Botte e risposte

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Mi è capitato sotto gli occhi, giusto stamattina, questo pensiero di Bertrand Russell:

La prima cosa da capire, se vuoi essere un filosofo, è che la maggior parte della gente vive con un mondo di convinzioni prive di qualunque giustificazione razionale, e che il mondo delle convinzioni di uno può ben essere incompatibile con quello di un altro, e dunque non possono entrambi essere veri. Le opinioni nascono soprattutto per far sentire la gente a suo agio. La verità, per la maggior parte delle persone, è una considerazione secondaria.

Alla luce di questa pacata riflessione è logico, anche senza avere la pretesa di essere filosofi, arrivare alla conclusione che è impossibile essere obiettivi. L’obiettività è come la cultura: la si può perseguire, ma non si potrà mai averla tutta. In ogni essere umano l’educazione che ha ricevuto, gli interessi personali, le idee che ha maturato, i gusti, l’umore: tutto congiura per impedirgli di guardare il mondo, la storia, i popoli e gli eventi senza subire qualche condizionamento.

Figurarsi poi noi italiani, che della partigianeria e del campanilismo siamo sempre stati i campioni: pisani contro fiorentini, terroni contro polentoni, comunisti contro democristiani, cattolici contro laici, più di recente berlusconiani contro anti-berlusconiani, oggi grillini contro tutti gli altri e viceversa.

Ma pure, lo sforzo di lottare contro i condizionamenti bisognerebbe tentarlo: perché cedere ai condizionamenti significa, molto semplicemente, arrendersi al pregiudizio, che è il sistema di pensiero di coloro che s’accontentano della risposta più facile: gli albanesi sono tutti ladri, i romeni tutti violenti, i neri (o, peggio, “i negri”) puzzano, i meridionali sono tutti sfaticati, gli ebrei tutti avidi, i politici tutti disonesti, gli zingari tutti rapinatori; e via così, appiccicando etichette a tutto e a tutti, con la ferrea certezza di essere i soli portatori dell’onestà, della correttezza e, soprattutto, della Verità, quella con la V maiuscola.

Ma “la verità” come disse l’esploratore inglese Sir Richard Burton, “è uno specchio infranto in mille pezzi: ciascuno crede con il suo pezzettino di possedere il tutto”. I più grossi guai, l’umanità, li ha subiti proprio per colpa di gente – da Torquemada a Stalin, dal cardinale Bellarmino (che condannò Galileo e Giordano Bruno) a Hitler, dal senatore Mc Carty agli hayatollah iraniani – che era convinta di possederla, questa benedetta Verità.

Dunque chi ha ragione? Israele o Hamas? Gli ucraini o i separatisti filorussi? Il governo siriano o i ribelli? I musulmani sciiti o i musulmani sunniti? I cristiani cattolici o i cristiani protestanti? I migranti che scappano o gli insofferenti che li considerano una minaccia?  In tutta sincerità, non lo so chi ha ragione.

Però so chi ha torto. Ha torto chi per affermare la propria verità si ritiene in diritto di esercitare la violenza – qualunque forma di violenza – su chi possiede una verità diversa dalla sua.

Quali che siano le sue ragioni, ha torto chi picchia, o insulta, o umilia, o sbeffeggia, salvo gridare all’oltraggio se poi, di percosse, insulti, umiliazioni e sberleffi, diventa a sua volta il bersaglio.

Perché c’è anche questo, di tipico, in questi assertori delle proprie partigiane verità: si aspettano che i bersagli dei loro schiaffi porgano l’altra guancia; e s’offendono di brutto se, invece di porgerla, ricevuto lo schiaffo gliene restituiscono due.

Giuseppe Riccardo Festa

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