Auschwitz-Birkenau

Francesca è giunta, nel suo pellegrinaggio, al luogo simbolo della follia nazista, il luogo che più di ogni altro (e ce ne sono stati tanti, innumerevoli altri) ci pone di fronte agli orrori del nostro passato ed alla responsabilità, che noi tutti abbiamo, di non permettere che l’odio torni a diventare il motore della storia. Le parole della diciottenne Francesca e le sue lacrime davanti a quei cumuli di capelli, di occhiali, di pennelli da barba e di scarpe sono il sigillo solenne del suo impegno a combattere l’odio. Quelle sue parole e le sue lacrime sono una lezione per tutti noi, e un monito affinché noi tutti ripetiamo, insieme a lei, la promessa solenne: MAI PIU’

GRF

Auschwitz-Birkenau, 22.02.2020

Poco più di mezzo secolo fa ad Auschwitz-Birkenau ha preso residenza la Morte. Una Morte crudele, innaturale, forzata. Precisa, organizzata, priva di senso. Cammino lungo le strade gelide, fangose e così concrete da spezzarmi il fiato. È tutto reale, è accaduto; e non so come conviverci.

Lascio galoppare l’immaginazione e osservo le strade con occhi diversi, quelle stesse strade che brulicavano di persone disperatamente avvinghiate alla propria esistenza. Immagino l’incedere goffo e faticoso di uomini e donne avvolti in stracci leggeri, la difficoltà di mettere un piede davanti all’altro, il dolore di riconoscere se stessi nei fragili fantocci che li circondavano.

Immagino la disperazione e le grida di una madre cui viene strappato un bambino dalle braccia, le lacrime silenziose di un uomo separato dalla propria famiglia e costretto a spogliarsi davanti a fratelli a lui ignoti, l’inconsapevole ultimo sguardo tra una nonna affettuosa e il giovane nipote terrorizzato accanto a lei.

Immagino mani che rifiutano di lasciarsi, pianti e grida e respiri affannosi.

Immagino dolore, umiliazione, vergogna e vedo due tonnellate di capelli intrecciati dietro ad un vetro, capelli di ogni colore e lunghezza. Immagino le mani amorevoli di una madre che elaborano un’elegante acconciatura sui capelli morbidi e lucenti di una figlia pronta a sposarsi; immagino dita nervose che ricacciano una ciocca ribelle dietro all’orecchio e vedo un tessuto infinito composto da filamenti sottili, fragili, svuotati di ogni gesto d’affetto.

Innumerevoli paia di occhiali intricati tra loro, tegami, pennelli da barba, barattoli di lucido da scarpe: ogni oggetto di fronte a me grida e si dibatte protestando contro un destino ingiusto. So cosa mi attende nella prossima stanza e mi si chiude lo stomaco: una distesa immensa di scarpe mi si para davanti agli occhi; e piango.

Piango perché immagino i morbidi piedini di una bambina infilati in un paio di scarpette dolcemente allacciate dalle mani forti di un padre amorevole, piango perché mi figuro due ragazzi che indossano le loro scarpe migliori per un primo appuntamento, piango perché nella mia mente riecheggia l’immagine di mia nonna che cerca un paio di scarpe comode per i suoi piedi doloranti. Piango e non ho parole perché non riesco a comprendere.

Il pianto muta in un sentimento di rabbia sorda e paralizzante quando entriamo nelle camere a gas: li convincevano a stiparsi in quelle stanze di morte con futili promesse bugiarde e li condannavano a una morte atroce. Sento le urla impregnare le pareti che mi circondano, percepisco l’abbraccio disperato di una sorellina maggiore e il panico inconsapevole del fratellino che le sta tra le braccia e non riesce più a respirare.

I forni crematori, neri come la pece e impregnati di frammenti della vita di innumerevoli “qualcuno”, mi disgustano. Ammutolisco.

Auschwitz e Birkenau sono luoghi impregnati di morte; eppure, oggi, vi germoglia la vita. A  Birkenau stiamo per entrare nella baracca che ospitava i bambini tristi ed innocenti, quando da una carrozzina sboccia il pianto squillante e denso di vita di una neonata avvolta in una tenera copertina rosa. Lo ascolto, stranita, violentemente riportata coi piedi per terra.

Piango con lei perché il suo grido è un inno alla vita che scorre nelle mie vene e scorreva in quelle di chi meno di cento anni fa si trascinava qui quasi annientato, ridotto a un grumo di cifre, lungo le strade su cui ora cammino nelle mie scarpe comode e impermeabili, così diverse dagli zoccoli di legno dei detenuti.

Noi abbiamo avuto la possibilità di uscire da Auschwitz-Birkenau dopo otto ore e quasi me ne vergogno. Osservo le rampe e le piattaforme installate per rendere più agevole il percorso ai visitatori e mi sento in colpa perché gli spettri, vestiti di stracci e privati del proprio nome che abitavano questi luoghi, dormivano nel fango ed erano costretti a razziare i corpi senza vita dei loro compagni.

Mi vergogno perché sono viva, mangio tutti i giorni ed ho una famiglia amorevole che mi sostiene.

Mi vergogno davanti agli occhi di Florentyna Piątkowska, che quasi sorridendo osserva la fotocamera con uno sguardo fiero e forse non sa che morirà a meno di due mesi dalla sua deportazione.

Mi vergogno in quanto essere umano perché so che sono stati degli esseri umani come me a mettere in atto uno sterminio così preciso, crudele ed impensabile.

Mi vergogno così tanto da decidere di impegnare tutta me stessa ad evitare che l’odio trabocchi di nuovo annegando tutto quello che ci unisce. Lo devo a tutti coloro che ne sono stati vittime, uomini, donne e bambini di ieri. Lo devo a chi convive con me su questo pianeta oggi perché nessuno merita di patire un destino talmente atroce da essere inimmaginabile. Lo devo a chi deve ancora venire, uomini, donne e bambini di domani, perché non debbano affrontare un nuovo dolore.

E perché forse, combattendo l’odio adesso, loro potranno dimenticarne il significato; e “odio” diverrà un termine desueto e incomprensibile, trovato per caso tra le pagine di un dizionario.

Francesca Ciracì

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