude.

Non mi dilungo e vado subito al dunque, la mia preferenza va ad Andrea Orlando.

È una scelta ponderata ed è quella che personalmente credo sia più giusta. Una scelta di unità per il Partito Democratico, una proposta convincente ed illuminante per chi, come me, crede che oltre ai Leader solitari e spesso isolati ci sia ben altro.

Una delle affermazioni che più mi ha colpito leggendo la mozione congressuale di Orlando è stata: “Il segretario del Partito Democratico deve fare il segretario del Partito Democratico”. Si, il segretario deve fare il segretario, perché se è vero com’è vero che lo statuto lo indica come candidato alla presidenza del consiglio, c’è da dire che è inutile nascondersi dietro ad un dito e non ammettere che ad oggi quella vocazione maggioritaria alla base della costituzione del Partito Democratico non c’è più. Non perché all’interno del partito sia scomparsa, ma perché non abbiamo una legge elettorale che permetta di attuarla. Sostenendo con forza il ripristino del Mattarellum, non voluto dalle altre forze politiche, non facciamo altro che andare verso un sistema sempre più proporzionale e verso la nascita di altri partiti e partitini che proveranno a reggere il gioco della politica italiana. Allora dobbiamo dirlo con forza e con onestà intellettuale che con questa legge elettorale le vie sono due, o ancora grandi alleanze o di nuovo elezioni. Le grandi alleanze negli ultimi anni hanno creato disagio al nostro elettorato, infatti non siamo riusciti a mantenere le promesse e gli obiettivi che nel 2013 avevamo proposto.

Un’altra elezione porterebbe instabilità e distacco della gente, con la crescente ipotesi di una vittoria populista che andrebbe ad intaccare la nostra, già malata, democrazia. Il segretario del Partito Democratico deve avere quel ruolo, scomparso negli ultimi tre anni, di amministrare un Partito radicato e pieno di donne e uomini capaci, nel loro piccolo, di dare forza alle loro azioni.

Azioni ed idee portate avanti nonostante la poca o nulla presenza della classe dirigente nazionale e/o locale. Essere segretario del Partito Democratico non può e non deve essere un ruolo chiuso nelle stanze del potere di Roma dove decidere i propri luogotenenti sparsi in Italia con il diktat : “O sei con noi o contro di noi”. Il segretario deve riuscire a mantenere un rapporto chiaro e limpido tra quelle stanze e le idee che nei territori vincono e convincono nonostante tutto. Essere segretario vuol dire quindi avere un rapporto migliore e più stretto con i territori, cosi da riuscire finalmente ad avere quel cambio generazionale e dirigenziale che forse abbiamo tardato a fare, ma che oggi è più che mai indispensabile.

Il rinnovamento che qualcuno ci ha sbandierato fin dal suo primo libro e che poi non è riuscito a fare, o magari non ha voluto fare, nonostante ci sia stato il Governo più giovane della storia della Repubblica, è ancora possibile.

Andrea Orlando è, secondo mio modesto parere, la persona giusta affinché questa inascoltata voce dei piccoli circoli sparsi per l’Italia torni ad essere ascoltata e supportata da una dirigenza nazionale spesso troppo occupata a mantenere le posizioni di potere ottenute, e desiderosa di vivere di rendita.

La scelta di Andrea Orlando, oltre che basata sulla speranza di cambiamento vero, è supportata dalle idee proposte nella sua mozione congressuale. Combattere la povertà assoluta in tre anni ed investire nel Mezzogiorno, affinchè torni ad essere il centro dei pensieri della politica italiana.

Siamo di fronte ad un periodo molto complicato non solo per l’Italia, perchè Trump e Le Pen ci fanno capire che la crisi delle classiche forze politiche è profonda e potenzialmente devastante per qualsiasi democrazia. All’avanzare di questi populismi, pieni di razzismo, di auto-celebrazione e di xenofobia, dobbiamo rispondere non più con le parole edulcorate della destra, ma con la determinazione e la forza delle idee che dentro i nostri circoli già ci sono. Ecco allora che sento il dovere civico, più che “di Partito”, di schierarmi in questa corsa congressuale, perché nell’epoca delle fake news, degli algoritmi che ti fanno conoscere solo persone che la pensano come te, facendoti guardare chi la pensa diversamente come uno “spostato”, penso che la capacità di ascolto, il contatto umano, cosi come la sintesi con le associazioni, i movimenti civici e i circoli territoriali siano segno di forza per un qualsiasi leader.

 In questo modo si possono gettare le basi per ricostruire quel ponte, ormai caduto, tra il Partito Democratico ed una parte di elettorato storico di sinistra.

Riprendo un discorso lasciato a metà qualche rigo fa, I GIOVANI. Sebbene gli ultimi tre anni siano stati segnati, come già detto, dal Governo più giovane dell’era Repubblicana, penso che il distacco che la mia generazione ha avuto dal Partito Democratico sia la vera spada di Damocle su cui riflettere e lavorare.

Come si evince dai dati e dai voti reali del Referendum, il contatto tra il Partito Democratico ed i giovani si è incrinato quasi irrimediabilmente. Questo però fa da contrasto ad un’altra realtà, quella dei Giovani Democratici, ossia l’associazione giovanile più grande Italia, costantemente presa a pesci in faccia e denigrata o magari controllata da colonnelli fuori età. Le loro azioni piene di passione e di coraggio sono, molto spesso, messe da parte perché ledono l’immagine di un Partito oramai immobile o “corpo estraneo” in alcune parti d’Italia (il riferimento alla Calabria è assolutamente voluto) e rintanato nei posti di comando.

Il 30 Aprile sarà il giorno delle primarie ma è anche l’anniversario della morte di Pio La Torre, il figlio di due braccianti agricoli che, grazie ad un grande partito di massa, è entrato a far parte della classe dirigente di questo Paese.

 La domanda che mi pongo pensando a questa storia straordinaria è “Quante possibilità ci sono di avere un altro Pio La Torre in questo modello di Partito Democratico?” La risposta è palese ed anche dolorosa per chi, come me, studia per migliorare la propria condizione familiare e personale, ma che amando la politica non ha, in questo modello attuale di Partito Democratico, nessuno sbocco se non quello di affidarsi a qualche luogotenente.

Per me giovane sarebbe stato facile aggregarmi al tifo da stadio che va delineandosi a livello nazionale per Renzi, ma faccio, o almeno credo di fare, quello che mi sembra più giusto per un popolo che non aspetta altro che ritrovarsi, per provare a cambiare e ricostruire l’Italia.

La scelta di Orlando è soprattutto una speranza di poter riportare in auge nel Partito Democratico quel principio su cui esso è stato fondato, ovvero mettere a disposizione dell’Italia le migliori esperienze, le migliori passioni e dunque anche la miglior classe dirigente possibile, decapitando contemporaneamente l’assurdo metodo, portato avanti da vecchi ed oramai usurati personaggi politici, di scegliere il cavallo vincente e quasi mai il cavallo giusto.

Il 30 Aprile andrò a votare Andrea Orlando, sebbene questa posizione sia minoritaria tra i miei Compagni, ma lo farò con la vera e profonda speranza di ridare al Partito Democratico quella sua natura, ormai perduta, di Partito di massa.

Santoro Leonardo, Partito Democratico-Cariati

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