Ancora sull’arte moderna: precisazioni e divagazioni

Francisco Goya: "Saturno che divora i suoi figli"

Il mio articolo di qualche giorno fa, dedicato all’arte moderna in generale e alla famosa (o famigerata, fate voi) banana di Cattelan in particolare, ha suscitato alcune reazioni, sia di condivisione che critiche, il che mi induce a tornare sull’argomento, spero in modo non noioso né pedante.

Quello che forse non è stato colto da tutti era l’intento provocatorio del pezzo, che speravo emergesse già dal suo titolo. Confesso, a questo proposito, che mi sono anche frenato perché la voglia di scherzare rischiava di prendermi la mano, ad esempio con riguardo alla “Merda d’artista” di Pietro Manzoni, sulla quale sarebbe stato facile ironizzare alludendo allo sforzo e alla tensione dell’autore durante il parto creativo.

Restiamo seri. La divisione dei pareri è una cosa scontata data la natura dell’argomento, che riguarda quanto di più soggettivo esista al mondo, ossia il concetto di “bello”. O meglio: il concetto è soggettivo fino a un certo punto se si guarda all’arte in generale; lo diventa in modo assoluto se ci si riferisce, appunto, all’arte contemporanea.

La sezione aurea

Mi spiego: l’arte classica aveva dei parametri di riferimento, legati ad esempio alla Sezione aurea  (1:1,680…) che, anche se non ce ne rendiamo conto, ci condiziona quando decidiamo se una figura è ben proporzionata: a quel rapporto fra altezza e larghezza risponde per esempio il viso della Monna Lisa di Leonardo come pure la struttura di innumerevoli dipinti, di statue, di facciate e piante di palazzi creati a partire dall’Atene di Pericle passando poi per Roma antica, il Rinascimento, il Manierismo, il Classicismo e arrivando ai Pre-raffaelliti e al neo Classicismo di Canova e oltre. Un altro parametro strutturale cui l’arte classica obbediva in modo rigido era il rispetto della profondità prospettica, riscoperta nel tardo Medioevo (con qualche imprecisione la applicò Giotto nei suoi affreschi) e poi studiata a fondo dal Brunelleschi.

Insomma, l’arte classica aveva certe regole, legate sostanzialmente al rispetto dei parametri naturali (“si rappresenta ciò che si vede”), al punto che per secoli si è ritenuto che l’arte consistesse nell’imitazione della Natura: quanto più vicino l’artista era, appunto, alla Natura, tanto più grande era ritenuta la sua capacità creativa.

Ma l’artista non è mai stato un puro e semplice imitatore. Anche nelle epoche di maggiore conformismo, la sua personalità emergeva dalle sue opere, unita alla sua maestria, e ne faceva, in certi casi, un riferimento: Cimabue, Giotto, Michelangelo, Raffaello, Leonardo; e poi Dürer, Vermeer, e ancora Bernini, Borromini, e via di seguito: tutti rispettavano le regole, ma ciascuno a modo suo, per così dire.

Contrariamente a quanto si può ritenere, non è stata tanto la nascita della fotografia a determinare il punto di rottura fra il modello e la sua fedele rappresentazione pittorica o scultorea, quanto la sete di libertà espressiva che animava gli artisti. Non dimentichiamo che, ben prima che la fotografia si affermasse o addirittura che nascesse, molti artisti – e che artisti! – si sono allontanati dalla semplice riproduzione dei modelli: Francisco Goya, per esempio, è stato fra i primi a superare le regole della fedeltà fotografica già nella prima metà del XIX secolo: il suo dipinto che ho scelto per illustrare questa chiacchierata, per quanto stupendamente, orrendamente ed espressivamente moderno possa sembrare (e in effetti è), dal titolo “Saturno che divora i suoi figli”, risale al 1823. Chi potrebbe contestare la forza di questo dipinto, la sua capacità di rappresentare, prima che le forme, il sentire di ciò che appare sulla tela, l’ingordigia mostruosamente belluina del suo protagonista? Chi può avere il coraggio di dire che quel dipinto non è arte?

Van Gogh: “Sorrow”

Goya anticipava il pensiero dominante dell’arte contemporanea. L’artista contemporaneo non si sente più in dovere di rappresentare il mondo, ma rivendica il suo diritto di interpretarlo, avvalendosi di parametri assolutamente personali e, perché no, arbitrari. Henri Matisse, a chi criticava le libertà che si prendeva quando ritraeva dei volti, rispondeva: “Ma io non dipingo mica delle facce: io dipingo quadri”.

Dunque, rispondendo a una garbata critica che mi è stata fatta a proposito del mio commento sulla pittura di Egon Schiele, preciso: è oggettivamente una pittura brutta se giudicata con i parametri del classicismo; ma che abbia una enorme carica espressiva e una straripante tensione emotiva è fuori discussione. D’altra parte, non si può dire la stessa cosa per certe figure di Van Gogh?

Chi critica l’impressionismo, l’espressionismo, il cubismo, il dadaismo, il surrealismo e l’astrattismo, facendone tutto un fascio e condannandoli in quanto forme d’arte “degenerate”, non solo si associa in questo giudizio a sinistri personaggi quali Hitler, Goebbels e Goering, ma dimentica di tenere in considerazione un parametro che, quando si parla di creazione artistica, deve essere assoluto e imprescindibile: quello della libertà espressiva.

Un falso Modigliani

Che poi, nel nome della libertà espressiva, sia possibile che passino per artisti e opere d’arte anche prodotti e soggetti decisamente discutibili, è un rischio, certo; ma un rischio che bisogna correre e che in effetti si corre continuamente: basti ricordare le famose teste di pietra attribuite a Modigliani che alla critica d’arte Vera Durbè, convinta che fossero autentiche (“Sono troppo belle” diceva: “non possono che essere di Modigliani”) costarono il posto, la faccia e la reputazione; o anche quei casi in cui gli addetti alle pulizie, durante le mostre, hanno buttato via degli oggetti esposti che in tutta onestà avevano scambiato per rifiuti abbandonati là dai visitatori.

Pablo Picasso: “Guernica” (part.)

Alla fine della fiera, un giudice c’è: è implacabile, spietato e non guarda in faccia nessuno. E questo giudice è il tempo. Sarà il tempo a decidere cosa merita di sopravvivere e di essere definito “opera d’arte” o viceversa di sparire in quanto semplice trovata, artificio o provocazione di corto respiro.

Picasso era solito dire: “A nove anni dipingevo come Raffaello; mi ci è voluta una vita per imparare a dipingere come un bambino”. So che tanti, guardando il suo famoso dipinto “Les Demoiselles d’Avignon” o l’arcifamoso “Guernica”, e tante altre opere sue, storcono il naso, così come io continuo a storcerlo davanti alla banana di Cattelan e non solo a quella. Fermo restando che è un loro inalienabile diritto dire “non mi piace”, li invito (come invito me stesso) ad andarci piano prima di emettere sentenze inappellabili: noi non siamo il tempo.

E, a proposito di “Guernica”, resta epica la risposta che Picasso diede a un agente della Gestapo che nella Parigi occupata andò a casa sua per una perquisizione e ne vide una copia. “Avete fatto voi questo orrore?” gli chiese sarcastico il nazista.

E lui, che l’aveva creato sull’onda emotiva della strage che fascisti e nazisti avevano compiuto in quella cittadina basca, gli rispose a muso duro: “No, signore: l’avete fatto voi”.

Giuseppe Riccardo Festa

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