Baluba! Un modo di dire

Eccomi qui, come promesso, a parlavi del libro acquistato durante il mio breve soggiorno romano. Sono stati giorni particolari, quelli: ho avuto la fortuna di viaggiare, di vedere e ammirare città diverse, di respirare l’aria estera, la diversità delle culture e delle tradizioni; nonostante ciò, nonostante  le destinazioni che vorrei raggiungere siano ancora tante, ho la presunzione di dire che non esiste città al mondo più bella di Roma. Ogni volta che metto piede in quella città, ne resto incantata; le bellezze architettoniche, i paesaggi mozzafiato, i piccioni, l’aria. Praticamente tutto. Roma rappresenta, a mio avviso, una trappola che difficilmente riesci a evitare: lo stato d’animo, i pensieri, le emozioni con le quali si arriva a Roma determinano molto l’effetto della città su te stesso. Io, ad esempio, ero partita con uno stato d’animo particolare, non proprio adatto per visitarla con l’entusiasmo che merita; ecco che, Roma 2017, la ricorderò come una marea di strade fatte di immagini che scorrevano davanti i miei occhi come flash-back impazziti. Ho avuto per tutto il tempo gli occhi umidi, un nodo alla gola e lo stomaco chiuso. Roma amplifica le emozioni: se sei felice, sarai più felice; se sei triste, diventa l’icona della tristezza.

Vi ho raccontato, in parte, delle storie che mi sono “venute a cercare” fra le vie di San Pietro; la monetina che ho gettato speranzosa nella Fontana di Trevi, quasi a voler affidare tutte le mie preghiere a 50centesimi che.. chissà. E poi, vi ho parlato di Bayumba; lo abbiamo conosciuto fra le vie dei Fori Imperiali mentre eravamo fermi a vedere una manifestazione promossa da Emergency. La sua gentilezza, il suo viso pulito, la sua storia (perché tutti abbiamo una storia) ci ha convinti ad acquistare il suo libro o, meglio, il libro nel quale è raccontata anche la sua storia. Oltre a Bayumba, nelle prossime settimane, vi parlerò anche delle altre tre storie contenute nel libro: Laila, Kalombo e Ekusa. E’ un libro particolare questo che vi mostro; si denota sicuramente, nelle forme e nelle espressioni linguistiche, che è stato scritto da un africano ma, fondamentalmente, credo che sia stato proprio quello l’obiettivo; è un libro che lancia un grido a squarciagola verso una società sempre più fredda e apparentemente multietnica, traduce una sofferenza incontenibile. Ecco la sua bellezza: “leggere un africano che scrive in italiano è imparare a parlare un’altra lingua, conoscere un altro modo di pensare.”

Bayumba è un giovane ragazzo come tanti, arrivato in Italia e desideroso di integrarsi nella società; il rapporto più bello che è riuscito a costruire, però, si riduce a Giorgio, il proprietario del bar del quartiere dov’è di casa. Dei mille aggettivi che gli sono sempre stati attributi, Bayumba si domanda: “Ma negro è un insulto o qualcosa che ti ricorda chi sei? E’ una parola innocua o è peggio di mandarti a fanculo?” e si chiede “perché nessuno se l’è mai presa quando Giorgio, il padrone del bar, lo saluta dicendo ‘ciao negro!’. Sarà forse perché è l’unico amico che conosce in questa città?” Era una giovane promessa del calcio ma da quando era arrivato in Italia non aveva mai avuto la possibilità di andare allo stadio: bisognava prima mettersi in regola con la vita. Un giorno, però, decide di andare allo stadio perché, forse, proprio il calcio, proprio l’unica cosa in cui riusciva ad identificarsi totalmente, poteva dargli una mano per osservare e capire meglio la gente che gli camminava intorno.“La sua prima volta allo stadio la vuole vivere come sulla poltrona di casa sua. Ci vuole andare per godersi una partita e non per fare il tifo; niente coinvolgimento emotivo, niente bagarre e soprattutto vuole vivere uno spettacolo guardando non solo i giocatori in campo ma anche le opposte tifoserie sulle tribune.”

Quel giorno, si rivela per lui, una fonte dalla quale mille domande prendono forma e alle quali lui non sa rispondere. Perché non ha nessuno che gli faccia capire cosa significhi, ad esempio, il detto secondo il quale “la mamma degli stupidi è sempre incinta” oppure perché per un milanese la parola “baluba” sia un’offesa. Non riconosce il dialetto perché non sa che cosa sia, un dialetto; così lo definisce, nel suo vocabolario, un “italiano ristretto.”

Ma ciò che lo colpisce, dritto al cuore, è come si possa restare offesi dall’essere definito “baluba”. Lo tormenta quasi, gli sale una rabbia furiosa perché non riesce a capire il significato di quella parola. A chi avrebbe potuto chiederlo? Fermare qualcuno per la strada? Decisamente no. La gente è cattiva, molto spesso; soprattutto con chi perde. Non voglio raccontarvi tutto di questa storia, altrimenti non avrebbe senso acquistare il libro; non saprei nemmeno spiegarvi, probabilmente, tutti gli stati d’animo riportati su queste pagine. La mortificazione per un mondo così diverso e ostile, il poco tatto che noi italiani siamo così bravi a dimostrare continuamente, l’ostilità del mondo esterno. Ciò che è importante che voi sappiate, però, è che Bayumba, 29 anni, nato nello Zaire, è un “baluba”; quella che per noi – per un milanese  – rappresenta un’offesa,  per lui è un motivo di vanto. E’discendente del clan dei “baluba”, uno dei più gloriosi della sua terra. In una notte in cui l’operazione nostalgia aveva preso il sopravvento sul sonno, avendo come sfondo il soffitto di casa sua, il vuoto diventa l’immagine della sua tristezza. Da quando era in Italia, mai come in quel momento sentiva il bisogno di avere di fianco qualcuno della sua terra, di una madre che morì pochi giorni dopo il suo arrivo in Italia e della sua voce che cerca, continuamente, di imitare.

“Qualche cosa in lui lo rende triste e comincia a chiedersi se farebbe bene a dire a tutti che lui appartiene alla tribù dei baluba.” Forse no, caro Bayumba. Forse è meglio non esporsi così tanto con gli altri, soprattutto con chi potrebbe non capirti affatto. Rimasto solo nella sua camera, Bayumba, nel pieno della sua solitudine, grida al soffitto: “Io sono della tribù dei baluba e ne vado fiero!”. Era un modo per rivendicare le sue origini, troppo nobili, forse, per essere comprese da un popolo ignorante come noi. La lezione che avrebbe voluto impartire quel giorno sarebbe stata troppo lunga e estremamente difficile da spiegare.

Ti ho stretto la mano, Bayumba. Ti ho detto “buona fortuna” senza ancora conoscere la tua storia ma, ad oggi, credo che non ci sia augurio più consono per te. Purtroppo viviamo in un mondo in cui la nobiltà d’animo è derisa, beffeggiata, tradita. Figuriamoci la nobiltà di stirpe. Te lo dice un’italiana. Buona fortuna perché contro la cattiveria e l’indifferenza umana, non c’è rimedio. Pensando a te, alla tua bellissima e commovente storia, mi viene in mente una citazione letta qualche tempo fa, che riprendo periodicamente perché scritta, forse, pensando a me:

 

“La realtà dell’altro non è in ciò che ti rivela ma in ciò che non può rivelarti.

Se vuoi capirlo non ascoltare le parole che dice, ma quello che fa.

Tace in noi ciò che è vero, parla ciò che è acquisito.

La verità bisogna conoscerla sempre, dirla solo a volte.” (K.Gibran)

 

Elisa Agazio

La speranza sta oltre confine?”, Laye Gueye, La Cassandra Edizioni, 2015.

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